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Universal Tonality - The Life and Music of William Parker

Photo credit: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

Giuseppe Segala By

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Universal Tonality -The Life and Music of William Parker

Cisco Bradley
408 pagine
Duke University Press
2021

Ricordiamo bene l'esibizione della Little Huey Creative Music Orchestra, il 31 maggio 1998, al Teatro Nuovo di Verona, menzionata nelle prime righe dell'introduzione di Universal Tonality—The Life and Music of William Parker, la monumentale biografia che Cisco Bradley dedica al musicista, che sta per essere pubblicata da Duke University Press in contemporanea con l'uscita del cofanetto di dieci CD Migration of Silence into and out of the Tone World. Due lavori fondamentali per comprendere il mondo dell'artista newyorchese.

L'orchestra di sedici elementi si esibiva per la prima volta fuori dal contesto di New York City, con il contributo di quattro danzatrici tra cui l'autrice della coreografie Patricia Nicholson, moglie del contrabbassista, e la giovane figlia Miriam. Per evocare quel concerto, Bradley attinge alle parole dello stesso William Parker: "I musicisti si alzarono sul palco e le danzatrici si mossero con grazia e bellezza in tutto lo spazio; quelle che potrebbero essere chiamate nuvole di suono si riempirono di forma e si sgonfiarono, muggendo e dondolando, mantenendo un senso di tensione."

Parker, riferendosi a "Hallelujah," la seconda parte della suite presentata a Verona, aggiunge sul proprio diario: "Hallelujah persegue lo spostamento del sound, ognuno soffia nel proprio strumento. Cooper-Moore sale man mano che il percorso è tracciato, noi cerchiamo di accompagnare i balzi sul palco, ma dove siamo? Ora siamo rapiti, ci stiamo dilatando e abbiamo incluso una grossa fetta di storia della musica in un solo passaggio." Sono le parole incantate di un musicista e operatore culturale che ha perseguito con caparbia coerenza la propria arte, incontrando difficoltà, ma non cedendo mai, come ricorda la biografia con precisione e dovizia di particolari. Ed è significativo che il lavoro di Bradley parta proprio da quell'esperienza, da un festival come quello di Verona, che in quegli anni ebbe il merito non comune di tracciare una propria visione, quella del direttore artistico Nicola Tessitore, sul jazz del momento, scavando connessioni tra il presente di allora e il passato prossimo proteso nel futuro, ponendo nella programmazione di quel 1998 ben tre grosse formazioni, come la Living Time Orchestra di George Russell, la Big Band di David Murray diretta da Butch Morris e la Little Huey di Parker.

Come sottolinea Bradley, "La performance di Parker a Verona lo catapultò sulla scena mondiale come uno dei principali contrabbassisti, compositori e bandleader della propria generazione. Nei vent'anni successivi, si è esibito con frequenza in Europa, ha suonato in Africa, Sud America, Medio ed Estremo Oriente. È apparso in più di centocinquanta dischi, ha vinto premi prestigiosi. Oggi è ampiamente ritenuto uno degli artisti più influenti della scena jazz."

Uno dei nodi fondamentali che emergono da questa corposa, densa, completa biografia è proprio l'importanza, in quel periodo, del contributo europeo nella valorizzazione di musicisti statunitensi non certo considerati a dovere in patria. A questo proposito, vogliamo focalizzare subito proprio su quel punto cruciale per la storia del jazz contemporaneo, che la biografia di Bradley fa risaltare con efficacia. Si tratta del momento in cui, nel corso degli anni Ottanta, si andò creando una fitta rete di interessi e di combinazioni tra il Vecchio Continente e gli Stati Uniti, nel campo del jazz e della musica improvvisata. Negli ultimi due capitoli della seconda sezione, Early Works, ci sono paragrafi che descrivono in modo significativo e ricco di particolari tale condizione, in cui si misero in gioco linee di tensione altamente creative, di natura differente ma proprio per questo prolifiche e condivise tra i musicisti dei due mondi.

Nel capitolo quinto, intitolato "Music That Will Give People Hope: Centering Dance Music with Patricia Nicholson" si sottolinea come negli anni Ottanta i musicisti statunitensi dovettero lottare e soffrire in patria contro un contesto che li ignorava. Il paragrafo Sound Unity Festival, 1984 ricorda la realizzazione di quell'evento in un ginnasio di New York, grazie al contributo finanziario significativo della Germania Ovest di allora, dove erano coinvolti centodiciannove artisti, tra cui Parker, Nicholson, i tedeschi Peter Kowald, Peter Brötzmann, Rudiger Carl, la svizzera Irene Schweizer e tanti della scena statunitense, tra cui Billy Bang, Charles Tyler, Jemeel Moondoc, Don Cherry. Un evento che Parker ricorda come "il primo passo" verso l'autodeterminazione e l'organizzazione di un folto gruppo di musicisti ignorati a New York.

