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Maria Pia De Vito: Bergamo Jazz and Beyond

Libero Farnè By

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Non credo al "tocco femminile," se non in dettagli minimi. La professionalità non ha sesso
Non tutte le cantanti, attraverso l'espressione interpretativa, riescono a mettere in piena evidenza il mondo socio-culturale che sta all'origine delle singole canzoni da loro proposte. Proprio questa sembra essere la preoccupazione irrinunciabile di Maria Pia De Vito, che col suo lavoro ha sempre teso a esaltare l'interconnessione, strettissima, indispensabile, fra il livello colto e quello popolare, fra la tradizione folklorica di varie provenienze e l'approdo alla composizione scritta.

A questo approccio costante si è aggiunto di volta in volta il contributo della pronuncia jazzistica, dell'improvvisazione, della ricerca sperimentale. Nel corso di una lunga carriera, che ha iniziato giovanissima, la cantante napoletana ha via via messo a punto progetti mirati e di grande qualità, contornata sempre dai collaboratori più idonei.

Questa apertura mentale, che l'ha spinta verso una competente indagine in varie direzioni, verso una continua curiosità su tutto ciò che esprime l'attualità musicale, ha permesso alla De Vito di affrontare a buon diritto anche la direzione artistica di festival. Dopo aver avuto, dal 2016 al 2018, la responsabilità della sezione jazz del Ravello Festival, alla fine della scorsa edizione di Bergamo Jazz ha ricevuto l'incarico di coordinare la sua programmazione, succedendo alla guida quadriennale di Dave Douglas. L'intervista che segue affronta gli obiettivi e i criteri, le difficoltà e le aspettative, che hanno caratterizzato l'impegno della cantante in questa nuova veste alla testa dell'importante festival lombardo.

Tuttavia, le sue articolate risposte vanno ben oltre, addentrandosi nell'essenza stessa del jazz, ricordando alcuni passaggi significativi della sua formazione e carriera, dando anche una personale e autorevole valutazione del ruolo delle donne nell'attuale scena jazzistica internazionale.

All About Jazz: Finalmente una donna alla testa di un importante festival jazz italiano! Tu non sei nuova a questa esperienza, in quanto sei stata direttrice artistica della sezione jazz del Ravello Festival. Quali differenze, difficoltà o agevolazioni, hai trovato alle prese con Bergamo Jazz 2020?

Maria Pia De Vito: Devo dire che quella di Bergamo Jazz è stata una vera sorpresa. L'esperienza di Ravello è stata importante e formativa, comunque relativamente più semplice rispetto al curare l'intera programmazione di un festival storico, istituzionale ed interamente improntato sul jazz come Bergamo Jazz. Il Ravello Festival nasce come Festival Sinfonico, ed ha ancora come centro della sua offerta culturale la musica di grandi orchestre e grandi direttori sull'incredibile palco sospeso tra terra e cielo. Il jazz ne rappresentava una costola, importante, ma non certo essenziale, con un pubblico variegato. Con Bergamo sono alle prese con un compito molto più ampio e complesso, con molti eventi spalmati su sedi di varia grandezza e carattere. E dopo colleghi artisti del calibro di Uri Caine, Paolo Fresu, Enrico Rava e Dave Douglas è un compito importante e impegnativo che spero di onorare al meglio.

AAJ: In genere non è facile trovare una donna responsabile della programmazione di un festival jazz. In che cosa la visione, l'impostazione di una donna può differire da quella di un uomo? Quali valori peculiari può apportare?

MPDV: È vero, è ancora un'evenienza rara, c'è qualche esempio nell'Europa del Nord, di certo in Islanda, Finlandia, qualcosa negli States. Che dire: in Islanda e Finlandia ci sono presidenti del consiglio donne, ministre anche giovanissime; culturalmente il valore delle donne non è tutto da dimostrare. Qui da noi è ancora diverso; ma forse proprio l'opportunità che mi è stata offerta è il segno che le cose stanno cambiando. Spero che costituisca un precedente, che possa avvenire in altre occasioni nel nostro paese. In ogni caso credo che le qualità e le scelte di un direttore artistico abbiano a che fare con la sua sensibilità particolare di essere umano e di testa pensante, non credo al "tocco femminile," se non in dettagli minimi. La professionalità non ha sesso.

AAJ: Prevale comunque l'idea che il mondo del jazz, come altri ambiti della società e delle attività umane, sia abbastanza maschilista. Puoi confermarlo?

MPDV: Parliamoci chiaramente: il mondo occidentale in generale, anche quello più democratico e "politically correct" è ancora prevalentemente maschilista e più o meno patriarcale; in questo momento di sovranismi—a livello globale—i rigurgiti di machismo sono spaventosi. Il mondo dei musicisti di jazz (e della cultura in generale) è per certi versi straordinariamente avanti, grazie appunto alla maggiore cultura, al senso di comunità e di mutuo rispetto che sono precondizioni essenziali per produrre arte di spessore, e suonare bene insieme. Ma le sacche di subcultura sessista, le abitudini paternalistiche e di "belittling," specie in paesi che hanno cultura "familista," sono ancora presenti, anche sotto comportamenti apparentemente corretti. Per un uomo essere "assertivo" o imperioso è un pregio, per una donna significa essere "difficile" o "bossy." Quello che sta cambiando è la consapevolezza delle donne, una minore accondiscendenza e una maggiore capacità di associarsi rispetto al passato. Questa è una marcia inarrestabile, ne sono convinta.

