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Francesco Diodati in primo piano
Courtesy Roberto Manzi
All About Jazz : Iniziamo l'intervista con importanti novità che ti riguardano. Sono appena usciti o usciranno a breve quattro dischi che ti vedono partecipe: nei mesi scorsi sono stati pubblicati il nuovo lavoro del quartetto cooperativo tellKujira e il secondo volume del quartettoancora cooperativoWeave4; a ottobre uscirà il terzo album del gruppo Abhra di Julien Pontvianne e il secondo dei Fearless Five di Enrico Rava. Iniziamo dal Weave4, che ha appena pubblicato La gomma di Dante, per l'etichetta Parco della Musica. Ci puoi ricordare la nascita e i motivi di questa collaborazione condivisa col sassofonista Francesco Bigoni, il pianista Benoit Delbecq e il batterista Steve Arguelles?
Francesco Diodati: Il primo contatto nasce nel 2019 con Benoît Delbecq. Cercavo qualcuno che mi aprisse nuove strade in composizione e improvvisazione e lo contattai per una lezione. Lui è stato molto disponibile e generoso: mi ha invitato a casa sua, siamo stati mezza giornata insieme e ha condiviso molte sue tecniche di scrittura e idee sull'improvvisazione. Un paio d'anni dopo riflettevo con Francesco Bigoni di tornare a suonare insieme in modo stabile, dopo la lontana esperienza col mio gruppo Neko con Baron e Ponticelli. Abbiamo pensato di coinvolgere Delbecq e s'è presentata la disponibilità di un concerto alla Sala Vanni di Firenze. In quell'occasione c'era il batterista Sylvain Darrifourcq ma nei mesi successivi era molto impegnato e Delbecq ha suggerito Steve Argüelles, il batterista con cui collabora da trent'anni. Il progetto s'è sviluppato quando abbiamo ottenuto un finanziamento da Creative Europe che ci ha sovvenzionato due settimane di residenza in Francia. Abbiamo suonato nello studio di Steve e Benoît e da subito ci siamo trovati in sintonia; da quelle registrazioni è nato il primo disco, pubblicato nel 2023 da Parco della Musica.
AAJ: In questi anni il rapporto artistico s'è consolidato. Cosa alimenta questa relazione?
FD: Suono con tre persone che hanno una sapienza e un intuito musicale che mi ispira moltissimo. Condividiamo una grande passione per il ritmo con la voglia di non essere troppo espliciti, sia nello scrivere che nell'improvvisare. C'è poi la capacità collettiva di riformulare le composizioni dei singoli. Ricordo che all'inizio proponevo al gruppo brani molto articolati e vedevo che Benoît, Steve e Francesco non li suonavano esattamente com'erano ma li modificavano, ne traevano degli spunti pur rispettandone l'idea e il sound. Questo approccio è diventato il nostro modus operandi: ogni brano che portiamo diventa immediatamente un pezzo dei Weave4 pur mantenendo una forte identità autoriale. Ma resta un'identità molto morbida, che sa accogliere il contributo degli altri soprattutto a livello sonoro. La musica si snoda con un ritmo molto interno, che si disvela con il passare del tempo. Credo che nel secondo disco quest'aspetto sia più evidente. Un'altra caratteristica è l'uso di alcuni loop, sia da parte mia che di Argüellesche può campionare tutti in tempo reale, creando una sorta di doppio binario tra suoni acustici ed elettronici. Una cosa che rende la musica divertente, ricca e movimentata: in questo gruppo l'approccio ai brani è sempre diverso e non vogliamo delineare in modo marcato i confini dell'esplorazione collettiva. Siamo più interessati all'incertezza, a un respiro non perfettamente definito nelle coordinate, che lasci spazio all'immaginazione.
AAJ: Rispetto a molte atmosfere d'astratto camerismo che pervadevano il primo disco, il secondo mi sembra mostrare più movimento interno, più riferimenti al jazz e al rock. Ad esempio in brani come "Kind Of," "Shoom" o "Spleen Turn..."
