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Bergamo Jazz 2026

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Bergamo Jazz Festival 2026
Varie sedi
Bergamo
19—22 marzo 2026

A differenza di altri jazz festival, molto estesi sotto il profilo cronologico e territoriale, quello di Bergamo, a parte alcune appendici prima e dopo, si concentra in quattro giornate fitte di eventi, di progetti speciali e di protagonisti appartenenti a svariate tendenze ma sempre espressione dell'attualità jazzistica. La quarantasettesima edizione ha mantenuto fede a questa impostazione distribuendo gli appuntamenti in idonee location sia nella parte Alta che in quella Bassa della città. Per il terzo anno consecutivo la Fondazione Teatro Donizetti ha affidato la direzione artistica a Joe Lovano, e lo ha riconfermato anche per il 2027, ma un merito particolare va riconosciuto pure all'assiduo lavoro svolto da Roberto Valentino in qualità di assistente alla direzione stessa. Come era ovvio, un certo rilievo è stato dato alla ricorrenza dell'anno in corso, vale a dire al centesimo anniversario della nascita di John Coltrane e di Miles Davis, il ricordo dei quali è serpeggiato in vari concerti per conclamarsi nella produzione originale che ha chiuso il festival.

Il duo Dave HollandLionel Loueke, il cui sodalizio è abbastanza recente, ha aperto la programmazione del main stage al Teatro Donizetti nel segno di un audace incontro interculturale. Il linguaggio del contrabbassista inglese si è imposto sempre imperioso per la sontuosa sonorità e il sicuro drive; la sua autorevolezza sembra quasi aver orientato gli interventi del più giovane chitarrista beninese verso una misura e un buon gusto che in altri contesti sono parsi latenti. Su un repertorio composito di varia natura, in cui le influenze africane di Loueke hanno prevalso, il registro grave e quello acuto degli strumenti dei due comprimari, nonché la voce del chitarrista filtrata elettronicamente, si sono integrati con grande spontaneità. Ne è risultata una performance unitaria, forse un po' troppo protratta, in cui il loro dialogo paritario ha prodotto idee melodiche a non finire ed uno swing danzante ad un volume sempre molto trattenuto.

Al duo hanno fatto seguito i Five Elements di Steve Coleman, ormai prossimo ai settant'anni e tornato sul palco del Donizetti dopo vent'anni esatti. Il contralto del leader e la tromba del fido Jonathan Finlayson si sono intersecati di continuo in una conversazione sinergica, mentre all'imperterrito basso elettrico di Rich Brown ha fatto riscontro il drumming relativamente più frastagliato di Sean Rickman. La chiusura dei brani (quasi) sempre imprevista e nettissima all'unisono è la dimostrazione della consolidata fusione che regna all'interno della formazione. La loro musica compatta ma sempre articolata in varie sfumature vive del contributo di ogni membro, diventando ubriacante ed avvincente non per un lirismo visionario, bensì per l'ardita costruzione di una struttura concreta e rigorosa, che riesce a compenetrare alcuni segmenti fondamentali della storia del jazz, elaborando un esteso mosaico di suggestioni melodico-ritmiche conseguenti e continuamente intrecciate fra loro.

Dalla conferma del coeso messaggio colemaniano, che ha costituito uno dei vertici del festival, si è passati all'apparizione, la sera successiva, di una formazione inedita altrettanto esaltante. The Bad Plus in una nuova veste esclusiva—i fondatori Reid Anderson e Dave King, spalleggiati dai superlativi Chris Potter e Craig Taborn—hanno voluto dedicare un omaggio all'American Quartet jarrettiano di cinquant'anni fa, rivisitandone il repertorio. Tentare di fare un confronto fra gli attuali interpreti e quelli di allora—Jarrett, Redman, Haden e Motian—sarebbe errato e fuorviante: sotto ogni aspetto le differenze fra di loro sono abissali, come pure mutate radicalmente sono le condizioni storico-culturali. Nel concerto bergamasco l'alto grado d'improvvisazione, alla ricerca di un'istantanea, indispensabile sintonia, ha generato una performance unica, di estrema vitalità, ribollente di situazioni sorprendenti, in cui si è passati da brani travolgenti a soste di poetico lirismo, come nella versione di "Silence" di Haden. Sarebbe superfluo sottolineare che ogni membro del gruppo ha dato il meglio di sé, producendosi in assoli tesissimi; altrettanto inutile aggiungere che la bellezza delle composizioni è riemersa in tutta la sua evidenza.

