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Roberto Zorzi: esplorazione senza confini

Roberto Zorzi: esplorazione senza confini
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Il percorso musicale del chitarrista Roberto Zorzi è così ricco ed eclettico che è impossibile includerlo in un particolare genere musicale. L'iniziale amore per visionari artisti rock come Robert Fripp e Brian Eno s'è arricchito nel tempo di approcci, tanto liberi quanto anticonvenzionali, di Derek Bailey e altri esponenti dell'avanguardia inglese degli anni settanta. La ricerca strumentale (anche elettronica) non s'è chiusa in percorsi asfittici ma ha saputo includere e trasfigurare le mille suggestioni del Novecento: dal blues del Delta ai Soft Machine, da Ornette Coleman alla pop music, italiana e internazionale. Spesso con un gusto irriverente che ha trovato nel gruppo NAD e nel sodalizio con Nicola Salerno, il canale d'espressione ideale. In quest'intervista parliamo dell'ultima incisione e ripercorriamo alcuni momenti salienti del suo percorso artistico.

All About Jazz Italia: Da un paio di mesi è stato pubblicato dall'etichetta Dodicilune Le Quattro Verità, che ti vede parte di una formazione strumentalmente anomala, con te alla chitarra ed elettronica, due bassisti (Danilo Gallo e Luca Crispino) e Luca Pighi alla batteria. Ci parli del nuovo progetto?

Roberto Zorzi: Come tante di queste cose nasce in maniera quasi casuale. Parte dalla collaborazione con Crispino e Pighi, iniziata con qualche session informale. Abbiamo visto che poteva funzionare ed è nata l'idea di registrare. Con Danilo Gallo avevo realizzato in pieno lockdown un live in duo trasmesso in streaming e ho pensato di coinvolgerlo perché ho sempre amato l'idea di gruppi con doppio contrabbasso, come anche con doppia batteria. Io quando ascolto un disco focalizzo prima di tutto la ritmica, perché contrabbasso e batteria mi hanno da sempre affascinato, sarà perché sono uno che non sa andare a tempo più di tanto... (ride)
La proposta è stata accettata e ci siamo trovati nello studio Ritmo&Blu nel luglio 2021 per un progetto liberamente improvvisato. Luca Crispino suona l'upright electric bass e Danilo Gallo il basso elettrico e pedali. Il lavoro pubblicato è quasi per intero quello espresso in studio e in post produzione non abbiamo tagliato quasi niente. Solo qualche frammento che risultava ridondante. Quella era la musica e quella è stata trasferita sul Cd.

AAJ: Sei soddisfatto?

RZ: Si, sono soddisfatto. Io non sono solito riascoltare le cose che faccio ma ho notato un paio di punti che potrebbero essere tranquillamente sfruttati come composizioni da estendere. Lo abbiamo valutato e ci sono margini di sviluppo, aggiungendo magari dei fiati.

AAJ: Mentre prima parlavi di bassisti, ho pensato alla tua collaborazione di fine 2019, in concerto a Padova, con Barre Phillips. Io non ero presente. Ce la vuoi ricordare?

RZ: È stato un onore suonare con uno dei miei miti, non solo un grandioso musicista ma una persona squisita, molto affabile. Lo avevo conosciuto un'unica volta nella metà degli anni ottanta, quando avevo organizzato a Verona un concerto della Company. Insieme a Derek Bailey, Ernst Reijseger e altri nell'organico c'era anche lui. La serata era programmata per due set in solo e io non gli avrei mai chiesto di esibirci in duo. È stato lui, prima del concerto a propormi la collaborazione estemporanea di fine serata. Il che conferma la disponibilità dei grandi musicisti, che non stanno a guardare il tuo curriculum ma sono aperti a ogni possibilità.

AAJ: Ho letto da qualche parte che hai iniziato con la chitarra ispirandoti ad Eric Clapton ma la musica di Derek Bailey ha cambiato la tua musica per sempre...