FD: Sicuramente c'è questo aspetto. Abbiamo messo più a fuoco il suono del gruppo in questo secondo disco. I brani che abbiamo portato hanno un'idea collettiva. La cosa bellissima di questo gruppo è che parliamo continuamente di musica. Amo tantissimo questa cosa perché c'è la massima apertura in ogni campo: un approccio senza confini ma con un grande amore verso il jazz. Quando io e Francesco siamo ospiti di Benoît, nella sua casa di Parigi, ascoltiamo spesso dischi insieme. In quelle occasioni ho scoperto Turning Point l'album con John Gilmore, Paul Bley, Gary Peacock e Paul Motian. Oppure African Space Program di Dollar Brand. Ad un certo punto sento una tromba e dico: "Ma questo è Enrico!!!" Guardiamo il booklet e verifichiamo che c'è una foto del gruppo con tutti neri e un solo bianco: Enrico Rava.
AAJ: Sul nuovo disco c'è una presentazione che termina con questa frase: In un mondo moderno dove tutto sembra replicabile, siamo convinti che nessuna tecnologia possa riprodurre quel processo profondamente umano che porta alla realizzazione della propria immaginazione. Quali sono i motivi di questa precisazione?
FD: Per chiarire parto dalla spiegazione del titolo, La gomma di Dante che è anche un brano di Benoît ed è il frutto di sue riflessioni condivise con noi. La sua ispirazione viene dalla vista dei manoscritti di Dante, in cui ci sono tantissime cancellature. Come gli scultori tolgono il superfluo da un pezzo di marmo grezzo per far emergere quello che vedono dentro, anche un brano musicale è spesso il risultato di tante "cancellature" rispetto all'idea iniziale. Il processo artistico è unico, inimitabile e strettamente umano e la provocazione è rispetto ai tempi attuali dove con l'IA si possono fare tante cose utili ma non crediamo si possa sostituire la fantasia umana. Abbiamo scritto così un testo per racchiudere le nostre riflessioni e sottolineare l'importanza del processo creativo, un aspetto della musica che ci riguarda direttamente.
AAJ: Io ho interpretato questa frase come una critica all'ideologia transumanista che vuol soppiantare l'essere umano con delle macchine. Un'ideologia che ritengo delirante in quanto l'uomo ha una dimensione psicologica e spirituale non replicabile. L'arte non è il risultato di una programmazione di elementi che si incastrano.
FD: Io non sono contro la tecnologia, le macchine o l'IA. Ben vengano se sostituiscono i lavori alienanti, le attività inutilmente ripetitive lasciando il tempo all'immaginazione, alla creatività, allo sviluppo dei caratteri prettamente umani. É invece paradossale che questa deriva capitalistica pensi così tanto a sostituire la creatività umana.
AAJ: Vorrei parlare della tua relazione con Francesco Bigoni, che va avanti ormai da oltre un decennio...
FD: Ben più di un decennio, inizia dal 2007! Il primo disco, Purple Bra per l'Auand Records di Marco Valente, l'abbiamo registrato nel 2009, è uscito nel 2010 e suonavamo già insieme da due/tre anni.
AAJ: Quali sono le ragioni di questa collaborazione, che vedo rinnovarsi continuamente?
FD: Andai a un concerto della Cosmic Band di Gianluca Petrella, di cui Francesco faceva parte, e rimasi estasiato dal suo suono. Lo chiamai proponendogli di collaborare e da allora non ho smesso di apprezzare la sua flessibilità e la sua musicalità a tutto tondo. Francesco è anche un grande studioso e da luicome da tutti i musicisti con cui collaboroimparo tantissimo, ricevo un mare di stimoli.
AAJ: Passiamo al nuovo disco dei Fearless Five. Quando è stato registrato e che repertorio avete inciso?