Come era prevedibile, rispetto alla sua apparizione bergamasca di tre anni fa, Lakecia Benjamin ha apportato ben poche variazioni. Semmai ha esasperato tutte le componenti del suo approccio, a cominciare dall'esagitato atteggiamento scenico da rock star, fino alle scelte musicali, che hanno palesato in parte la sua derivazione dall'insegnamento di Coltrane, tanto da riproporre un vorticoso "My Favorite Things," mentre altrove sono riemerse le influenze della sua cultura dominicana d'origine. La pronuncia del suo contralto, guizzante e agilissima nel fraseggio, si è ammantata di un sound cristallino e pigolante, privilegiando il registro acuto. In definitiva l'abile quarantatreenne sassofonista di New York, alla testa di un trio di adeguati gregari, ha esibito la ferma volontà di affermare definitivamente la sua fama a livello internazionale, ricorrendo a una costante e forsennata sovreccitazione, scenica e musicale, che rischia di diventare troppo uniforme e di maniera.

Bergamo Jazz Festival 2026 si è chiuso al Donizetti con "Setting the Pace," il progetto speciale voluto da Joe Lovano per celebrare il centennale della nascita di Davis e Coltrane. Il concerto ha esordito con l'entrata in scena del solido quintetto base—oltre a Lovano al tenore, Avishai Cohen alla tromba, Leo Genovese al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria—che ha eseguito con coesione da manuale "Walking," "Stella by Starlight" e "Four": tutti temi davisiani, che sono stati trattati a mo' di standard, ossia secondo arrangiamenti, interplay e sequenze di assoli tanto validi quanto prevedibili. Ma presto ci si è inoltrati anche nel repertorio coltraniano ed il quintetto è stato rimpinguato con l'ingresso del tenore "grasso" di George Garzone, della discreta chitarra di Jakob Bro, un po' troppo sottoesposta, e dei flauti, tenore ed elettronica dell'ineffabile Shabaka Hutchings. L'esito della performance è mutato sensibilmente lasciando emergere deviazioni o persistenze tutt'altro che scontate: un'introduzione lenta ed evanescente, temi a volte occultati o intrecciati fra loro da arrangiamenti più audaci, intense chase e battle fra i quattro fiati dalle pronunce diversamente caratterizzate, tenui e suggestivi brividi elettronici, collettivi più aperti e immaginifici...

Il primo dei due appuntamenti al Teatro Sociale ha presentato due gruppi ormai perfettamente rodati, ognuno dei quali ha ribadito la propria impronta jazzistica: il trio di Franco D’Andrea, completato da Gabriele Evangelista e Roberto Gatto, ed il Melissa Aldana Quartet d'oltreoceano. L'ottantacinquenne pianista meranese, che con i più giovani partner si avrà modo di ascoltare anche in altri festival della prossima primavera—estate, ha innescato un interplay leggero e fluido nella reinterpretazione di noti standard. La discrezione swingante del tocco del batterista e la risonante sapienza armonica del contrabbassista, in alcuni brani impegnato in rassicuranti pedali, hanno coadiuvato il pianismo limpido e seducente, a tratti vagamente deviante o reticente, del leader.