RZ: Il processo è stato un po' più complesso. In effetti Clapton e Jimmy Page sono stato i primi chitarristi che ho affrontato all'inizio del mio percorso di fruitore musicale. Riconosco la grandezza di Jimi Hendrix, mi fa impazzire, ma non mi sono mai identificato con le sue cose. Lo stesso mi è successao con John Coltrane. Nel campo del rock la triade che contava era Clapton, Page e Jeff Beck: di quest'ultimo non parla mai nessuno anche se forse è stato il più innovativo. Ma c'era anche Rory Gallagher, non dimentichiamo. Poi scoprii Robert Fripp dei King Crimson che con Brian Eno produsse il famoso (No pussyfooting), bibbia di tutti quelli che cominciarono ad usare i loop e infine Derek Bailey che iniziò a cambiarmi il mondo assieme a Fred Frith e il suo imperdibile Guitar solos del 1976.
Fu tutto merito di Lucio Vicentini un grande esperto e collezionista veronese: un pomeriggio del 1972 venne a trovarmi con alcuni dischi dell'Ecm tra cui The Music Improvisation Company. Una cosa del genere non l'avevo mai ascoltata e non ci capivo nulla ma mi incuriosì. Tempo dopo mi feci portare da Londra l'album Lot 74 della Incus con le solo improvisations di Bailey. Da lì è nato l'amore per le sue grandi capacità d'analisi musicale. Un decennio dopo l'ho scritturato per un concerto a Verona e abbiamo stretto un certo rapporto d'amicizia. Quando andavo a Londra m'invitava a casa sua a bere il the e fare quattro chiacchiere sulle cose della vita. Il vero gentiluomo british, sempre molto ironico.

AAJ: Prima di altre partnership importanti c'è stata quelle con Nicola Salerno, un musicista geniale, purtroppo scomparso di recente che non ha avuto i riconoscimenti che meritava...

RZ: Quello che dici è riconosciuto da tutti quelli che l'hanno conosciuto. Nicola era un finissimo arrangiatore, estremamente pignolo nell'editing, un bravo compositore e una persona di grande spirito. Con lui ho condiviso in particolare l'esperienza con i NAD in cui riversavamo la capacità di prendere in giro noi stessi e gli altri.

AAJ: Ricordo che i NAD (ovvero i Niù Abdominaux Dangereux), vinsero il concorso Indipendenti 87 della rivista Fare Musica e l'album Ghosts del 1989 ebbe numerosi riconoscimenti tra cui l'inclusione nel volume "1000 dischi per un secolo" di Enrico Merlin...

RZ: Purtroppo per cause varie il gruppo si sciolse poco tempo dopo e solo nel 2014 io e Nicola abbiamo recuperato il marchio e inciso tre nuovi album. L'ultimo è stato inciso prima che lui morisse e c'è solo la versione digitale.

AAJ: Tornando a te mi sembra che la sperimentazione sullo spazio e sul timbro siano le cose prediligi. Sei d'accordo?

RZ: Si, è corretto. L'aspetto a cui tendo è la spazialità, in termini di dilatazione del tempo e della dimensione. È l'impronta che mi viene dalle cose con cui sono cresciuto: i King Krimson, gli album solo di Robert Fripp, Terry Riley, i primi Pink Floyd o i Soft Machine. Accanto a questi aspetti c'è la spinta verso l'imprevedibile, il cercare la sorpresa, che magari nasce da errori ma che vanno sfruttati. Ricordo le parole di Bill Frisell in un'intervista dove parlava di elettronica: "Mi piace essere sorpreso dalle cose che faccio, quando esce qualcosa che non mi aspetto."
Per quanto mi riguarda, certi brani per quanto improvvisati, posso ripeterli praticamente uguali a distanza di tempo però non è questo l'obiettivo: direi è appropriato riprendere il concetto di Instant Composition, coniato non ricordo più se da Mengelberg o Bailey. Una composizione istantanea che può diventare una composizione a tutti gli effetti. Ad esempio Henry Kaiser da trent'anni suona fondamentalmente lo stesso pezzo anche se ogni volta è diverso

AAJ: Quella con Kaiser è un'altra delle tue principali collaborazioni...

RZ: Direi la più importante

AAJ: Cosa ci dici in proposito?