FD: Innanzi tutto vede la partecipazione di Joe Lovano come ospite e l'abbiamo registrato nel luglio scorso all'Auditorium Parco della Musica. Per la prima volta Enrico ci ha invitato a scrivere e ognuno di noi ha contribuito con delle composizioni, evidenziando la forte coesione collettiva. Questo è il quarto disco che incido con Enrico ed è la prima volta che mi accade di scrivere un brano per lui. Inoltre per me è stato quasi uno choc registrare a fianco di Joe Lovano, un sassofonista che ho apprezzato tantissimo da adolescente nei dischi con John Scofield e in trio con Paul Motian e Bill Frisell.
AAJ: S'è integrato bene nello spirito del gruppo?
FD: Assolutamente. Sentirlo e vederlo assieme a Enrico è stato molto bello e Joe è entrato subito nel sound del gruppo. Sono felice di suonare con i Fearless perché c'è voglia di stare insieme ed entusiasmo. Enrico non parla mai di generi musicali. Quello che a lui interessa è che ci sia una reattività da parte dei musicisti. Spero che un giorno esca anche un live, perché il gruppo dà molto in quel contesto.
AAJ: Un breve bilancio della tua lunga partnership con Enrico Rava. Lui apprezza la chitarra perché gli lascia più libertà del pianoforte e in particolare te che gli presenti stimoli inattesi...
FD: Lo spero! La mia frequentazione con Enrico risale alle mie prime esperienze didattiche a Siena Jazz quando avevo ancora 17 anni. In quel primo laboratorio eravamo tutti emozionatissimi e il nostro "Stella by Starlight" fu definito da Enrico la più brutta versione mai suonata di quel brano... non riuscivo più a suonare! Anni dopo frequentai il master biennale "In.JaM" sempre a Siena e si presentarono nuove occasioni di incontro con Enrico. Per farla breve, nel 2011 sono a New York dopo un breve periodo di studi presso la New School, e ricevo una mail da Mario Guidi, il suo manager storico, con la proposta di un concerto con il gruppo Standards di Enrico, presso il jazz club Il Moro, a Cava dei Tirreni. Io accetto immediatamente e pochi mesi dopo prendo l'aereo e giungo direttamente al club nel giorno fissato.
Enrico mi vede arrivare con una valigia grande come una casa e quando capisce da dove vengo mi dice: "Ma tu vieni da New York per suonare con me? Ma chi te lo fa fare..." Fu quello il nostro primo concerto. Quand'ero adolescente Enrico era una figura leggendaria e il rapporto con lui è iniziato con un misto di spericolatezza e timore reverenziale, dovuto alla sua storia musicale, alla chiarezza d'intenti e all'autorevolezza che esprime sul palco e fuori. Musicalmente Enrico chiede di essere presente, di dare sempre spunti creativi e inattesi e credo d' aver risposto in qualche modo alle sue giuste "pretese." Lui apprezza molto i suoni elettrici ed elettronici sulla chitarra e mi ha permesso sempre di sperimentare. Poi negli anni il rapporto musicale è cresciuto e anche il rapporto umano è diventato più bello e confidenziale, anche perché mi sono sentito più spontaneo.
AAJ: I restanti tuoi dischi in uscita sono col gruppo cooperativo tellKujira e col sestetto Abhra. Iniziamo a parlare del primo?
FD: Il disco dei tellKujira s'intitola La lucha es un poema colectivo (Superpang) e del gruppo fanno parte Agnese Amico al violino (da fine 2025 al posto di Ambra Chiara Michelangeli, che è presente sul disco), Francesco Guerri al violoncello e Stefano Calderano alla chitarra. È molto diverso dal primo uscito nel 2023 e nasce da una residenza di un mese all'IRCAM di Parigi per sperimentare un software che utilizza l'intelligenza artificiale col contributo di Marco Fiorini, nostro referente e collaboratore all'IRCAM. La proposta era di testare il loro software Somax, sviluppato per la composizione e improvvisazione interattiva in tempo reale. È interessante come questa esperienza sia legata alle riflessioni di cui parlavamo, a proposito della I.A. Dopo un po' di lavoro abbiamo apprezzato le risposte del software alle nostre improvvisazioni ma ci siamo anche chiesti: "Bello, bellissimo ma che ce ne facciamo?" Sulla spinta iniziale di Stefano Calderano abbiamo provato a usarlo in modo compositivo, pensando a dei suoni particolari in un contesto narrativo, drammaturgico. È iniziato così il processo che ci ha portato all'ideazione del disco. Noi operavamo al Centre Pompidou, che fa capo alla stessa amministrazione dell'IRCAM e in quelle settimane c'era uno sciopero dei loro lavoratori. Questo ci ha ulteriormente colpito e ispirato a creare a una forte interazione tra musiche diverse, paesaggi sonori astratti e innesti di vario genere. In particolare field recordings, campionamenti e architetture sonore che integrassero tutto questo materiale con il suono dei nostri strumenti.
