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Enrico Rava: ottanta anni suonati

Daniele Vogrig By

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L'ortodossia e l'integralismo sono la madre e il padre di tutti gli orrori del mondo
Viaggi, concerti, aneddoti. Soprattutto, tanta musica. In occasione dell'unica tappa romana del suo 80th Anniversary World Tour presso l'Aula Magna della Sapienza abbiamo incontrato Enrico Rava, che ha ripercorso per i nostri lettori i momenti salienti della sua lunga carriera.

All About Jazz: Partiamo dal tour celebrativo dei tuoi ottanta anni. Accanto a te ci sono Francesco Diodati, Gabriele Evangelista, Enrico Morello, Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, i "giovani leoni" dell'attuale scena jazzistica italiana. Come ti trovi a suonare con loro?

Enrico Rava: Mi trovo molto bene, d'altronde l'età è un semplice dettaglio. Un musicista può avere quattordici o novantaquattro anni, non fa differenza. Quel che per me conta è la maniera in cui si suona e la propria visione della musica. Nonché il saper ascoltare, sempre. Tra pochi giorni sarò in studio con The Dino & Franco Piana Jazz Orchestra, con il quale lavoro benissimo, così come con alcuni studenti dei corsi di Siena Jazz. Quando si suona con la gente giusta l'età si annulla completamente. Sono un musicista che ha avuto molti gruppi, ma alla base di tutti c'è sempre stato il piacere e il desiderio di suonare insieme. E naturalmente un interscambio reciproco e costante di idee ed esperienze.

AAJ: Ripercorriamo invece la tua gioventù. Come hai scoperto il jazz?

ER: Avevo circa sette anni. Mio fratello maggiore aveva una collezione di dischi che comprendeva Louis Armstrong, Jelly Roll Morton, Coleman Hawkins e tanti altri. Mi innamorai follemente, e istantaneamente di Bix Beiderbecke. Ancora oggi resta uno dei miei musicisti preferiti in assoluto. Ero ancora un bambino e già conoscevo a memoria tutti i soli di Bix. Li fischiettavo sempre a mia madre, che era una pianista di indirizzo classico, ragion per cui spesso faticava a distinguerli. Tutto iniziò da lì, dall'ascolto di quei vinili.

Fino a qualche anno prima c'era ancora la guerra. Non c'era da mangiare, i riscaldamenti nelle case nemmeno a parlarne, ogni giorno cadevano bombe. Poi improvvisamente con gli americani sono arrivate un sacco di cose, dalla cioccolata al cinema, passando per i libri tradotti. E naturalmente la musica, il boogie—woogie e il jazz. Per me è stata una novità fortissima, di grande impatto, che non ha fatto altro che crescere nel tempo.

AAJ: Sempre nel corso della tua gioventù due figure centrali sono state Gato Barbieri e Steve Lacy...

ER: Gato era un musicista incredibile, oltre ad essere stata una persona molto importante per me. Fu lui il mio primo "datore di lavoro" e sempre lui mi introdusse in ambienti musicali davvero alti quando ero appena un ragazzo. Mi ha dato fiducia, mi ha permesso di suonargli vicino quando ero ancora un dilettante. Grazie a lui la musica è diventata il mestiere della mia vita. Dopo un anno trascorso nel giro di Gato Steve Lacy mi ha cooptato e portandomi a New York, dove mi ha aperto le porte del jazz d'avanguardia di quegli anni. Quindi, di colpo, mi sono ritrovato a suonare con gente del calibro di Cecil Taylor, a dividere palchi con musicisti che fino a qualche anno prima erano i miei miti.

AAJ: Non a caso nel tuo primo album, Il giro del giorno in ottanta mondi, sono percepibili un buon numero di stili e influenze, dal free alle strutture modali. Quali sono state le fonti di ispirazione per quel lavoro?

ER: Quando ho iniziato a suonare con Steve mi si è aperto un mondo, cioè quello dell'improvvisazione radicale. Tra l'altro abbiamo anche registrato insieme un album, The Forest and the Zoo, che ad esempio in Giappone è considerato una pietra miliare del jazz. Sin dall'inizio ho sperimentato un modo di suonare estremamente personale, al punto che tutt'oggi alcuni musicisti, come ad esempio Peter Evans, mi raccontano di essere stati molto influenzati dal mio sound in quell'album.

