Home » Articoli » Live Review » Umbria Jazz Winter a Orvieto
Umbria Jazz Winter a Orvieto
Varie sedi
Orvieto
30 dicembre 20253 gennaio 2026
A differenza di tutti gli altri anni recenti, sui main stage di questa 32^ edizione di Umbria Jazz Winteril Teatro Macinelli, il Museo Emilio Greco e il Palazzo del Popolonon erano presenti esponenti dell'attuale scena statunitense in veste di leader. Dopo il concertone iniziale3 Together, che ha riunito in un unico concerto Stefano Bollani, Dado Moroni e Danilo Rea, una sorta di replica tutta pianistica e italiana dello storico I Tre Tenoriil programma ha proposto per lo più protagonisti più o meno noti del panorama jazzistico italiano, ognuno dei quali ha beneficiato di più apparizioni, di solito quattro, dando la possibilità al pubblico e alla critica di verificare il loro rendimento in sedi e orari diversi. Avendo partecipato alle ultime tre giornate del festival, riferirò delle impressioni, per lo più positive, ricevute nei concerti ascoltati.
Dei quattro concerti, tutti al Teatro Mancinelli, tenuti da Fabrizio Bosso, con gruppi e progetti ogni volta diversi, ho potuto seguirne solo tre. Di questi, quello alla testa del suo quartetto è risultato il più collaudato e prevedibile, in quanto in tante altre occasioni nel recente passato si è potuto ascoltare la formazione, che ha già una decina d'anni al suo attivo. I partnerJulian Oliver Mazzariello con il suo pianismo risoluto e percussivo, Jacopo Ferrazza, autore di una sicura pulsazione al contrabbasso, e l'inventivo batterista Nicola Angeluccihanno validamente contornato la tromba cangiante del leader, che solo a tratti si è profuso in veloci fraseggi con virtuosistica frenesia. Anzi va detto che in questa apparizione orvietana è prevalsa una conduzione relativamente trattenuta e riflessiva, alternando sapienti cambi di dinamiche e curando le inflessioni del sound. L'aver previlegiato, tutto sommato, la distensione delle ballad con accenti di poetico lirismo anziché l'eccitazione dei tempi veloci si è dimostrata una prova di maturità da parte del cinquantaduenne trombettista e leader torinese.
Nel progetto About Ten si è invece rinnovato il sodalizio fra Bosso e l'indispensabile e pregevole lavoro dell'arrangiatore e direttore d'orchestra Paolo Silvestri, iniziato una ventina d'anni fa e proseguito in seguito con progetti saltuari ma ben mirati. In questo contesto il portante quartetto "storico" è stato integrato da un sestetto di giovani e agguerriti fiati. Nella re-interpretazione di standard arcinoti, appunto gli arrangiamenti di Silvestri, super esperto in questo tipo di operazioni, sono riusciti a compenetrare i due gruppi, donando all'esibizione una pienezza straordinaria, traboccante di episodi incisivi e di una grande freschezza dinamica. Ai giovani fiati non è mancata l'opportunità di emergere in assoli significativi: all'eloquio tagliente e lucidamente articolato del contraltista Lorenzo Simoni hanno fatto riscontro l'intervento insinuante e gonfio di Paolo Maffi al tenore e quello mutevole e zelante del baritonista Andrea Iurianello. Oltre a Bosso, la cui tromba, ora rotonda e perentoria ora funambolica, si è imposta in ogni brano, dando voce a umori sempre diversi, si è distinto anche Mazzariello, che si è mosso con sorprendente autorevolezza.
La collaborazione fra Bosso e Rosario Giuliani risale addirittura al 1999, quando il sassofonista partecipò all'incisione di uno dei primi dischi del trombettista, edito dalla Red Records l'anno seguente; da allora il loro rapporto musicale, oltre che umano, si è ripetuto più volte sia su disco che sul palco. In questa edizione di UJW, con il progetto Ornettology i due comprimari si sono confermati dotati di un affiatamento esemplare nell'affrontare con esuberanza questo secondo omaggio (dopo The Golden Circle, uscito nel 2013 per la Via Veneto) dedicato al grande Ornette nel decennale della sua scomparsa. Il quartetto senza pianoforte era completato da due propositivi partner, già al fianco di Giuliani in altri contesti: il ventinovenne Giulio Scianatico al contrabbasso e il russo Sasha Mashin alla batteria. La performance ha alternato brani originali ai temi inconfondibili di Coleman: "Peace," "Lonely Woman," "Chronology," "Congeniality..." Gli arrangiamenti di questa soggettiva rivisitazione del mondo colemaniano sono serviti da trampolino di lancio per gli assoli dei due fiati, ora levigati, dai colori accesi e netti, ora più estremi, innescando vere e proprie cascate di suono dai risvolti lirici e visionari.
