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Bill Dixon e Cecil Taylor: iniziò a Verona

Angelo Leonardi By

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La pubblicazione di quest'inedita incisione in studio documenta un momento storico: il magistrale e fugace confronto artistico tra Bill Dixon e Cecil Taylor dell'estate 1992.

I due protagonisti del free dettero il 25 giugno di quell'anno un concerto a Verona Jazz, nei giorni seguenti s'esibirono a Vienne (Francia) e subito dopo entrarono in studio a Villeurbanne per documentare i brani ora pubblicati. L'allora direttore di "Musica Jazz," Pino Candini, definì il concerto veronese "un incontro avvenuto sotto il segno di temeraria originalità, quanto mai auspicabile nel mare di ovvietà in cui galleggia tanta musica d'oggi."

Era trascorso un quarto di secolo da Conquistador, l'ultima collaborazione tra i due maestri, e quell'anteprima caratterizzò l'edizione del festival scaligero. Il mare dell'ovvietà non era poi così profondo a Verona: il programma comprendeva il trio Jimmy Giuffre-Paul Bley- Steve Swallow, il quintetto di Roswell Rudd, il trio Milford Graves-William Parker-Charles Gayle, l'orchestra di Mario Bauza, Wynton Marsalis, James Carter, Borah Bergman eccetera. Altri tempi e altri cartelloni.

Il duo Dixon-Taylor fu propiziato da Nicola Tessitore, co-direttore artistico di Verona Jazz, che s'era recato nel novembre 1991 a New York per definire la collaborazione, in un programma pensato per ospitare alcuni protagonisti dell'October Revolution in Jazz.
"Ci incontrammo a cena in un ristorante del Village—ricorda Tessitore—ma io non chiesi espressamente il duo, furono loro a decidere quell'organico. Avevo invitato Bill in prima europea a Verona nel 1980 e Cecil poco tempo dopo. Non avevano più collaborato dal 1966 e volevo riascoltarli assieme. Il concerto ebbe luogo in un momento convulso per il trasferimento—causa un forte temporale -dal Teatro Romano in un luogo chiuso ma la cosa non li turbò. Non avevano programmato alcuna prova e l'intesa che scaturì a Verona servì certo all'incisione in studio."

Gli undici episodi musicali di questo doppio vinile, prodotto da Sharon Vogel, furono registrati nella sala La Masterbox dell'École Nationale de Musique di Villeurbanne, vicino Lyon. Quasi tutti i brani scelti (già allora da Dixon e Taylor) vengono dalla session del secondo giorno, il 3 luglio.

La performance in duo è presente in tutta la storia del jazz a partire dal confronto tra Louis Armstrong ed Earl Hines ma sono stati i decenni sessanta/settanta a registrare la sua definitiva affermazione. Nei sixties la formula fu scelta dai protagonisti del free (Eric Dolphy-Richard Davis o John Coltrane-Elvin Jones o Rashied Ali; e ancora Don Cherry-Ed Blackwell) e da altri innovatori (Bill Evans-Jim Hall, Lee Konitz con vari partner) ma nel decennio successivo la formula prosperò in ogni ambito: dall'evento storico Max Roach-Anthony Braxton al noto sodalizio Gary Burton-Chick Corea. Tra i grandi confronti degli anni ottanta ricordiamo il duo Gil Evans-Steve Lacy in Paris Blues.

Da intransigenti protagonisti della "New Thing," Cecil Taylor e Bill Dixon crearono un duo fortemente innovativo, mettendo in gioco le differenti sensibilità in un confronto a tutto campo giocato essenzialmente sulla sperimentazione ritmica e timbrica, senza dimenticare la ricerca di un disegno organico, ricco di episodi d'astratto lirismo. Forte tensione narrativa, dunque, inusuale in una musica del tutto improvvisata e neppure progettata nelle sue linee essenziali.

Nei due dischi, alcuni brani molto lunghi si alternano ad altri brevi. "Piece Three" si estende per quasi ventun minuti, "Piece Five" e Piece Ten" si snodano rispettivamente per sedici e quattordici minuti e mezzo, altri ancora sono intorno ai dieci. Nonostante l'impegno dell'ascoltatore nel seguire un confronto melodicamente astratto, sono questi gli episodi più coinvolgenti, quelli che regalano le maggiori gratificazioni. Un elemento da sottolineare è il profondo rispetto di ognuno per la sensibilità dell'altro: una complementarità di fondo che diventa affinità, e occasione per soluzioni fortemente condivise. L'attenzione reciproca è alta e le occasioni d'emergere per entrambi si sviluppano con naturalezza, senza forzature.

Ogni brano è un'"opera aperta" in cui ogni fruitore troverà sempre nuove sorprese ed è ovviamente impossibile entrare nei dettagli. Sul pregnante (ma anche sensibile) pianismo di Taylor, il lirismo e le soluzioni timbriche di Bill Dixon restano un ricordo indelebile, di forte suggestione: le sue lunghe evanescenti note si stagliano con esemplare purezza, alternandosi ad altre rumoristiche o riverberate dall'elettronica. Momenti di lacerante bellezza, che lasciano incantati.

L'importanza di Cecil Taylor nella storia del jazz è nota ma va ribadito che Bill Dixon non è stato solo un nome chiave del free jazz e un raro educatore ma il più intransigente e audace sperimentatore che la tromba afro-americana ricordi.

Questa preziosa edizione di due Long Playing è pubblicata in 665 copie dalla Triple Point Records al prezzo di 94 dollari. Le note sono di Ben Young e in quarta di copertina spicca la bella foto di Elena Carminati.

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