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Stefano Zenni fa un bilancio del Torino Jazz Festival

Stefano Zenni fa un bilancio del Torino Jazz Festival

Courtesy Ilaria Costanzo

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A Torino ho imparato che non si portano i giovani ai concerti, ma è il festival che deve andare nei luoghi frequentati dai giovani, con la musica giusta. E così facciamo: se vai a Hiroshima Mon Amour, al Bunker… troverai un pubblico molto più giovane, partecipe, che abbassa notevolmente la media anagrafica del festival
—Stefano Zenni
Negli ultimi decenni sulle riviste specializzate, settimanali ad alta tiratura e quotidiani trovano sempre più spazio le interviste ad artisti, famosi o emergenti, rispetto agli articoli biografici e di sintesi. Trovo che sia altrettanto importante far parlare anche i responsabili degli aspetti produttivi del jazz, in particolare i produttori discografici e i direttori artistici dei festival, per approfondire metodi, obiettivi e criteri del loro operato.

Nell'ultimo ventennio ho portato la voce di molti direttori artistici, cercando di chiarire la visione estetica ed organizzativa che hanno perseguito nel dare un'identità alle loro manifestazioni: da Paolo Fresu, ascoltato più volte riguardo al suo Time in Jazz, a Carlo Pagnotta, storico animatore di Umbria Jazz, passando ai vari responsabili che negli anni si sono avvicendati alla guida di Bergamo Jazz (Joe Lovano, Maria Pia De Vito, Dave Douglas) o del festival della provincia di Bolzano (Nicola Ciardi e Klaus Widmann). Ricordo ancora Adriano Pedini (Fano Jazz by the Sea), Pino Minafra (Talos Festival a Ruvo di Puglia), Riccardo Brazzale (Vicenza Jazz), Corrado Beldì (Novara Jazz), ma anche Rui Neves, infaticabile direttore di Jazz em Agosto a Lisbona, ed Ariele Monti di Area Sismica.  

Tutte interviste, quelle sopra ricordate, intese come anteprime ai rispettivi festival, finalizzate soprattutto a presentarne i programmi. Rispetto ad esse, il dialogo con Stefano Zenni di seguito riportato è diverso, in quanto si tratta di affrontare un consuntivo sul festival di Torino da poco concluso. Zenni è notoriamente un profondo musicologo: insegnante al Conservatorio di Bologna e autore di numerosi libri importanti, tra cui la corposa Storia del Jazz (Quodlibet, 2025), è anche impegnato in diversi aspetti della divulgazione e promozione del jazz. Nell'affrontare i vari temi proposti nel corso dell'intervista emergono una capacità di sintesi lapidaria, una chiarezza e una completezza da cui traspare l'entusiastica partecipazione con cui svolge il suo mandato, che, possiamo anticiparlo, lo vedrà alla direzione del prestigioso festival piemontese anche il prossimo anno.  

All About Jazz: Finito il festival, è tempo di bilanci. Ma prima vorrei partire con una domanda di carattere generale. Qual è il tuo parere sull'odierno stato di salute del jazz?

Stefano Zenni: A mio avviso il jazz gode, almeno a livello artistico, di uno stato di salute eccellente. Si è ormai diramato nelle direzioni più diverse e nei paesi di tutto il mondo. Ovviamente i rischi di accademismo e maniera ci sono, ma non è difficile scoprire musicisti fervidi e creativi un po' ovunque. Senza contare che il jazz è diventato un ingrediente quasi indispensabile in altri generi, incluso il pop.

AAJ: Al Torino Jazz Festival l'ampia proposta concertistica era affiancata da diverse iniziative collaterali: incontri, laboratori... Ce ne puoi parlare?

SZ: Un festival di musica non può essere fatto solo di concerti, perché la musica investe gli ambiti più diversi dell'attività culturale: ragionamenti critici, approfondimenti storici, guide analitiche. A Torino cerchiamo di coprire vari ambiti, dalle conferenze alle presentazioni di libri, al rapporto con la letteratura, la danza ecc.

AAJ: In particolare da esperto cinefilo quale sei, hai sempre posto un'attenzione particolare al rapporto fra jazz e cinema. Ci puoi illustrare in sintesi gli appuntamenti di questo tipo nella programmazione di quest'anno e che esito hanno avuto?