Erano anni in cui, come lo stesso Bradley puntualizza attraverso le parole di Parker, la maggior parte di opportunità si presentava in Europa, sia per i concerti che per le registrazioni. Proprio nel capitolo successivo, "Music Is Supposed to Change People": Working with Cecil Taylor, dove si narra con meticolosa precisione la fondamentale vicenda di Parker accanto al grande istrione della musica contemporanea, è ribadito il ruolo fondamentale del vecchio continente. Cecil Taylor, "come tanti altri musicisti di quel periodo, lottava per vivere," nonostante avesse registrato dischi importanti per la Blue Note negli anni Sessanta, avesse ricevuto una borsa di studio Guggenheim nel 1973, fosse stato insignito di un dottorato onorario dal New England Conservatory e si fosse esibito alla Casa Bianca per il presidente Jimmy Carter. Solo le opportunità di lavoro in Europa (e in Giappone) permettevano la sopravvivenza di artisti che allora rappresentavano già autentiche pietre miliari nella vicenda del jazz. Ma pure artisti come Parker, di età intorno ai trent'anni, ricevettero un enorme aiuto dal rapporto con il vecchio continente. La biografia di Bradley riporta le parole del trombonista Steve Swell sulla capacità di Parker "di mettere in relazione diverse estetiche dell'improvvisazione, suonando con gli europei e mostrando grande flessibilità nel connettersi al loro approccio unico."

Come Bradley mette bene in risalto, l'esperienza di Parker con la scena europea è stata scandita in gran parte dalle stesse collaborazioni con Taylor, che attraverso realizzazioni come l'Orchestra of Two Continents del 1984, la partecipazione al Werkstatt Berlin del 1988, la CT European Orchestra, diede vita a un intenso dialogo tra la scena europea e statunitense, con modalità che in precedenza non erano state mai completamente sviluppate. In quegli stessi anni, nel 1985 e 1986, Parker partecipò per la prima volta, come membro dei gruppi di Peter Brötzmann e dello stesso Taylor, al Workshop Freie Music di Berlino, punto focale della scena free fin dalla sua fondazione nel 1969. Nel 1998 portò allo stesso festival il proprio gruppo In Order to Survive.

Abbiamo voluto concentrare la nostra prima attenzione sull'importanza del rapporto con l'Europa, ma il testo di Bradley naturalmente prende in esame la vicenda di Parker a tutto campo, attraverso un approfondito studio storico che sfiora la bella mole di quattrocento pagine, partendo dalla ricerca delle radici dei suoi antenati, prima nell'Africa Occidentale (Benin, Togo, Ghana, Costa d'Avorio), poi nella Carolina del Nord e del Sud, successivamente a Harlem. L'autore, oltre ad essere un attento cronista e musicologo, è uno storico, professore al Pratt Institute di Manhattan, e tutta la biografia si avvale di questa sua precisa e rigorosa metodologia.

Delinea con ampia documentazione la ricchezza degli interessi di Parker, che non si limitano alla musica, ma spaziano in tutte le forme dell'arte, con particolare attitudine per la parola poetica, la danza, le arti visive, il teatro, il cinema. Mantenendo sempre uno stretto rapporto tra estetica ed etica, tra attività artistica e attenzione agli aspetti sociali, politici e spirituali del proprio operato. Nel secondo capitolo, Bradley focalizza la formazione e la crescita di Parker in una situazione di notevole povertà nel South Bronx degli anni Sessanta, con l'esperienza giovanile nel clima della Harlem Renaissance, quando "la sua casa era piena della musica di Ellington e di altre leggende del jazz, e il sogno di suo padre era di vederlo suonare nell'orchestra del Duca."

Il terzo capitolo è dedicato alla presa di coscienza artistica e politica del giovane uomo, al contatto con le idee di emancipazione, con le teorie di arte rivoluzionaria proclamate da Amiri Baraka, con i movimenti per i diritti civili di Black Power e Black Arts. Si ricorda un programma televisivo importante per la formazione di Parker (e dei giovani della sua generazione) come Soul!, curato dal produttore teatrale Ellis Haizlip, che dava ampio spazio ai talenti artistici della Comunità Nera, dove lui conobbe il lavoro di Baraka, che incoraggiava l'emancipazione economica, fisica e psicologica, dove vide all'opera tra l'altro Roland Kirk e Curtis Mayfield, apprezzò scrittori e poeti come Toni Morrison e Nikki Giovanni. Ma nel capitolo è ricordata una messe formidabile di stimoli, dal "Black Dada Nihilismus" dello stesso Baraka con il New York Art Quartet, all'influenza di Charles Mingus, Ornette Coleman, Cecil Taylor, al teatro di Jerzy Grotowski, al cinema di Truffaut e Godard. Parker era tra l'altro "un vorace lettore della rubrica Movie Journal sul Village Voice." Importante pure, per penetrare la formazione del musicista, il paragrafo Inner Dimensions, ove sono sottolineate le influenze spirituali, portate soprattutto da Ayler e Coltrane.

