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Jazz&Wine of Peace 2019

Neri Pollastri By

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Jazz & Wine of Peace Festival
Teatro Comunale di Cormòns e varie sedi nel Collio e in Slovenia
23-27.10.2017

La ventiduesima edizione del festival Jazz&Wine of Peace di Cormòns si è svolta dal 23 al 27 Ottobre, con la medesima, fortunata formula degli scorsi anni: un concerto serale al Teatro Comunale della cittadina friulana, ove andavano in scena le formazioni di maggiore risonanza, e i rimanenti—anche quattro appuntamenti al giorno —disseminati nello splendido territorio circostante, con ampio spazio alle aziende vinicole e con qualche sconfinamento nella vicinissima Slovenia.

Il programma ufficiale si è aperto proprio in teatro, mercoledì 23, con l'ultimo progetto di Bill Frisell, Harmony, rilettura di un ampio american songbook assieme al violoncellista Hank Roberts, al chitarrista baritono Luke Bergman e alla cantante Petra Haden. Se i contenuti non sono nuovi, originale è il modo di affrontarli, vuoi per la presenza di tre archi che accompagnano la cantante (che con Frisell ha lavorato più volte in passato), vuoi perché anche Roberts e Bergman usano la voce, ora accompagnando la Haden, ora cantando anche da solisti (in particolare il violoncellista). Ne scaturisce così una musica molto raffinata, con notevoli e diversificati impasti timbrici, che ha infatti affascinato il pubblico, sopperendo a una certa prevedibilità—accanto alle classiche canzoni americane trovavano posto, come varianti, solo "Space Oddity" e una "We Shall Overcome" eseguita con lo stucchevole richiamo del pubblico. Peccato, da questo punto di vista, che le eccezionali doti di Frisell e Roberts fossero tutto sommato suttoutilizzate: qualche invenzione in più, loro affidata, avrebbe consentito al progetto di fare un salto di qualità.

Le invenzioni non mancavano invece all'originalissimo progetto Il canto degli uccelli di Daniele D'Agaro, andato in scena alla Cantina Jermann la mattina dopo. Il quartetto Ultramarine vedeva il leader ai clarinetti, Denis Biason alla chitarra e al banjo, Luigi Vitale alla marimba ma soprattutto Camillo Prosdocimo all'imitazione degli uccelli. Sì, perché quest'ultimo è un chioccolatore (appunto imitatore dei versi degli uccelli) di fama internazionale, vincitore di numerosi premi a rassegne specifiche, che D'Agaro ha coinvolto nel progetto sia per le sue profonde conoscenze ornitologiche, sia per le sue capacità vocali. Riguardo alle prime, le sue consulenze sono state utili per la trascrizione di registrazioni di canti degli uccelli, poi rielaborate e orchestrate da D'Agaro; riguardo alle seconde, Prosdocimo prende parte al quartetto come se fosse uno strumento, eseguendo con la sua voce il canto di tordi, merli, allodole, usignoli e altri uccelli, ora entrando nella tessitura sonora complessiva, ora eseguendo dei veri e propri "assoli ornitologici," con esiti a momenti entusiasmanti. Non meno coinvolgenti sono peraltro apparse le trascrizioni dei canti, interpretate da D'Agaro, accompagnato da chitarra e marimba, perfette per costruire uno "sfondo boschivo" alla musica. Difficile descrivere un contesto musicale e sonoro così particolare: meglio rimandare al disco Ucei, che la formazione ha pubblicato nel 2017 per la slovena Klopotec, bellissimo, anche se nel frattempo il progetto è cresciuto.