SZ: Tra le arti contemporanee il cinema è una di quelle che gode di migliore salute e i percorsi musicali possibili sono innumerevoli. Quest'anno abbiamo invitato uno dei più geniali film maker viventi, Bill Morrison, con il suo The Great Flood, musicato dal vivo da Bill Frisell e Eyvind Kang (Morrison e Frisell hanno anche fatto un gustoso incontro con il pubblico). Riguardo ai centenari di Miles Davis e John Coltrane, non era il caso di presentare omaggi musicali fatalmente inadeguati. Per cui, tra le altre cose, abbiamo presentato alcuni film su e con Davis e, per la prima volta in Italia, Le chat dans le sac, unico film musicato da Coltrane. Negli anni passati abbiamo prodotto due film, di Jonny Costantino e Franco Maresco, caso credo unico per un festival di jazz. E ospitiamo lavori nuovi, quest'anno due documentari su orchestre collettive: l'Italian Instabile Orchestra e la torinese Pietra Tonale. Le produzioni e proiezioni sono in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Gli esiti? Sale sempre piene, anche per le proposte in apparenza più specialistiche.

AAJ: Mi è rimasto impresso quello che dicesti nel presentare una proiezione dell'edizione 2025: affermasti che di fronte a un film e un concerto che si svolgono in contemporanea tu sceglieresti senz'altro il film. Io sono del parere opposto perché la performance musicale è sempre unica e irripetibile, mentre il film si può sperare di recuperarlo in altre occasioni o su diversi supporti.  

SZ: In realtà volevo dire, un po' provocando e un po' scherzando, che il cinema mi pare sintonizzato sulle problematiche del nostro tempo più della musica. Per cui, a parte le questioni di gusto o passione, sento che un film (anzitutto al cinema) mi racconta di ciò che siamo o che potremmo essere in modo più profondo di un concerto.

AAJ: Già da molti anni l'ottica del festival di Torino è quella di decentrare le sedi concertistiche, una scelta tesa a scoprire e valorizzare zone e contenitori di diversa natura. Di chi fu all'origine l'idea? Un'iniziativa sicuramente vincente, ma quanto lavoro organizzativo e di coordinamento richiede?    

SZ: Tutto parte da un'indicazione dell'assessora alla cultura Rosanna Purchia, che ci ha chiesto di distribuire il festival negli spazi e nei quartieri di tutta la città. È una logica che ho subito condiviso, e che si è rivelata ancora più feconda e dinamica del previsto. Quanto all'organizzazione, il festival dispone di persone che si occupano di questioni specifiche nei diversi settori, e negli anni il meccanismo è stato rodato. Però il lavoro è tanto, anche se fatto sempre con una passione palpabile, che arriva direttamente al pubblico.

AAJ: Un tuo merito è quello di avere proposto molti concerti in esclusiva, a volte insoliti, e non poche produzioni originali con accostamenti coraggiosi... Quali tra questi appuntamenti secondo te sono maggiormente riusciti?

SZ: Se ti riferisci a questo 2026, la scommessa più azzardata è stata la produzione con i Funk Off e Vox Artificiosa, una street band ormai consolidata e un quartetto barocco/hip hop nuovo di zecca, messi insieme per creare uno spettacolo nuovo, gioioso e musicalmente inedito. A giudicare da quello che è successo al Teatro Alfieri direi che la scommessa è stata stravinta: c'è una cosa nuova che si è affacciata sulla scena del jazz italiano. In genere queste operazioni funzionano se partono da un desiderio del musicista o, come in questo caso, da un reale dialogo tra la committenza e gli artisti, senza imposizioni dall'alto. Se invece guardiamo al 2025, credo che ricorderemo a lungo la straordinaria performance rituale di Jason Moran con i TJF All Stars.

AAJ: Mi sembra che quest'anno la presenza di gruppi italiani abbia avuto molto rilievo. Secondo quali criteri e obiettivi hai scelto ed equilibrato le proposte italiane e quelle straniere? 

SZ: Al netto delle difficoltà incontrollabili (artisti non disponibili, tour cancellati, date che non coincidono, spazi inadatti), cerco di mantenere un equilibrio tra provenienza geografica, diversità di genere, varietà stilistica. Un festival però deve anche offrire il massimo delle possibilità a chi vive e lavora in quella città, in quell'ambiente sociale e culturale. Di qui la speciale attenzione non solo ai musicisti italiani, ma anche al sociale, ambito nel quale -credo-il TJF propone iniziative importanti e originali, come la serie dei Jazz Blitz in dormitori, case famiglia, hospice, case circondariali, RSA, centri diurni.

AAJ: Chi sono i tuoi più stretti collaboratori e in quali settori (artistico, logistico, promozionale...)?