Erano i primi anni Settanta, vivevo da poco tempo a New York, e decisi di formare un gruppo con Chip White alla batteria e Bruce Johnson alla chitarra, che tra l'altro era anche uno dei miei migliori amici. Con loro e con Marcello Melis al basso feci una tournée in Italia, dopodiché registrammo insieme Il giro del giorno in ottanta mondi. È un lavoro che per certi aspetti rappresenta un ritorno su binari più melodici, più consueti, pur non tralasciando il bagaglio accumulato fino a quel momento.

Poi suonando con Roswell Rudd ho compreso in modo ancor più profondo l'importanza del dixieland, come genere ma soprattutto come modo di suonare equiparabile a un dialogo tra musicisti, dove ogni strumento possiede non solo un timbro specifico ma anche un proprio ruolo, un particolare fraseggio all'interno di un ensemble.

AAJ: Invece nel tuo secondo album, Katcharpari, Bruce Johnson passa al basso e arriva John Abercrombie alla chitarra. Quali furono le ragioni di questa evoluzione?

ER: Dopo il mio primo disco, sempre a New York, iniziai a suonare con John che stava emergendo proprio in quegli anni, e mi trovai subito molto bene con lui. Pressappoco nel 1973 avevo in programma una tournée in Italia e a quel punto il dilemma su quale chitarrista scegliere fu inevitabile: Bruce o John? Ne parlai con loro, e dal momento che sia l'uno che l'altro era in grado di suonare anche il basso si proposero entrambi. Tuttavia Bruce era mancino, per cui l'avvicendarsi ai due strumenti risultò abbastanza problematico. Così John rimase alla chitarra mentre Bruce passò al basso. E fu proprio questo assetto a decretare la fine di quel gruppo... Bruce iniziò a maturare una certa insofferenza per questa subalternità rispetto a John, fin quando un litigio pazzesco non ci permise di suonare più insieme. E fu un grandissimo peccato, perché fino a quel momento le cose funzionavano perfettamente e io ero molto felice di quel gruppo.

Tra l'altro Bruce era un tipo davvero tosto, mai con me perché eravamo amici per la pelle. Proveniva dalle gangs newyorkesi ed era dotato di una forza fisica impressionante, oltre a un temperamento particolarmente inquieto. Un giorno stese Michael Carvin, tra l'altro per mia grande gioia visto che aveva rovinato una mia tournée litigando e aizzando risse con tutti. A parte questo, con John ho continuato a suonare nel corso del tempo, l'ultima volta una decina di anni fa, se non ricordo male... Registrammo anche un tributo alle musiche de "Il gattopardo" di Luchino Visconti insieme a Salvatore Bonafede.

Bruce invece non l'ho più rivisto... Una volta Gil Evans, anche lui suo grande amico, mi disse che aveva vinto una cifra enorme alla lotteria e per un po' sparì dalla circolazione. Girava l'aneddoto secondo cui una sera andò a comprare un pacchetto di sigarette e al momento di pagare tirò fuori un pacchetto gonfio di pezzi da cento dollari.

AAJ: Parlando ancora dei Settanta, in quegli anni il jazz era fortemente politicizzato, soprattutto in Europa, mentre oggi è spesso bistrattato. Cosa accadeva in quegli anni, e cosa accade oggi?

ER: Accadeva uno strano fenomeno che io definirei "immaginazione al potere." C'era il free jazz che veniva spacciato come la musica della rivoluzione, tenendo conto che non c'è mai stata una concreta rivoluzione, almeno in Italia. D'altro canto, il jazz più "ortodosso" era considerato come la musica della CIA o dell'FBI. Parliamo di questi livelli di stupidità.