Nel primo pomeriggio suonavano in contemporanea il duo delle austriache Lisa Hofmaninger e Judith Schwarz, e il "quarteto" di Renato Borghetti, che abbiamo seguito presso la bella sala di Villa Attems, a Lucinico. Una formazione dalle forti ascendenze etniche, radicate nella musica del Rio Grande do Sul, Brasile meridionale al confine con l'Argentina, ma che non manca di elementi jazzistici. Borghetti suona una particolare fisarmonica a bottoni, la "gaita ponto," e aveva al suo fianco un pianista, Vitor Peixoto, un chitarrista, Daniel Sà, e soprattutto un estroso flautista e sassofonista soprano, Pedro Figueiredo; la musica, tutta vivacissima e colorata, mescolava in modo inestricabile e originale una molteplicità di ritmi diversi di ballo, provenienti da quell'area geografica così ricca di stilemi popolari, ma lo faceva con una raffinatissima interazione tra i musicisti. A parte un brano in solitudine al flauto di Figueiredo, dal sapore dolphiano, e un duetto tra il fisarmonicista e il chitarrista, la formazione ha suonato a pieno organico, con prevalenza di assoli del leader — efficacie musicalmente e scenicamente, nei suoi abiti tradizionali da gaucho e sempre pronto a suonare ballando — e dell'eccellente Figueredo, musicista di alta classe. Concerto che ha quindi accontentato tutti i palati, come dimostrava l'entusiasmo del pubblico alla sua conclusione.

Alle 18,00, nella Villa Nanchini Cabassi a Corno di Rosazzo, un altro concerto che ha entusiasmato il pubblico, quello del duo francese tra il violinista Théo Ceccaldi e il percussionista Edward Perraud. Due esplosivi improvvisatori, che avevamo potuto vedere nel loro primissimo incontro lo scorso anno al Brda Contemporary Music Festival di Smartno e che in seguito hanno iniziato una collaborazione continuativa. Il concerto è stato giocato tutto sulla creazione istantanea, ricca di invenzioni—anche non convenzionali—e colpi di scena, con variazioni dinamiche anche drastiche e intensità a momenti sorprendenti se si tien conto del tipo di formazione. Ma, anche senza arrivare agli estremi del bis, nel corso del quale Perraud—memore di Han Bennink—è saltato qua e là per la platea percuotendo ogni cosa gli capitasse sotto mano, la creatività, il senso del ritmo e l'entusiasmo dei due hanno contagiato il pubblico, uscitosene con la convinzione diffusa si aver assistito a uno dei migliori concerti della rassegna.

La giornata si è conclusa al Teatro Comunale di Cormòns con uno dei big in programma quest'anno, John McLaughlin, che aveva infatti il pubblico delle grandi occasioni. Il suo attuale gruppo, The 4th Dimension, è una formazione multietnica che lo vede a fianco del tastierista e batterista inglese Gary Husband, del bassista elettrico camerunese Etienne Mbappe e del batterista indiano Ranjit Barot. Lo storico chitarrista vi ripropone in realtà la musica che ha sviluppato a partire dal gruppo elettrico di Miles Davis, tanto che diverse composizioni venivano direttamente dalla Mahavishnu Orchestra o da Shakti, i gruppo di cui è stato leader in passato, e come allora tenevano assieme ritmi africani e fraseggi di ascendenza indiana, percussioni jazzistiche e sonorità elettriche. Tutto ben fatto, ma anche un po' prevedibile, senza contare le perplessità destate dalla reiterata scansione ritmica vocale in stile tabla di Barot, però impegnato alla sola batteria, o le sonorità invero "sporche" della chitarra di McLaughlin nei pochi brani più lirici in programma. Ma quella del chitarrista britannico è una musica che ha fatto storia ed è giusto prenderla per quella che è.