RZ: Henry l'ho conosciuto nel 1984 quando venne a Milano a suonare con i Material, accanto a Bill Laswell e Sonny Sharrock e me lo presentò il fotografo Luigi Zanon che l'aveva conosciuo qualche anno prima in California. Io ero già in contatto con Kaiser ma la conoscenza diretta s'è sviluppata in amicizia. Ha partecipato al primo cd dei NAD ed è proseguita fino alla pubblicazione del disco in duo Through, pubblicato nel 1999 dalla Materiali Sonori, e per ultimo il recente video Monthly Solo #11: Anything Can Happen Day con la partecipazione di Bill Laswell, Scott Amendola, Michael Manring e altri. Henry è sempre stato molto collaborativo e disponibile a consigliare e supportare. Ci sentiamo regolarmente. Una cosa che ho imparato da molti grandi strumentisti è che condividono la loro conoscenza senza chiederti niente in cambio. Nel mio piccolo cerco di fare anche io, che sono l'ultimo a permettersi di giudicare gli altri. Una cosa per me importante, nel rapporto con gli altri musicisti, non è tanto la statura tecnica ma la conoscenza della musica più ampia possibile. Trovo che in Italia tendano a prevalere i confini, con ogni musicista circoscritto nel proprio ambito: che suona jazz ascolta solo jazz, chi fa rock, solo rock, chi fa classica solo classica. Questo perché anche nella musica rock o pop ci sono delle grandi eccellenze, non solo dal punto di vista commerciale ma anche compositivo.

AAJ: Tu sei stato anche co-direttore artistico di Verona Jazz, negli anni del suo splendore. Quali sono le cose che ricordi con maggior piacere e cosa ti è rimasto di quell'esperienza?

RZ: È rimasta la consapevolezza di aver creato a Verona con Nicola Tessitore qualcosa che è durato nel tempo. E aggiungo nella fase iniziale anche l'Arci di Verona che mi fece poi fare la rassegna sui musicisti europei d'avanguardia dove portai Michel Portal, Derek Bailey, Evan Parker e altri. Dopo la riscoperta di Bill Dixon ed Andrew Hill, che erano artisti quasi dimenticati, l'apice degli anni ottanta di Verona Jazz è stato il concerto sinfonico di Ornette Coleman sulle partiture di Skyes Of America, che ricordo ancora con emozione. Per dissidi interni la mia direzione artistica è finita nel 1988/89 anche se qualcosa ho aggiunto negli anni come la Dedication Orchestra, il Rova, Peter Brötzmann e qualcos'altro.
Resta il rapporto instaurato con musicisti come Ornette e Denardo Coleman, Kaiser, Sharrock. Ricordo ancora le relazioni affettuose con Max Roach, Andrew Hill, Evan Parker, Jean-Francois Jenny-Clark. Conservo ancora la cartolina del dicembre 1981 con gli auguri di Natale di Don Cherry che preannunciava il concerto veronese in duo con Ed Blackwell di pochi mesi dopo. Oggi resta il rimpianto nel vedere la fine che ha fatto Verona Jazz.

AAJ: Quali sono i dischi che ti trovi ad ascoltare più spesso ?

RZ: Fondamentalmente cose anni sessanta e settanta di rock, come i King Crimson, Fred Frith. Un po' di musica improvvisata e il catalogo Blue Note: ad esempio Grant Green, Lee Morgan, i The Jazz Messengers. Restando al jazz, Miles Davis, Andrew Hill, Eric Dolphy, Charles Mingus e ogni tanto Cecil Taylor. Tra le cose più recenti adoro Nels Cline e poi il giro di Chicago con Vandermark e Brötzmann. Confesso di guardare poco all'attualità del jazz e in questo momento preferisco studiare il passato. AAJ: E passando ai tuoi, cosa ti è rimasto nel cuore?

RZ: A parte i citati primo disco dei Nad e il duo con Henry Kaiser, direi Capriccio a Milano, il progetto Similado del 1990 con Albert Mangelsdorff, Franco D'Andrea, Roberto Ottaviano, Ernst Reijseger, Trilok Gurtu, Paolo Damiani e altri. Fu una mia idea, scelsi la formazione e a chi affidare le composizioni. Mi piace ricordare Beyond del 2001 con Elliott Sharp e Joey Baron, Jouer, spielen, to play con LA1919, Charles Hayward e Chris Cutler ed ancora il secondo NAD DangereuXorcisms uscito trent'anni dopo e Facanàpa & Umarells and the World Wide Crash con Scott Amendola e Michael Manring, pubblicati entrambi dall'ottima etichetta pescarese Kutmusic.

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