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Piccola guida al nuovo jazz italiano

Luca Canini By

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Cristiano Arcelli
Solaris
Encore Jazz
Valutazione: * * * *

Fresco di stampa il debutto del nuovo trio di Cristiano Arcelli . Un disco bello tondo e ragionevole, di quelli che si piazzano nel lettore e ci restano per un bel po.' Funziona tutto in Solaris: l'alchimia, il respiro, il suono di un trio sfacciatamente jazz che si muove con personalità nel solco di una tradizione ben definita e profondamente codificata. Quella che da Ornette e Lee Konitz risale il secolo breve fino a Steve Coleman e Steve Lehman. Contralto, contrabbasso e batteria: siamo sempre lì. Eppure altrove. Perché il jazz non sarebbe jazz se non sapesse reinventare quel che è stato, proiettando le proprie radici verso il domani.

In un'incessante e proficua dialettica con i maestri che richiede consapevolezza, lucidità e talento. Altrimenti si finisce in un vicolo cieco. Rischio mortifero scansato alla grande dal perugino Arcelli e dai suoi sodali: Stefano Senni al contrabbasso, mai meno che impeccabile, e Bernardo Guerra alla batteria, astro nascente delle pelli e dei tamburi da tenere d'occhio e coccolare. A garantire la debita distanza dal grigiume di certi scimmiottamenti neo-bop la freschezza dell'approccio, la vitalità contagiosa delle trame, la capacità di sintesi, l'ariosa obliquità di composizioni decisamente ispirate. Come l'iniziale "Solaris," sbilenca al punto giusto, la frenetica "Artificial Flower," la bruciante "The Take," culmine e summa dell'intero programma. La zampata di fine anno.

Gioele Pagliaccia Quartet
Aut to Lunch
Aut Records
Valutazione: * * * ½

Ultima tappa della nostra mini guida con un più che riuscito omaggio al genio di Eric Dolphy. Fissato su nastro dal quartetto del batterista Gioele Pagliaccia, mente e motore di un gruppo completato dal piano e dal Fender Rhodes di Alfonso Santimone, dal clarinetto basso, dal sax contralto e dal flauto di Piero Bittolo Bon e dal contrabbasso di Danilo Gallo. Ospiti, in un paio di tracce, il trombone di Tony Cattano e il sax soprano di Pasquale Innarella. Che fanno capolino qua e là in una scaletta modellata attorno a quella del capolavoro Out to Lunch: da "Hat and Beard" a "Straight Up and Down," le cinque composizioni che stavano sull'originale ci sono tutte. Più tre che fanno otto con l'aggiunta della saltellante "G.W.," brano dedicato da Dolphy a Gerald Wilson, della sognante "Serene" e della spigolosa "Out There," scritta a quattro mani dal marziano del jazz con Charles Mingus.

Un programmino niente male che la band affronta con il necessario rispetto e la doverosa irriverenza. Riuscendo a non cadere nella trappola dello scimmiottamento puro e restituendo l'incredibile freschezza di un repertorio poco frequentato dai jazzisti dei giorni nostri. A parte una leggendaria rilettura di Out to Lunch firmata Otomo Yoshihide (fatevi del bene: recuperatela), un paio di dischi recenti della sassofonista tedesca Silke Eberhard e l'ancora più recente So Long Eric! confezionato dalla coppia Aki Takase -Alexander von Schlippenbach, non sono molti ad essersi cimentati con il canone dolphyano. Forse per l'eccessiva caratterizzazione delle partiture; o forse per una sorta di timorosa reverenza al cospetto di un maestro tanto geniale e ingombrante. Timorosa reverenza della quale non sembra minimamente soffrire colui che si trova nella posizione "eticamente" più scomoda: Piero Bittolo Bon.

Chiamato a confrontarsi con il punto di riferimento per antonomasia di chi saltella dal clarinetto basso al contralto passando per il flauto. Un confronto salutare soprattutto per chi ascolta. Appassionato. Sincero. Problematico il giusto. Anche grazie al supporto di una band versatile, che si muove alla ricerca di nuove angolazioni e prospettive inedite (da applausi, ad esempio, l'approccio terroristico del Rhodes di Santimone in "Hat and Beard"). Musica che ha mezzo secolo ma che parla del domani. Il miracolo del jazz.

Foto
Maurizio Zorzi

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