Tali esperienze confluirono in modo profondo e indelebile nel lavoro artistico di Parker e trovarono la prima applicazione nell'attività sulla scena newyorchese dei Loft, preceduta dalle lezioni al Jazzmobile con Richard Davis. Il titolo del capitolo è già in sé significativo: The Loft Scene: Art, Community, and Self-Determination. Vi si parla tra l'altro dell'incontro, nei club del Lower East Side, con la "New York Musicians Organization," creata dal batterista Juma Sultan, con i sassofonisti Noah Howard e Archie Shepp, con il pianista Dave Burrell, il pianista e vibrafonista Karl Berger, il bassista Wilbur Ware. Bill Dixon, in particolare, rappresentò un forte motivo di stimolo e ispirazione per Parker. Ma ricordare la quantità di musicisti e artisti nominati da Bradley, con cui Parker ebbe contatto e collaborò in quel periodo intenso di formazione e attività, porterebbe a una lista infinita di nomi. Basti ricordare la fondamentale amicizia con Billy Bang, di cinque anni più anziano di lui, che proseguì salda fino alla scomparsa del violinista, nel 2011, con varie collaborazioni, dal duo, al trio con Hamid Drake, alla significativa esperienza del Centering Dance Music Ensemble, protrattasi dal 1974 al 1980.

E qui siamo già dentro i cinque capitoli che occupano le centocinquanta pagine successive del testo, riuniti nella terza sezione dal titolo Toward the Universal, dove si parla delle formazioni create e guidate da Parker, tra cui il già ricordato quartetto In Order to Survive, nato nel 1996 ed esibitosi in quell'anno alla prima edizione del Vision Festival, celebre manifestazione fondata dalla moglie Patricia Nicholson, che rappresenterà fino a oggi un punto di riferimento imprescindibile per le arti sperimentali a tutto campo. E poi la Little Huey Orchestra, il William Parker Quartet, il sestetto Raining on the Moon. E tanti altri gruppi, spesso germogliati da quegli stessi organici, come ramificazioni di un'attività in continua gemmazione creativa. Ricordiamo ancora, tra l'altro, il trio Farmers by Nature, organico collettivo formato con Gerald Cleaver e Craig Taborn.

Di grande interesse è la parte dedicata al rapporto tra musica e scrittura poetica, che ha sempre interessato e impegnato Parker in modo completo e complesso. I testi del musicista, spalmati in molti suoi lavori, sono citati e analizzati opportunamente in tutta questa parte del lavoro di Bradley e di conseguenza sono analizzate le sue collaborazioni con le vocalist, da Ellen Christi a Lisa Sokolov a Leena Conquest e tante altre. Ecco le parole di Parker, al proposito: "Per tutta la vita sono stato attratto dalle parole, prima attraverso la poesia e poi nella canzone. Sono stato anche a lungo affascinato dalle parole e dalla musica come forma di protesta." Come recita il titolo del capitolo conclusivo, "All People Need Truth to Survive."

Il lavoro di Bradley, attualmente solo in inglese, merita davvero di essere tradotto in più lingue. Scritto in una prosa scorrevole e precisa, è degno della massima attenzione anche da parte di chi non fosse direttamente interessato a Parker, ma volesse approfondire le connessioni storiche, sociali, politiche, artistiche in momenti cruciali per la comunità nera degli Stati Uniti. La discografia completa e la ricca bibliografia rappresentano un ulteriore scrigno di tesori che si aggiunge alla quantità rilevante di documentazione dentro il testo. D'altra parte, l'analisi dell'operato di un artista di tale spessore meritava una siffatta mole di lavoro. Come dice il violinista Jason Kao Hwang nella parte finale del testo di Bradley, "La visione della musica di William è inseparabile dalla sua vita. Lui vive la sua musica e la musica vive dentro di lui ad un livello elevato. È indifferente all'apprezzamento delle autorità, perché il suo obiettivo è la celebrazione della vita. Per fare bene la libera improvvisazione, devi viverla, connettere la musica ad ogni singolo respiro. L'originalità di William è un potente contributo a questa musica. La sua pratica di vita è una tabella di marcia per la scoperta di sé."

Vorremmo ricordare in questa occasione tre pubblicazioni degne di essere riprese in mano, che bene si accompagnano al pur esaustivo lavoro di Bradley: l'opuscolo incluso nel cofanetto Centering, Unreleased Early Recordings 1976-1987, pubblicato nel 2012 da NoBusiness Records, con testi e interviste di Ed Hazell; il volume William Parker, Conversazioni sul Jazz di Marcello Lorrai, pubblicato da Auditorium nel 2010; il volume Who Owns Music?, dello stesso Parker, pubblicato dall'editore Buddy's Knife nel 2007.

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