Quanto all'Aldana, la trentasettenne tenorsassofonista cilena si è confermata jazzista di carattere e originale, anche se di difficile catalogazione, proponendo un repertorio soprattutto di original, suoi o dei suoi partner. Il suo linguaggio si distingue innanzitutto per il controllo di una sonorità variegata, che si estende sull'intero registro dello strumento con una potenza che si muove dal pianissimo al forte, senza raggiungere mai intensità stentoree. La costruzione del suo fraseggio, poco deciso ed estroverso ma insinuante, privilegia e concatena frasi per lo più brevi e inconcluse. Il trio che l'accompagna ormai da molti anni—Pablo Held, Pablo Menares e Kush Abadey, rispettivamente pianoforte, contrabbasso e batteria—anche a Bergamo ha assecondato la sua vena compositiva e la sua pronuncia con interventi raffinati e mai invadenti.

Nell'ultima giornata del festival, sempre al Sociale, con "La donna è mobile" Simona Molinari ha concepito uno spettacolo teatrale ben concatenato e colloquiale per narrare con una serie di esempi significativi come il ruolo della donna sia stato interpretato nella musica, e non solo, in varie epoche e culture. Ne è sortita una lunga storia di sopraffazioni, paradossi, travestimenti, scandali, diritti negati e orgogliosa conquista della libertà. La spigliata conduzione della leader è riuscita a intrattenere con piacevolezza il pubblico alternandosi nella recitazione e nel canto, ma soprattutto ha lasciato emergere l'impegno dei contenuti, del tutto opportuni e condivisibili. In questa messa in scena la comunicativa Molinari si è avvalsa di un valido e pertinente quartetto tutto al femminile, anche se un po' sottoutilizzato, comprendente Sade Mangiaracina al piano, Chiara Lucchini al sax alto, soprano e flauto, Victoria Kirilova al basso e Francesca Remigi alla batteria.

Oltre al Teatro Donizetti e al Teatro Sociale, anche altre sedi più raccolte e accoglienti, hanno ospitato proposte talvolta insolite e per palati fini, che difficilmente si ha occasione di ascoltare in Italia. Due concerti pomeridiani molto diversi fra loro sono stati ospitati all'Auditorium dell'Istituto Palazzolo, inedita location per il festival. Nella musica dei The Jazz Passengers si è trovata la conferma della cifra stilistica conferita, a cominciare dagli anni Ottanta, dai due fondatori: il sassofonista Roy Nathanson e il trombonista Curtis Fowlkes, deceduto nel 2023. L'impianto dei brani—ora ironico, disimpegnato, melodicamente sdolcinato, ora dalle movenze claudicanti di stampo monkiano, ora reiterati in riff che hanno lanciato i brevi assoli—si è riflesso automaticamente in una conseguente pronuncia strumentale: in primis quella gnaulosa, retorica o nostalgica dei vari sax di Nathanson e quella del violino guizzante e popolaresco della spalla ideale Sam Bardfeld, per arrivare agli interventi cantati sempre con toni distaccati e ironici dallo stesso leader, dal vibrafonista Bill Ware e dalla cantante Teri Roiger. A Bergamo il contrabbassista John Menegon e il batterista E.J. Rodriguez completavano l'affiatato gruppo, il cui percorso musicale, per quanto collaudato, si è svolto un po' come un happening, con un certo possibilismo, con un approccio divertito e disincantato.

Il collaudatissimo trio tutto norvegese della chitarrista Hedvig Mollestad Thomassen, completato dal basso elettrico di Ellen Brekken e dal batterista Ivar Loe Björnstad, ha presentato i brani del suo ultimo disco Bees in the Bonnet uscito nel 2025. Il loro messaggio melodico-ritmico fortemente marcato, il sound saturo e riverberante, certi temi d'impronta quasi celtica hanno evidenziato un'intenzione decisamente rock d'annata, esplicita e soverchiante. Non potevano mancare inoltre riferimenti a noti chitarristi scandinavi: non tanto il più sofisticato e sperimentale Eivind Aarset, quanto piuttosto vecchi maestri come Terje Rypdal e Pierre Dorge. Il prevalente clima infuocato di questo trio si è stemperato in alcuni passaggi lenti e diafani dall'evocativo impianto narrativo.