Ricordo che un anno suonai all'Umbria Jazz... In quella edizione c'era anche Cecil Taylor, il quale per contratto pretese una Mercedes, visto che in quegli anni i concerti erano itineranti. Una sera mi telefonò Alberto Alberti chiedendomi se potessi accompagnare Cecil a Terni con la mia Fiat 131, altrimenti se fosse arrivato a bordo di un macchinone non avrebbe certo ricevuto una buona accoglienza. Cose di questo tipo... Come Count Basie, che alcuni additavano come un musicista della CIA. Oppure Elvin Jones, che una volta fu costretto ad acquietare il pubblico per permettere a Chet Baker di esibirsi. Cose assurde, una stupidità mostruosa.

Poi però sul grande carro del free jazz sono saltati un sacco di musicisti, molti dei quali davvero pessimi, che altrimenti non avrebbero mai avuto fortuna... Secondo il mio punto di vista la musica in sé non può assumere una valenza politica. Le note sono neutre, non sono di destra e non sono di sinistra. Poi chiunque può conferirgli il senso che vuole. Come nel caso di "Bella ciao," che negli ultimi tempi sta diventando un vero e proprio tormentone, e che tra l'altro i partigiani neppure cantavano.
Per quel che mi riguarda la musica ha uno scopo ben preciso, vale a dire arricchire spiritualmente e intellettualmente chi la ascolta, e, naturalmente, chi la suona. Poi il musicista può essere più o meno impegnato, ma questa è tutta un'altra storia che con la musica suonata non c'entra assolutamente nulla.

AAJ: Siamo a Roma e tu hai collaborato con Massimo Urbani a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Vuoi condividere con noi un ricordo o un aneddoto?

ER: Per quel che riguarda gli aneddoti dovremmo scrivere un libro di diecimila pagine perché di cose che vale la pena ricordare Massimo ne combinava una al minuto. Max era assolutamente geniale, spontaneo al 100%, musicalmente e umanamente. Sapeva essere molto spiritoso ed era velocissimo nel pensiero ogni qual volta si trovasse a suonare.Io l'ho conosciuto ai tempi di Katcharpari. L'ultimo concerto di quella tournée era proprio a Roma e nel dopo concerto si presentò questo ragazzino di quindici o sedici anni circa, di cui tuttavia avevo già sentito parlare. Così mi fermai qualche giorno per sentirlo suonare e rimasi talmente colpito che alla prima occasione lo feci venire a New York. Purtroppo però era tanto fragile da cadere in ogni trappola, compresa l'eroina che poi lo ha ucciso. È una droga che tira fuori il lato peggiore di una persona.

Per dire, anche Chet Baker era una persona dolcissima, ma quella roba lo rendeva orrendo. Così come Art Pepper: una bravissima persona che tuttavia ha trascorso metà della sua vita in galera. Molti altri musicisti jazz, che probabilmente in pochi ricordano, sono stati schiavi o vittime di questa roba. Come Don Sleet, trombettista sensazionale, o Dupree Bolton. Sono stati anni, decenni, molto difficili sotto questo punto di vista. E Massimo, purtroppo, è stato uno tra gli ultimi a cascarci.

Ero a Vienna a registrare quando ho saputo della sua morte. Ero andato a prendere un caffè nella piazza del duomo e su un giornale spiccava il titolo "Il sax di Massimo non vola più." C'era un'intera pagina dedicata a Massimo Urbani. Ed è veramente triste pensare che sia dovuto morire affinché un giornale gli dedicasse tanto spazio.

AAJ: Nel corso degli anni Novanta ti sei cimentato nella rilettura di Puccini e Bizet. Qual è il tuo rapporto con l'opera?

ER: Diciamo che ho sempre avuto un non-rapporto con l'opera, tenendo conto che da ragazzino la detestavo. Ricordo che non si poteva fare a meno di ascoltare tenori o soprani ogni qual volta si accendesse la radio. Salvo poi restare folgorato da Maria Callas, che mi ha trasmesso le stesse emozioni che provavo quando ascoltavo Billie Holiday. Ma a parte ciò non ho mai nutrito un grande interesse a riguardo. Poi, grazie a mia moglie, ho iniziato ad avvicinarmi a quel mondo, cominciai ad andare alla Scala e in quel contesto scoprii ed apprezzai la straordinaria bellezza del teatro musicale. Di conseguenza iniziai ad ascoltare molte cose, su tutte Puccini, dotato di queste melodie e armonie spesso molto vicine al jazz. Basti pensare che tra i progetti che Gil Evans aveva in ballo con Miles c'era anche Tosca, poi rimasto incompiuto. Ad ogni modo da lì è scaturito questo desiderio, che poi ha preso forma in un disco vero e proprio, Rava l'opera va. Qualche anno dopo ho riletto anche Bizet in Rava Carmen, per un lavoro di gran lunga migliore a mio avviso, con degli arrangiamenti strepitosi ad opera di Bruno Tommaso, che tuttavia è passato più inosservato rispetto al precedente.