AAJ: C'è una spiegazione per il titolo?
FD: Abbiamo preso spunto da tutto questo e citato una frase usata per la prima volta dall'artista e attivista femminista Mar Maremoto, l'8 Marzo del 2004 e che a noi è arrivata attraverso l'opera dell'artista argentino Prensa La Libertad.
AAJ: Suonerete in Italia a breve?
FD: Si. Sicuramente il primo ottobre a Roma, presso il Fanfulla, con altre date al nord a fine novembre. Per il 2027 siamo in fase di organizzazione. È un gruppo trasversale, la musica è ricchissima e va in tante direzioni anche se l'idea sonora è molto definita. Sul palco aggiungiamo ai nostri strumenti d'elezione sintetizzatori e campionatori per soddisfare le nostre esigenze sonore e di fatto ci esibiamo sia nel circuito jazz sia in circuiti di musica contemporanea/elettronica e indie. Abbiamo dato concerti nei festival di Moers, Umbria, Torino e Südtirol, più esibizioni al Tanca fest, al Baumhaus di Bologna, al Centro d'arte di Padova, all'Area Sismica e allo Spazio Musica di Cagliari.
AAJ: Parlaci della partnership col sestetto Abhra di Julien Pontvianne.
FD: Di questi tempi è una cosa molto bella che un gruppo abbia una storia lunga da poter raccontare. Abhra nasce nel 2014 e il primo disco omonimo è stato pubblicato nel 2016. A questo è seguito Seven Poems on Water nel 2022. Lo considero un gruppo bellissimo e dalla forte identità collettiva; la musicaideata da Julien-è una sorta di folk onirico, per quanto sia difficile etichettarla. Nel primo disco ci sono Lauren Kinsella alla voce e Hannah Marshall al violoncello e dal secondo disco in poi sono sostituite da Adéle Viret e Isabel Sörling, mentre il nucleoche non è cambiatocomprende me, Julien al sax, Alexandre Herer al pianoforte e Fender Rhodes e Matteo Bortone al contrabbasso. Collaboro con Matteo da molti anni ed è stato lui a farmeli conoscere nel 2008, quando ho iniziato a frequentare Parigi, in quanto frequentavano lo stesso conservatorio. Pur essendo il gruppo di Julien lo sento molto vicino: la sua scrittura è molto accurata ma in sede di esecuzione tende a semplificare al massimo come dimostra particolarmente in quest'ultimo disco intitolato Seven Poems on Drought.
AAJ: Se dovessimo parlare dei numerosi gruppi di cui hai fatto parte non finiremmo più. Quali sono state le collaborazioni più formative?
FD: Un momento importante è stato l'incontro con Bobby Previte da cui nacque il gruppo Plutino, con Beppe Scardino. Nel periodo in cui ero a New York, Previte si rivolse all'agente Giovanna Mascetti chiedendole un musicista europeo da scritturare. Lei gli fece il mio nome e iniziai a collaborare fino alla costituzione di Plutino. Purtroppo in quella fase il mercato americano per i musicisti fuori dal mainstream non era ricettivo e il gruppo non decollò. Facemmo un tour italiano, un concerto a Saalfenden e incidemmo un disco molto aperto, in cui Bobby mi spinse ad usare un suono rock, un approccio potente.