SZ: C'è un organigramma strutturato dalla Fondazione per la Cultura Torino, che va dal project manager Daniele Ciuffreda, con cui lavoro gomito a gomito, all'amministrazione, dal rapporto con gli sponsor all'amministrazione ai bandi, dalla logistica alla fonica, oltre a una serie di figure o gruppi esterni, che vanno dall'ufficio stampa locale e nazionale alla gestione social al settore multimedia (foto, video ecc.). Da un punto di vista artistico, siamo organizzati un po' come un festival del cinema: io mi occupo dei concerti a pagamento e dei film, Franco Bergoglio delle conferenze, Sergio Bonino dei Jazz Blitz e del sociale, mentre le decine di concerti nei club e in altri spazi sono condivise in piena collaborazione con i gestori e le associazioni, coordinati da Gabriele Sinatra. Sul programma del festival sono elencate 36 persone, senza contare le maestranze esterne.

AAJ: Hai diretto il festival di Torino anche in passato, dal 2013 al 2017. Poi sei tornato nel 2023 dopo la fase gestita da Diego Borotti e Giorgio Li Calzi. Cosa è cambiato da allora ad oggi sotto il profilo organizzativo, logistico, finanziario?

SZ: Quasi tutto, anche se il budget è rimasto grosso modo lo stesso, con qualche oscillazione. La differenza maggiore è che prima i concerti erano quasi tutti in piazza, dal 2018 sono tutti al chiuso. E poi il rinnovato rapporto con i club, più collaborativo e diffuso, il potenziamento della comunicazione, la nascita dei Jazz Blitz, senza contare un nuovo assetto organizzativo della Fondazione stessa.

AAJ: Quali sono la visione e gli obiettivi socio-politici dei principali responsabili istituzionali del festival, in primis la Fondazione per la Cultura Torino?  

SZ: Il festival è una delle produzioni della Fondazione per la Cultura Torino, la cui missione è, come dice il nome stesso, la produzione di cultura sul territorio, con una visione ampia, inclusiva e fortemente dialogica con tutte le realtà coinvolte. Si deve al segretario generale Alessandro Isaia la creazione delle migliori condizioni perché tutto questo possa accadere, e agli sponsor un contributo fondamentale per le risorse.

AAJ: Venendo alla composizione del bilancio economico, quali sono in valori percentuali le componenti delle entrate fra investimenti pubblici, sponsor privati e proventi da vendita dei biglietti?

SZ: Il bilancio è ripartito tra il 35,3 % di contributi pubblici, 50,5 % di sponsor privati, 4,2% di contributi da enti privati e 10 % di incassi da biglietteria.

AAJ: A Torino molti concerti erano gratuiti e quelli a pagamento a prezzi molto contenuti; fra i musicisti inoltre ci sono moltissimi esordienti giovani e validi. Nonostante ciò l'età media del pubblico, salvo rari casi, continua ad essere piuttosto elevata. Questo è diventato ormai un fenomeno costituzionale del jazz degli ultimi decenni? Cosa si può fare per favorire un maggior avvicinamento dei più giovani al jazz?

SZ: A Torino ho imparato che non si portano i giovani ai concerti, ma è il festival che deve andare nei luoghi frequentati dai giovani, con la musica giusta. E così facciamo: se vai a Hiroshima Mon Amour, al Bunker, da Comala, da Off Topic, all'Arteficio, a Baltea 3 troverai un pubblico molto più giovane, partecipe, che abbassa notevolmente la media anagrafica del festival. Lo scorso anno abbiamo ospitato un happening di Marmellata Jam, dove il più anziano avrà avuto 23 anni. Come anche tu hai sottolineato nella tua recensione, quest'anno abbiamo delegato la direzione artistica di un concerto a uno Young Board che non solo ha prodotto un gruppo formidabile, il quintetto Serino-Zura, ma ha riempito il Sermig di giovani. Nel complesso abbiamo venduto quasi 300 biglietti a €1 per gli under 14. Senza contare che abbiamo avviato anche la Giovane Orchestra di Liberi Suoni diretta da Pasquale Innarella.

AAJ: Possiamo annunciare ufficialmente che sarai il direttore artistico anche del Torino Jazz Festival 2027? Hai dei progetti che per varie ragioni non hai potuto realizzare e che intendi proporre nella prossima edizione?

SZ: Il mio contratto scade con l'edizione del 2027. Scherzando, metà del festival sarebbe già fatto con tutto quello che non sono riuscito a realizzare nel 2026. In realtà stiamo avviando diversi importanti progetti a medio termine: a Torino ci sono le condizioni per guardare lontano.

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