Con la sua iniziativa Pepper Legacy, da decenni il sassofonista Gaspare Pasini si è dedicato al recupero della figura e della musica del maestro americano, anche grazie ai contatti avuti con la vedova Laurie. Al 2013 risale l'incisione dell'omonimo doppio CD, poi opportunamente edito dalla Red Records nel 2024, in cui fra l'altro vengono riproposti alcuni brani composti da Pepper nell'ultima parte della sua vita, senza che lui ne lasciasse traccia discografica: "One for the Bartender," "Blues 33...," ma anche l'altrettanto inedito "Au revoir Mrs Poivre," scritto da Phil Woods in omaggio al collega appena deceduto. Con questi brani il contraltista friulano ha aperto i suoi concerti al festival umbro alla testa di un quintetto che includeva due degli accompagnatori abituali del maestro: il contrabbassista David Williams e il pianista George Cables. Completavano la formazione il più giovane batterista californiano Willie Jones III e, come ospite, il tenorista Piero Odorici, personaggio ben noto al pubblico di Umbria Jazz. Il repertorio ha inoltre compreso "Landscapes," la ballad "Our Song," incisa nel 1981 da Art in duo con Cables, e il motorio e protratto "Mambo Koyama," con cui spesso Pepper siglava le sue apparizioni.
Può sembrare arduo da sostenere, eppure nel contralto di Pasini è riecheggiato in parte quello dell'ultimo periodo del maestro preso a modello: il fraseggio nervoso e imprevedibile, fra pause e accidenti dinamici, si è ammantato di un'intonazione ondivaga, passando da note afone nel registro medio a evoluzioni affastellate nel registro acuto, fino a raggiungere frullati e note strozzate. Al contralto del leader ha avuto modo di fare da contraltare il tenore del bolognese Odorici, il cui fraseggiare, sempre fluido e ben costruito, ha contrapposto le note lunghe e liriche degli incipit, facendole subito seguire da movimentate serie di scale ed arabeschi; un linguaggio che potrebbe ricordare quello degli anni Cinquanta di Coltrane, del quale nel 2026 ricorre il centenario della nascita. Come sempre hanno sorpreso la chiarezza d'idee e la decisa determinazione con cui il pianista ultraottantenne ha dato forma ed espressione al suo linguaggio pianistico, mentre in perfetta sintonia si sono inseriti i contributi di basso e batteria. In definitiva l'autenticità d'ispirazione, lo stretto interplay e la motivazione nell'interpretazione hanno rappresentato le carte vincenti di questo omaggio ad Art Pepper.
Le quattro solo-performance di Enrico Pieranunzi, fra propri original e standard rivisitati, hanno confermato tutto il mondo poetico ed espressivo del pianista romano. Fra gli standard hanno spiccato "I Can't Get Started" di Vernon Duke, un'estesa ed elaborata versione di "Yesterdays" scritto da Jerome Kern, "Very Early" di Bill Evans... Nel bis Pieranunzi ha voluto ricordare la sua massiccia partecipazione in qualità di esecutore, fra il 1973 e il 1988, alle colonne sonore per Cinecittà, riprendendo il tema di Ennio Morricone dal film Il clan dei siciliani. Partendo da introduzioni meditabonde e pacate, quasi reticenti, le sue interpretazioni hanno poi generato una graduale coloritura e un rafforzamento degli andamenti melodico-ritmici, della partecipazione emotiva e del senso narrativo. Anche nei suoi original, fra i quali ricordo "From E to C," un brano dedicato a Chet Baker e inciso in trio con Marc Johnson e Joey Baron, ha elargito poetiche e danzanti atmosfere, fra struggenti nostalgie, meditative introspezioni e swinganti accelerazioni. A margine dei concerti va ricordata la presentazione del libro di Pieranunzi Bill Evans. Ritratto d'artista con pianoforte, riedito per i tipi del Saggiatore con l'introduzione di Carlo Serra; l'incontro, guidato da Marco Molendini al Teatro del Carmine affollato fino all'inverosimile, ha dato lo spunto al pianista per rivelazioni e rievocazioni personali, ora gustosissime ora drammatiche, riguardanti il mondo del jazz da lui frequentato dal 1970 in poi.
Il progetto di Eklektik, il disco di Antonio Faraò edito nel 2017 dalla Warner Music Italy, è stato ripreso con una formazione del tutto rinnovata e inedita, alla sua prima apparizione appunto a UJW. La voce scandita e tonante del rapper Max Mbassadò, il fluido e acidulo contralto di Mauro Capitale, l'imperterrita fissità ritmica del basso elettrico di Ameen Saleem e il drumming forse più mobile e incisivo di Jay Kalo hanno attorniato con efficacia il periodare esuberante ed irruento del leader al pianoforte e al piano elettrico. Non si può parlare, come si poteva auspicare, di una proposta elettrica, estrema e innovativa, ma piuttosto di un personale compendio di modalità tecnico-espressive già in voga in certo jazz del passato. Si sono susseguiti infatti sapori esotizzanti, evocativi e liquidi viaggi in luoghi immaginari, incalzanti andamenti tipici del Funky, della Fusion e di altre correnti crossover... Nella parte finale del concerto è stata chiamata sul palco l'apprezzabile cantante Roberta Gentile, che ha inserito interventi improntati a un generico pop-jazz.