Fu importante perché ho sentito che il lavoro che avevo maturato fino allora era funzionale anche con musicisti con cui non mi sarei aspettato di collaborare. Un altro momento per me fondamentale è stato Yellow Squeeds, il quintetto con cui ho inciso due dischi tra il 2015 e il 2029, perché ho potuto lavorare molto sull'aspetto compositivo e ritmico. Avevo accanto partner incredibili come Francesco Lento, uno dei trombettisti che amo di più, per non parlare di Enrico Morello, Enrico Zanisi e Glauco Benedetti. Ricordo ancora la lunga collaborazione col gruppo di Matteo Bortone, Travelers, diventato poi No Land's. Ho imparato tantissimo dai musicisti fenomenali che hanno fatto parte del gruppo e dalle architetture compositive di Matteo, che scrive benissimo oltre ad essere un musicista fuori dal comune. Abbiamo inciso tre dischi e viaggiato in tutto il mondo. Infine mi sento di citare un'esperienza veramente pazzesca, sia umanamente che musicalmente, a cui ho preso parte per ben sei anni: Myanmarmeetseurope, un progetto ideato da Tim Isfort che mi ha portato numerose volte in Birmania fra il 2011 e il 2016, prima dei recenti eventi politici. In quegli anni ho preso parte a residenze artistiche e tour internazionali con un gruppo per metà composto da improvvisatori europei e per metà da musicisti tradizionali birmani.
AAJ: I primi chitarristi che ascoltavi da giovane erano legati al mondo del jazz o del rock?
FD: Quando ho iniziato a suonare la chitarra ho avuto un momento di fascinazioni per Joe Satriani, Robben Ford, Steve Vai e Scott Henderson. Poi nel mio percorso di studi iniziali ho incontrato Roberto Spadoni che mi ha fatto scoprire Jim Hall e la generazione di Bill Frisell, Bill Frisell, Pat Metheny, John Abercrombie eccetera. In seguito, intorno ai vent'anni ho riscoperto un sacco di altra musica che avevo trascurato come Radiohead, Jeff Buckley fino a includere cose molto differenti come l'hip hop, la musica tradizionale cubana, la scena Indie. In anni più recenti Stefano Calderano mi ha fatto scoprire moltissima musica proveniente dal punk e dalla scena underground di Chicago. Più recentemente, negli anni della pandemia, ho seguito le lezioni on line di Jen Shyu e poi ho studiato privatamente con Steve Coleman, un musicista strepitoso che ha sempre svolto ricerche personali. Quello è stato un altro momento importante per me: lui ha insistito molto su Charlie Parker e Von Freeman, oltre a darmi moltissimi stimoli ritmici, melodici ed extra musicali: ha cambiato molte cose nel mio approccio alla musica.
AAJ: In conclusione dell'intervista hai qualcosa da aggiungere?
FD: Una cosa che mi preme sottolineare riguarda la mia visione della musica. In questi anni cerco di legarmi a musiciste e musicisti che non solo stimo e da cui apprendo molto, ma che siano ricettivi rispetto al "diverso." Ricettività che parte dal modo in cui si approccia la vitacredoe poi si trasferisce in una certa apertura e flessibilità in musica. Sono interessato a proporre una musica che sia identitaria al punto da poter essere sempre accogliente verso gli stimoli che provengono da quello che mi circonda, e che non abbia paura di confrontarsi con tutto ciò che può rappresentare qualcosa di differente rispetto al percorso che si sta facendo, senza doversi snaturare, chiaramente. Credo che simbolicamente questo mio sentire abbia una corrispondenza al di fuori della musica nell'accettazione del diverso, e in questo momento storico non è scontato se penso al trattamento riservato alle persone di nazionalità diversa dalla propria, ai migranti, alle minoranze, alle donne, e via via fino a giungere ai cambiamenti che ci riguardano ogni giorno. In fondo quella reattività in senso strettamente musicale è la stessa che cerco e chiedo nella vita di tutti i giorni.
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