AAJ: Tornando al tuo primo disco, il titolo è chiaramente un prestito letterario. Quali sono i tuoi autori e i tuoi libri preferiti? C'è uno scrittore che stilisticamente può essere accostato al jazz?

ER: Sono un lettore onnivoro, quindi passo dall'alta letteratura alla letteratura d'evasione senza problemi.
Tra i miei scrittori preferiti ci sono sicuramente Raymond Chandler e Dashiell Hammett, ma il libro che prediligo su tutti è senz'altro Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Ecco, Proust ha un modo di narrare paragonabile all'improvvisazione jazzistica, se consideriamo i flashback e i rimandi che caratterizzano il suo stile. Lui è molto più jazz rispetto a tanti altri autori etichettati come scrittori "jazz." Come ad esempio Kerouac, sicuramente più affascinato dagli ambienti jazz, dai club fumosi, che non dalla musica in sé.

Julio Cortázar invece aveva uno stile davvero unico in tal senso. Se ricordo bene, proprio nel suo libro Giro del giorno in ottanta mondi c'è il racconto di un concerto di Thelonious Monk a Londra narrato talmente bene che chi legge prova quasi la senzazione di stare lì, sotto al palco.

Un altro scrittore che era totalmente dentro alla musica è stato Thomas Mann, nel suo Doctor Faust per esempio, dove a un certo punto descrive la Sonata per pianoforte n. 32 di Beethoven in un modo talmente incredibile che poi, quando la si ascolta, si ha la sensazione di averla sempre conosciuta.

Tra gli altri ho letto di recente anche Il potere del cane di Don Winslow e mi sto appassionando moltissimo a un libro di Kazuo Ishiguro, Gli inconsolabili, un colpo di genio assoluto al pari di Non lasciarmi. Poi c'è un altro libro che è un vero pugno allo stomaco, vale a dire Requiem per un sogno di Hubert Selby. Non so, potrei andare avanti ancora per molto...

Non sono mai stato un lettore snob, mi interesso un po' a tutto semplicemente perché mi piace leggere. Se ci pensi, leggere e suonare sono due cose che non sono poi così differenti in fin dei conti. È come amare la musica classica e ascoltare solo Schönberg senza aver mai ascoltato Bach. Non si legge e non si suona qualcosa per forza ma per curiosità, per puro piacere. Sempre. O perlomeno è così che dovrebbe funzionare quando di mezzo c'è la passione.

AAJ: Nel 2012 hai realizzato Rava on the Dance Floor. È recente la tua collaborazione con Matthew Herbert. Come ti poni nei confronti di chi, nel jazz e non solo, fa del purismo uno stile di vita?

ER: Ti rispondo molto semplicemente. Per me l'ortodossia e l'integralismo sono la madre e il padre di tutte le stronzaggini e di tutti gli orrori del mondo. Come ad esempio le dittature e i totalitarismi, di cui sono alla base.

AAJ: Un tuo cavallo di battaglia è "My Funny Valentine," che è stato un classico pure di Miles Davis e di Chet Baker...

ER: Direi più di Miles... Nel caso di Chet si parla di una bellissima canzone, spesso tra l'altro splendidamente cantata. Invece nel caso di Miles e del suo album omonimo registrato al Lincoln Center nel 1964 si parla di una versione che trascende il concetto stesso di canzone e diventa un vero e proprio dramma. Oltre ad essere un musicista pazzesco, Miles possedeva un incredibile senso drammaturgico, tale da rendere i suoi soli un vero e proprio racconto. In Chet prevale un'incredibile bellezza, nelle frasi, nel senso della melodia, pure nei suoi ultimi anni quando era ormai andato. In Miles emerge invece una vena fortemente drammatica. Credo che la sua "My Funny Valentine" sia un'opera tra le più belle lungo tutta la storia della musica del Novecento, al pari del Concerto in sol maggiore di Ravel, a mio avviso.