AAJ: Rispetto a certe situazioni dei Paesi del Nord Europa, l'incidenza delle donne strumentiste nel jazz italiano è sicuramente più bassa. Secondo te ci sono ragioni storiche o socio-culturali? Ci sono distribuzioni territoriali differenti del fenomeno a livello nazionale e internazionale? Noti negli ultimi anni incoraggianti inversioni di tendenza?

MPDV: Effettivamente nei paesi mediterranei l'incidenza di donne strumentiste è più bassa, ma non dimentichiamo che l'Italia giunge ad avere un'alta formazione anche in musiche come il jazz con venti-trenta anni di ritardo rispetto all'Europa del Nord. Ho fatto parte per quattro anni del Working Group della PJP (Piattaforma Jazz e Pop) dell'AEC (Associazione Conservatori Europei) e ho contribuito ad organizzare convegni in istituzioni come il Trinity College di Londra e il Codart di Rotterdam. Lì ho conosciuto molte donne Direttrici di Dipartimenti di Jazz e lì l'integrazione femminile e la valorizzazione dei talenti musicali femminili è più avanti, ed è comunque posta all'ordine del giorno. In paesi come il nostro frequentare un conservatorio, per prendere un diploma, rende più digeribile e meno ansiogeno per una famiglia tradizionale l'avvicinarsi di una giovane donna ad una musica come il jazz. A tale proposito ricordo l'ansia dei miei quando a diciannove anni decisi di cantare jazz, per esibirmi in club con concerti che iniziavano alle 22.30, quando alle 22 avevo il coprifuoco! Erano decisamente altri tempi. Credo sia dunque anche per questo, ma non solo, che in Italia abbiamo un'esplosione di tante brave strumentiste in questo momento; è una bellissima cosa, mi piace e mi rallegra molto! Ma tanto c'è ancora da fare.

AAJ: Entriamo nel merito del festival di Bergamo di quest'anno. Quali obiettivi e criteri ti hanno guidato in questo nuovo incarico?

MPDV: Come primo obiettivo ho voluto rappresentare uno sguardo sulla contemporaneità nella sua multiformità, senza esclusioni o paletti. Quindi, in continuità con la direzione del mandato di Douglas, la creatività nella diversità è stato un punto cardine, a cui mi è piaciuto aggiungere la nozione di "legacy," di eredità culturale. Nel jazz, come e forse più che in altre musiche, le "radici" sono come rizomi: i maestri non sono mai dimenticati, sono osservati, onorati, emulati nel senso migliore del termine. Le figure iconiche del jazz sono state e sono individualità importanti che si lanciano oltre le barriere stilistiche del loro tempo, creano ondate, cerchi concentrici di un'energia irresistibile che diviene comunitaria, che non può prescindere dall'esercizio collettivo della musica. È una musica che si lascia trasformare da se stessa, e dal dialogo tra ogni elemento coinvolto nella sua realizzazione, di qualsiasi provenienza geografica esso sia.

AAJ: Ci puoi fare qualche esempio di cosa intendi e di come questo concetto abbia indirizzato le tue scelte programmatiche?

MPDV: Per fare un esempio semplice e lampante, penso alle mutazioni di Miles Davis: in Kind of Blue troviamo Bill Evans, Coltrane, Cannonball... che cosa altro hanno generato questi partner a loro volta? E quanto lo stesso Miles è stato trasformato da loro e poi dal quintetto con Wayne Shorter? E il Jarrett della svolta elettrica col quartetto americano e quello europeo? E Ornette e la scuola improvvisativa di Chicago? E via all'infinito. Tutto questo è affascinante, mutante, e a me è piaciuto mostrare esempi di questi "spin off," presentando sul palco centrale Maestri come Dave Holland (che con tanta vitalità e creatività agisce dopo una carriera monumentale) e Kenny Barron; il trio di Marcin Wasilewski, che nasce sotto l'egida del compianto Tomasz Stanko e ha preso vie autonome; Chris Potter con Craig Taborn ed Eric Harland che ospitano il grande Frisell. O Jacob Bro con Thomas Morgan, il mio adorato Joey Baron e Mark Turner... Tengo molto anche al concerto di Joao Bosco, grande maestro brasiliano della generazione d'oro di un Buarque, Lobo, Veloso, Gil, ma improvvisatore ed ibridatore irresistibile!

AAJ: In un primo tempo avevo avuto l'impressione che ci fosse da parte tua una maggiore attenzione per la scena europea. Mi accorgo invece che prevale un certo equilibrio, con largo spazio anche alle proposte americane. È così?