Due solo-performance pianistiche di estremo interesse si sono svolte nell'Aula Picta del Palazzo Vescovile, dove i protagonisti hanno suonato sovrastati alle spalle dall'enorme e magnifica tela di Lorenzo Lotto, qui trasferita dalla chiesa di San Bernardino oggi in restauro. Wayne Horvitz ha concepito un concerto austero e concentrato, perfettamente leggibile nei suoi passaggi. Il pianista newyorchese ha esordito con una lenta meditazione, in cui un tema frammentato è stato complicato da rallentamenti, pause, riprese, includendo anche corruschi ed esili riverberi dati da un misurato uso dell'elettronica. Hanno poi fatto seguito movenze più fitte e ostinate, perfino turbolente, per ripiegare infine sul recupero di un diafano e rarefatto intreccio fra piano ed elettronica. In una seconda improvvisazione Horvitz, con pari maestria e personalità, ha rivisitato e connesso fra loro due brani, rispettivamente di Carla Bley e di Cecil Taylor.

Tre giorni dopo si è passati dal pianismo sobrio e grave di Horvitz a quello vivace e aggrovigliato di Leo Genovese, a tratti tumultuoso e sempre animato da accese cadenze ritmiche. L'estroverso pianista italo-argentino, nato nel 1979 e già con un'importante carriera alle spalle, ha ripreso composizioni di Ellington, Coltrane e Davis, oltre a proporre un paio di suoi notevoli original. In particolare, la medley su temi della pace, prelevati da Silver, Tyner e Coleman, ci ha ricordato come anche allora si sentisse quell'esigenza di pacificazione che nel mondo di oggi è diventata un'aspirazione universale ed esasperata. In un paio di brani è entrato in scena anche Joe Lovano, che assieme all'amico pianista ha dato vita a un duo memorabile per intensità espressiva. Leo Genovese, non ancora sufficientemente conosciuto in Italia, si è rivelato non solo pianista dalle qualità sorprendenti, ma anche personaggio di decisa caratura, capace di farsi apprezzare per la sua comunicativa estroversa e per le simpatiche e tonanti introduzioni verbali in italiano.

Voglio sottolineare infine la bella prova del trio Relevé della violinista Anais Drago, che si è formato tre anni fa, ha un CD all'attivo ed è completato dagli indispensabili Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alla batteria. L'obiettivo musicale della leader è quello di perseguire un movimento continuo che sia sempre sostenuto da un equilibro tanto fragile quanto irrinunciabile. Questo nelle parti improvvisate, come nella flebile introduzione rumoristica che ha aperto la performance, ma anche in quelle composte, i cui temi, briosi, ben disegnati e motivati da diverse influenze culturali, sono stati spesso esposti all'unisono da violino e clarinetto. Sempre eccellenti sono risultati l'approccio strumentale e gli interventi dei singoli, nonché l'intesa che caratterizza il loro sodalizio. Un valore aggiunto è stato apportato dalla preziosa ambientazione in una sala dell'Accademia Carrara, che ha accolto il concerto mattutino dei tre musicisti, attorniati dalle opere d'arte e dall'intimo abbraccio di un pubblico entusiasta.

Per concludere mi sembra il caso di rilevare un leitmotiv che ha caratterizzato molte proposte del festival, tanto che spesso sono ricorso alle espressioni "conferma," "confermare" o simili. Più precisamente, sappiamo che ogni jazzista tende a rimanere fedele a se stesso, replicando il proprio linguaggio personale e distintivo che ha impiegato decenni a formulare. Può sembrare un'osservazione ovvia, ma questo aspetto deve spingere necessariamente l'ascoltatore, e a maggior ragione il recensore, a verificare di volta in volta la persistenza di tali linguaggi per trarne appunto "conferme" o meno, valutando non solo le variazioni eventualmente intervenute, ma soprattutto la qualità, l'intensità e l'originalità delle proposte artistiche come risultate nelle singole apparizioni concertistiche.

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