AAJ: Il tuo ultimo lavoro, Roma, è un album registrato dal vivo.Come mai la scelta di pubblicare un live e come mai questo titolo?

ER: Io sono "innocente" dal momento che la scelta è stata della ECM, nonostante l'idea iniziale di Manfred Eicher fosse quella di registrare in studio. Lui voleva prima ascoltare il sound del gruppo, ma non potendo venire a nessuno dei nostri concerti si è deciso di mandargli la registrazione di questo tenutosi al Parco della Musica nel novembre 2018. Dopo circa mezzora mi inviò un sms dicendomi di aver apprezzato molto e mi chiese di pubblicare proprio quel live. In genere io preferisco sempre andare in studio a registrare ma in quel caso mi è andata bene perché ho un ricordo bellissimo di quella serata, sia per come abbiamo suonato sia per il rapporto creatosi con il pubblico. Da lì, molto spontaneamente, il titolo Roma.

AAJ: Quali sono i tuoi progetti futuri?

ER: In questo momento il progetto più importante è sottopormi a un intervento all'anca. Da questo dipenderanno tutti i miei progetti futuri. Per il resto, ai primi di febbraio dovrei fare questo concerto a Parigi per il Sons d'hiver con Andrew Cyrille alla batteria e William Parker al basso, dove suoneremo del free e registreremo. Dopodiché ho una tournée a marzo con Joe Lovano e poi tutti i vari concerti con i miei gruppi, in trio, o in duo con Danilo Rea, con il quale sto suonando spesso ultimamente. Tutte cose dipendenti da quel che accadrà dopo questa operazione.

AAJ: Quale è stata la tua più grande soddisfazione personale? C'è stato un rammarico in tutti questi anni?

ER: È impossibile individuare la più grande tra le soddisfazioni provate finora perché in genere sono sempre molto soddisfatto per come mi sono andate le cose. Penso di aver avuto anche molta fortuna, e senza quella non si combina niente. Ho avuto la fortuna di incontrare la gente giusta e di essere nei posti giusti al momento giusto. Essere a New York tra il 1967 e il 1977 ha voluto dire tanto per me, dall'aver assorbito un mucchio di cose importanti all'aver presenziato a episodi cruciali per la storia del jazz di quegli anni, nonché aver suonato con gente del calibro di Joe Henderson e molti altri. Quando sono tornato in Europa è stato tutto molto facile perché ero conosciuto molto più di quanto non lo sarei stato se non fossi andato a New York.

Il rammarico è forse quello di non aver mai sentito Charlie Parker o Clifford Brown dal vivo. Direi che ogni volta che suono è un momento particolare per me. Ricordo ad esempio un concerto in Svizzera di non molto tempo fa. Pensa, non ricordo nemmeno quale città fosse... Ma ricordo che ero in quartetto con Roberto Gatto, BATTISTA LENA e Paolino Dalla Porta, e abbiamo suonato talmente bene che quel concerto rimane uno tra i miei ricordi migliori.

Pochi giorni dopo questa intervista è venuto a mancare Mario Guidi. Abbiamo chiesto al maestro un suo ricordo per un uomo così importante, per lui e per la storia del jazz italiano.

ER: Mario non c'è più. Mi sembra impossibile ma purtroppo è così. Ho sperato fino all'ultimo in un miracolo che però non è avvenuto. Un amico carissimo, un collaboratore indispensabile e geniale che per più di trent'anni è stato al mio fianco, risolvendo tutti i miei problemi, dandomi idee, stimolandomi e occupandosi di tutte le cose pratiche. E quanti progetti sono nati dai suoi suggerimenti! Un rimpianto: non essere riuscito in tempo a esprimergli la mia gratitudine per tutto ciò che ha fatto per me, per la pazienza che ha avuto e per la fiducia che mi ha regalato. Mi mancherà enormemente.

Foto: Andrea Rotili.

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