MPDV: Sono onnivora da sempre, mi interessano tantissime cose, anche quelle che non canterei in primis! Tanti anni della mia carriera giovanile, poco documentati, sono stati anni in cui ascoltavo e praticavo il jazz mainstream, ma ascoltavo e cercavo di cantare anche brani di Bill Evans, Miles, Shorter, amavo i Wheather Report, ma anche Jarrett. Anche il trio Azimuth (con Norma Winstone) e il Demetrio Stratos di Cantare la voce sono stati i miei ascolti! Il mio primo disco era praticamente hard bop! Nel frattempo ho avuto le prime esperienze e ascolti del "free" con Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi, poi l'incontro con Zawinul... Dopo un breve periodo newyorkese, ho avuto la necessità di recuperare le mie matrici culturali e le mie esperienze con le musiche etniche: questo mi ha portato ad una "affermazione" nazionale più tangibile con i lavori Nauplia (concepito con Rita Marcotulli) e poi Phonè con John Taylor. Per molti probabilmente io sono identificata con la matrice "napoletana" o europea. Ma io amo anche altro e ascolto davvero di tutto. Chiamata ad immaginare una proposta musicale per un festival, mi piace offrire proprio questa molteplicità di interessi, non solo ciò che io pratico sul palco.

AAJ: Quali sono le proposte più nuove e trasversali, che pensi possano riservare sorprese positive?

MPDV: Sono tanto affezionata ad ogni artista che ho invitato! Comincio da Paolo Angeli e il suo omaggio ai Radiohead sul suo incredibile strumento, la chitarra sarda preparata. E poi: il duo di Theo Bleckmann con il tastierista Henry Hey, per la prima volta in tour in Italia; il trio Eivind Aarset, Michele Rabbia e Gianluca Petrella è già una garanzia... Ma amo molto anche la sensibilità del duo Roberto CecchettoLionel Loueke, il solo di Luca Aquino. E tengo molto al concerto di Rosa Brunello e Los Fermentos, che insieme a Tino Tracanna abbiamo voluto per la sezione Scintille di Jazz.

AAJ: Il calendario dei concerti è fitto, dalla mattina alla notte. Probabilmente, e purtroppo, non sarà agevole seguire gli appuntamenti della sezione Scintille di Jazz, a meno che non si rinunci a qualche concerto di maggior richiamo... In futuro non sarebbe possibile risolvere questo inconveniente?

MPDV: Vedremo... La sezione Scintille, a cui tengo molto, diretta da Tino Tracanna, voluta da Douglas e da me confermata con entusiasmo, ha qualche propaggine pomeridiana, ma obiettivamente nella strutturazione attuale non può che essere "afterhours." Abbiamo calibrato la scelta degli spazi, in modo da avere una capienza idonea e buona ascoltabilità per dei progetti che sono assolutamente non secondari nella nostra attenzione!

AAJ: Già nelle passate edizioni si è riscontrato un notevole ampliamento delle sedi concertistiche, interessando soprattutto luoghi storici della città alta. Mi sembra che tu abbia accolto in pieno questa impostazione.

MPDV: Sì, è molto bello e stimolante avere spazi diversi per capienza e caratteristiche architettoniche, e quindi pensare al giusto ambiente per ogni concerto, la giusta cornice per il tipo di offerta musicale.

AAJ: Per quanto riguarda i concerti serali, questo sarà l'ultimo anno in cui la programmazione si svolgerà al Teatro Creberg anziché al Donizetti?

MPDV: Sì: la riapertura del Donizetti, che avverrà il prossimo autunno, è molto importante e consentirà anche una rivalutazione dell'organizzazione degli spazi. È qualcosa che studierò con attenzione insieme allo staff della Fondazione Teatro Donizetti che gestisce Bergamo Jazz. Ci saranno, credo, belle sorprese!

AAJ: Ci sono gruppi o musicisti che avresti voluto invitare, ma non hai potuto? E per quali motivi non sei riuscita ad ingaggiarli?

MPDV: Mi sono abituata dai tempi di Ravello a partire con un ventaglio amplissimo di possibilità, perché è normale che non tutti i desideri siano realizzabili per impegni pregressi di tour, o per mancanza di disponibilità temporanea di un artista. Non ti svelo nomi, perché probabilmente li troverai nella prossima edizione del festival.

AAJ: Oltre ai concerti ci saranno a Bergamo altre iniziative collaterali (mostre, film, esperienze didattiche...). Ce ne puoi parlare?

MPDV: Secondo prassi consolidata, il festival di cinema Bergamo Film Meeting passerà simbolicamente il testimone a noi con la sonorizzazione del film Tartufo (1925) di Murnau da parte del duo Star Splitter, composto da Gabriele Mitelli e Rob Mazurek. Ci sarà anche una mostra fotografica del grande Jimmy Katz alla Ex Chiesa della Maddalena. E poi, nell'arco di quattro mattinate, si svolgeranno gli incontri didattici curati dal CDpM e rivolti agli studenti delle scuole primarie e secondarie di Bergamo e provincia. Quest'anno il programma mi sembra molto interessante ed è dedicato in particolare ai rapporti fra jazz e letteratura, partendo da Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Davvero una bella cosa, importante. Gli studenti di oggi saranno il pubblico ed i musicisti del futuro!

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency).

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