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Roberto Gatto: vivere sbagliando è una gran perdita di tempo

Daniele Vogrig By

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Tra una lezione e l'altra, abbiamo incontrato Roberto Gatto nel suo studio presso il Conservatorio di Latina, dove è titolare della cattedra di batteria e percussioni jazz. Ripercorrendo la carriera di uno tra i più illustri batteristi del panorama jazz italiano e internazionale, ne è scaturita una lunga e piacevole chiacchierata fra aneddoti, ricordi e progetti di ieri e oggi...

All About Jazz: Fra i tuoi più recenti lavori spicca un progetto dedicato a Frank Zappa, realizzato insieme ai Quintorigo. Come nasce questa vostra collaborazione?

Roberto Gatto: Ho cominciato a collaborare con i Quintorigo all'epoca del loro esordio discografico. Hanno una grande passione per il jazz e tra i sogni nel cassetto avevano anche quello di coinvolgermi. Mi chiesero di partecipare al disco di debutto, quando alla voce c'era ancora John De Leo, e poi anche al secondo. L'idea di interpretare il repertorio zappiano esisteva da molti anni, da quando abbiamo iniziato a incrociarci in vari contesti concertistici. Personalmente, io avevo questo grande desiderio di fare qualcosa su Frank Zappa perché è stato un musicista che ho amato moltissimo e che ho avuto anche il piacere di vedere dal vivo. Siccome Zappa è pure molto difficile da eseguire, ho pensato che i Quintorigo avessero il giusto organico... giusto e, allo stesso tempo, "insolito" rispetto a quelli che normalmente si utilizzano per eseguire il suo repertorio, che prevedono il recupero integrale delle originali orchestrazioni, oppure organici alternativi, come le orchestre sinfoniche o da camera. Proposi questa idea ai membri dei Quintorigo quando ci incrociammo in un'edizione di Umbria Jazz Winter in cui erano stati invitati per un omaggio a Jimi Hendrix. Dopo quasi un anno ci siamo risentiti e abbiamo iniziato a lavorare. Pensammo al repertorio e soprattutto a chi doveva metterci mano... Alcune cose le orchestrai io, ad altre ci pensarono loro. Poi abbiamo iniziato a provare, a lavorare sui singoli pezzi che ognuno di noi aveva riarrangiato. Ci siamo chiusi in sala prove per una settimana e, dopo aver constatato che il tutto funzionava molto bene, abbiamo iniziato a organizzare un tour, facendo poi un sacco di date. Dopo una pausa di riflessione questo inverno abbiamo ricominciato a lavorare assieme. Il gruppo è pronto e soprattutto la musica funziona sempre meglio. Si parla quindi di una realtà assolutamente operativa, c'è richiesta e ci divertiamo moltissimo nel suonare questo repertorio.

AAJ: Insieme a Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli sei stato membro del Trio di Roma. Qual è attualmente lo stato di questo tuo storico ensemble? Si può parlare di scioglimento o di sospensione dei lavori?

RG: Sotto il nome Trio di Roma abbiamo lavorato soprattutto come sezione ritmica accompagnando parecchi musicisti americani. Non abbiamo mai fatto moltissimi concerti solo noi tre. Il gruppo nacque negli anni del liceo, e con il passar del tempo è stato normale che ognuno di noi prendesse una propria strada e sviluppasse una personale idea di musica. Perciò la nostra è stata una separazione serena, anche se di base si può parlare di una sospensione dei lavori... Tre o quattro anni fa abbiamo realizzato un disco, al quale sono seguiti un paio di concerti. C'è da considerare anche il fatto che Danilo ed Enzo, oltre a far parte del Trio di Roma, avevano anche i Doctor 3, formazione per molti versi analoga. Quindi mantenere in vita questi due progetti molto simili tra loro non aveva un gran senso. Inoltre, i Doctor 3 hanno anche riscosso un discreto successo discografico, sin dalle loro prime pubblicazioni, e probabilmente ciò ha anche un po' appannato l'idea del Trio di Roma, nonostante il seguito che avevamo.

AAJ: A partire dagli anni Settanta hai accompagnato molti mostri sacri del jazz statunitense. Quale eredità hanno lasciato nella tua musica, nel tuo stile?

RG: Ciascuno dei musicisti con cui ho suonato mi ha inevitabilmente regalato qualcosa di molto importante, a livello di crescita personale e presa di coscienza di quel che per me significa suonare. Probabilmente al tempo non sapevamo fino in fondo chi avevamo davanti, perché eravamo molto giovani... Negli anni Settanta iniziammo a suonare questa musica e cominciavamo a farci appena un'idea di chi fossero i grandi maestri del jazz. Quando sei giovane e incontri musicisti del genere non ti rendi completamente conto della fortuna che stai avendo. Solo con il passare del tempo capisci che cosa vuol dire avere avuto a che fare con personaggi di quel calibro. Ciascuno di loro ci ha lasciato un enorme bagaglio di emozioni ed esperienze, a volte anche complicate. Avere a che fare con musicisti come Steve Grossman o Chet Baker, i quali notoriamente avevano problemi legati all'uso di droghe e ai loro caratteri difficili, creava sempre una certa tensione all'interno del gruppo. Girare e suonare con loro rappresentava sempre un salto nel buio. Ma superati problemi di tal sorta, che poi erano all'ordine del giorno in quegli anni, in fin dei conti noi eravamo giovani e loro sapevano perfettamente di avere accanto musicisti di talento, così come sapevano che noi imparavamo qualsiasi cosa loro eseguissero. Perciò abbiamo maturato un'esperienza unica, cimentandoci con un tipo di musica dalla quale non si finisce mai di imparare.

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