I fratelli Grassoil trentasettenne chitarrista Pasquale e il trentanovenne sassofonista Luiginon sono particolarmente noti in Italia per il fatto che le loro attività musicali si sono svolte maggiormente all'estero: Pasquale da una quindicina d'anni risiede a New York dove fra l'altro ha collaborato con Samara Joy e inciso una serie di CD tematici per la Sony, Luigi invece ha lavorato prevalentemente in Francia e Germania, suonando per esempio con la NDR Big Band. Ad UJW si sono presentati in quartetto, assecondati dai due lodevoli statunitensi che fanno parte del trio di Pasquale: Mathias Allamane al contrabbasso e Keith Balla alla batteria. I due co-leader si sono dimostrati in possesso di una tecnica superlativa e di una forte personalità. Al virtuosismo classico del chitarrista, che ha mostrato spunti poetici e perfino austeri, si è contrapposto l'altrettanto virtuoso sassofonista, che si è alternato al contralto, al baritono e al clarinetto basso, inoltrandosi in una pronuncia più spericolata e spiritata, al limite dello sberleffo umoristico. Resta solo da augurarsi che due autentici talenti quali sono, anziché interpretare con partecipazione esclusivamente noti standard, sappiano elaborare una visione più personale.
L'aspetto brioso, ammiccante, seducente della quarantottenne cantante Emma Smith, figlia d'arte nata nel Nord di Londra, si riflette in tutte le componenti delle sue interpretazioni. A Orvieto il suo repertorio, oltre a proporre propri original, ha attinto dai successi di Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, George Michael, Barbra Streisand..., facendoli precedere da introduzioni verbali tese a stabilire un rapporto colloquiale con il pubblico. La sua voce calda, ben impostata sul registro medio, si è inoltrata in modulazioni di maniera, swinganti e sensuali, in opportune soluzioni dinamiche e talvolta nell'uso di uno scat piuttosto risaputo. In estrema sintesi sembra che la cantante inglese, accompagnata da un trio che ha raggiunto appena la sufficienza, si prodighi per emergere a livello internazionale senza però trasgredire i caratteri più consolidati di una certa tradizione canora jazzistica e senza riuscire a suscitare emozioni intense e inedite.
Vale la pena inoltre di riferire di un'importante iniziativa collaterale: la presentazione, al Palazzo dei Sette, del libro Il jazz in Italia: dagli anni Sessanta al terzo millennio, il monumentale terzo volume della storia scritta dal compianto Adriano Mazzoletti, curato da Marcello Piras ed edito recentemente dalla EDT. Gli interventi, coordinati dalla vedova Anna Maria Pivato e da Carlo Pagnotta, storico pilastro di Umbria Jazz, hanno fornito una polifonia di voci sempre diverse a commento degli infiniti spunti offerti da quest'opera, frutto personalissimo di una vita intera. Oltre al sottoscritto, hanno partecipato al dibattito Enrico Pieranunzi, la stessa Pivato, Ugo Sbisà e Marco Molendini. Con l'occasione è stata ufficializzata la donazione a Umbria Jazz da parte della vedova dell'immenso archivio che Adriano Mazzoletti ha raccolto nell'arco della sua vita. Una donazione certo gratificante per UJ, ma nello stesso tempo onerosa, se si pensa all'impegnativo lavoro da dedicare alla catalogazione e in seguito alla pubblica fruizione della mole immensa di un materiale così prezioso e variegato.
Tags
Live Review
Fabrizio Bosso
Libero Farnè
Italy
Perugia
Stefano Bollani
Dado Moroni
Danilo Rea
Julian Oliver Mazzariello
Jacopo Ferrazza
Nicola Angelucci
Paolo Silvestri
Rosario Giuliani
Gaspare Pasini
Phil Woods
David Williams
George Cables
Willie Jones III
Piero Odorici
Art Pepper
Enrico Pieranunzi
Vernon Duke
Jerom Kern
Bill Evans
Ennio Morricone
Chet Baker
Marc Johnson
Joey Baron
Antonio Faraò
Emma Smith
Sinatra
Ella Fitzgerald
George Michael
Barbra Streisand
Adriano Mazzoletti
PREVIOUS / NEXT
Support All About Jazz
All About Jazz has been a pillar of jazz since 1995, championing it as an art form and, more importantly, supporting the musicians who make it. Our enduring commitment has made "AAJ" one of the most culturally important websites of its kind, read by hundreds of thousands of fans, musicians and industry figures every month.