Nella contemporaneità è invece la musica che Frode Haltli ha offerto la mattina del venerdì nella splendida cornice dell'Abbazia di Rosazzo. Avant Folk—il titolo con cui si presentava, sulla scorta del CD pubblicato lo scorso anno per l'etichetta Hubro—non rende in realtà conto di una musica assai lontana dal cliché del folk scandinavo e che mescola alcuni spunti di quella origine con altri tratti dalla musica sacra medioevale e, soprattutto, molta ricerca contemporanea. Basti pensare all'organico, che vedeva accanto alla fisarmonica del leader (e chi ne ha seguito la parabola artistica almeno nelle sue registrazioni con ECM sa quanto poco folk sia il suo modo di suonarla) un violino, un violino di Hardanger, un organo (quello della chiesa abbaziale), una chitarra acustica, una elettrica, una tromba e un sassofono (contralto e soprano, talvolta suonati assieme). A ciò va aggiunto che l'organico si è disseminato nella chiesa—al centro, presso l'altare, Haltli e i violini; nel coro di sinistra organo e chitarre; in quello di destra sax e tromba, che peraltro suonavano passeggiando ovunque—sfruttandone creativamente acustica ed eco. E che, non bastasse, il concerto si è concluso con lo spostamento della scena tutta sul lato sinistro, con l'abbandono del centrale "palco naturale," con un curioso effetto di straneamento del pubblico, "obbligato" a seguire non solo la musica, ma anche i suoi spostamenti fisici, così come quelli dei musicisti. Insomma, già questo faceva del concerto qualcosa di unico e veramente innovativo. Ma anche sul piano strettamente musicale, coerentemente all'organizzazione scenica, si sono susseguite situazioni molto diverse tra loro, tra le quali ha forse un po' meno convinto la lunga parte iniziale, condotta dal trio centrale su suoni rarefatti e soffusi (penalizzati anche dalla totale assenza di amplificazione), ma che per il resto ha costantemente sorpreso, tenendo alta l'attenzione del pubblico. Musica interessantissima, davvero nuova, della quale si potrà forse mettere in dubbio la sua reale appartenenza al genere jazz—cosa che però, come vedremo, dovrebbe essere estesa ampiamente anche ad altre e ben diverse proposte. L'impressione che si è avuto all'uscita dal concerto è comunque stata di aver assistito al punto più alto del festival.

Nel primo pomeriggio altra scelta obbligata, per la concomitanza dei concerti della Binker Golding's Band—prima rappresentante della nuova scena inglese, alla quale ne sono seguite diverse altre—e del Lokomotive Duo, composto da Giorgio Pacorig e Clarissa Durizzotto, che abbiamo seguito.

I due, che hanno all'attivo un album pubblicato da Klopotec (clicca qui per leggerne la recensione), hanno suonato alla tenuta Angoris e si può dire giocassero in casa, essendo entrambi della regione. Pacorig ha usato esclusivamente il Fender Rhodes, la Durizzotto più il clarinetto del sax contralto, e hanno affrontato una serie di brani "importanti" che includevano Thelonious Monk (ha concluso il concerto il suo brano che che dà il nome alla formazione), John Coltrane, Ornette Coleman, Tony Scott, senza troppi orpelli—il tastierista ha usato pochissimo manopole e distorsori—ma lasciando che fossero le sonorità e le sensazioni dei musicisti a fare la differenza. I risultati sono stati ottimi, con un concerto cameristico striato dall'acidità dell'elettronica e dall'intensità dei fiati, con la Durizzotto enfatica al contralto e più distesa al clarinetto, dove ha sfoggiato uno stile molto personale: senza eccessi né in velocità, né in dinamica, ma andando con calore più a fondo nell'interpretazione.

Subito dopo, nella non lontana Cantina Produttori di Cormòns (che produce il Vino della Pace a cui si ispira la manifestazione), è stata la volta di un'altra protagonista della nuova scena inglese, la sassofonista Nubya Garcia, alla testa di un classico quartetto con tastiere, contrabbasso e batteria. Un concerto piacevole, che ha messo in luce le qualità dell'artista—suono netto e potente a dispetto della corporatura minuta, presenza scenica, ottimi tempi—ma che ha anche un po' deluso quanto alla proposta musicale: qualche ritmo caraibico, molto dub, poca interazione tra i musicisti (parsi soprattutto al servizio della leader) e ripetitiva semplicità nelle strutture. Da notare la pressoché totale assenza di fraseggi della Garcia, che basava il suo stile quasi esclusivamente sulla variazione dinamica su note lunghe.
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