Home » Articoli » Live Review » Merano Jazz Festival And Academy 2026
Merano Jazz Festival And Academy 2026
Courtesy Pino Ninfa
Varie sedi
14-19 luglio 2026
I tre appuntamenti concertistici di MeranOjazz dedicati alla scena internazionale e le masterclass dell'Academy didattica erano quest'anno particolarmente sostanziosi. D'altra parte, nel 2026 si festeggiavano sia il trentennale del Jazzfestival nella cittadina termale, che il venticinquesimo anno dell'attività formativa, fondata da Franco D'Andrea ed Ewald Kontschieder, tuttora diretta da loro insieme a Matteo Scalchi. A questo si aggiungeva il compleanno del pianista di origine meranese, che quest'anno soffiava gagliardo sulle sue ottantacinque candeline. Tanti tra i musicisti coinvolti nei concerti, rappresentativi di una bella rosa di personalità della scena contemporanea, erano presenti pure come titolari di masterclass e di incontri con gli studenti. Sia per il pubblico dei concerti che per gli allievi dell'Academy si offrivano occasioni e stimoli a profusione.
Nelle serate allo spazio ormai consueto del Teatro KiMM era evidente che buona parte del pubblico fosse composto dagli allievi: una platea ricettiva, attenta, reattiva. Così nel concerto di apertura, che vedeva protagonista Immanuel Wilkins con il proprio quartetto: la stessa formazione coinvolta nella recente pubblicazione dei tre album registrati al Village Vanguard per l'etichetta Blue Note, fatta eccezione per il batterista, che a Merano era Kayvon Gordon. Wilkins è palesemente un idolo delle giovani generazioni che si interessano alla musica afroamericana e l'accoglienza tributata al sassofonista ventottenne rendeva esplicita tale preferenza anche al concerto di Merano.
Fin dalle prime battute del brano di apertura, lo scoppiettante "Warriors," la risposta della platea era elettrizzata. Da un altro punto di vista, la nostra impressione rimane interlocutoria: quella di trovarsi davanti a un talento certamente brillante, in grado di snocciolare con vigore e scioltezza fraseggi tersi e vertiginosi, in possesso di una tecnica molto articolata, che calca però percorsi ben saldi in una traccia mainstream, prevalentemente di matrice bop, seppure con innesti nella contemporaneità modale, funk e iterativa/elettronica. Un manierismo che considera la possibilità di mettere in gioco piccoli scarti, modulazioni, ma non imbocca rotte ardite, non deraglia per sondare vie traverse, per esplorare campi meno noti. Si dipana, nei lunghi brani proposti, più su una traccia acrobatica, pur con le rimarchevoli aperture liriche del rilassato ternario "Waiting Pt. 1" e dell'intensa ballad "The Dreamer."
Anche il gruppo, perfettamente lubrificato, esprime salda omogeneità, focalizzazione, mettendo però in campo solo a tratti una relazione dialettica tra impronte e caratteri diversi. Vista l'età dei protagonisti, la cosa potrà maturare.
Nell'ambito dell'Academy, l'incontro di Wilkins con gli studenti è stato concentrato e ricco di preziosi confronti, valorizzato pure da brevi inserimenti esplicativi del suo sax alto a fianco degli ensemble di allievi.
Un confronto intergenerazionale ad alto valore artistico e umano è evidente nel trio di D'Andrea, con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria, proposto nella seconda serata meranese in teatro. Le dinamiche di gruppo sono saldate ormai da quasi tre anni di attività, documentati dalla pubblicazione nel 2024 e '25 di due dischi considerevoli, uno registrato in studio, l'altro dal vivo. Un nuovo lavoro sarà registrato nel prossimo autunno. Nel corso del tempo, la fisionomia del trio si arricchisce di profondità e di dettagli, aggiunge nuovi brani al repertorio, configura sempre più un allestimento versatile, della cui creazione tutti tre sono attori in misura coerente e solidale.
Nella selva spesso ridondante del trio con pianoforte, che affolla il mondo del jazz, questo spicca per la qualità del suono d'insieme, per la naturalezza con cui si focalizzano obiettivi e direzioni, digressioni e affondi. Per il respiro, che si avverte fin dalle prime battute del concerto. Si fa tesoro della grande lezione di Bill Evans, ma si pesca ad ampio raggio in Ellington, Lennie Tristano, Martial Solal, Monk. Alcuni capisaldi che il pianista di origine meranese non cessa di indagare. In tutti questi scenari si aprono scorci con originali inquadrature, ma l'impronta è quella di D'Andrea, un grande tra i grandi. La sensibilità sollecitata negli altri due splendidi musicisti scaturisce tutta da quello stimolo fecondo, inesauribile.
Tanti sono stati i brani nuovi, nel repertorio del trio, presentati a Merano, dal monkiano "Ugly Beauty" su tempo allegretto, di carattere sbarazzino, all'"Anthropology" di Charlie Parker, fatto scaturire da un ostinato del contrabbasso, su tempo medio. Incantevoli davvero "St. Thomas" e "The Mooche," che si aggiungono alla sconfinata antologia personale di D'Andrea. Il celebre brano del compianto Sonny Rollins emerge attraverso un puzzle di frammenti sparsi, nell'elaborazione nata da un'idea di Tony Scott, come sottolineato dallo stesso D'Andrea, e mantiene tutta la propria carica ritmica caraibica. Anche "The Mooche," uno degli emblemi del Jungle Style di Duke Ellington, conserva il suo esotismo misterioso, ma vi aggiunge tinte e figure astratte, come un Picasso allorché venne sedotto dall'arte africana. Non manca il "Like Sonny" di John Coltrane: un opportuno doppio omaggio.
Il terzo appuntamento del festival ha avuto come protagonista il quintetto The Remedy guidato da Kurt Rosenwinkel: un vero supergruppo, con musicisti quali Mark Turner al sax tenore, Aaron Goldberg al pianoforte, Joe Martin al contrabbasso e Jeff Tain Watts alla batteria. La formazione tornava a riunirsi in questo tour europeo, che ha toccato pure Roma e Udine, esattamente vent'anni dopo la registrazione effettuata al Village Vanguard nel 2006 e pubblicata su disco due anni dopo. In quel caso, alla batteria sedeva Eric Harland.
La prima cosa che risaltava era lo smalto intatto di quella felice intesa. La musica di oggi non fa riferimento a un vigore passato, che si vuole rievocare, ma ritrova quella stessa energia inalterata. È un'alchimia fondata sull'affinità profonda di Rosenwinkel e Turner, la cui collaborazione risale al 1992, dopo che negli anni Ottanta erano stati insieme studenti al Berklee College of Music di Boston. Rigore e istinto esplorativo sono elementi che li accomunano. Negli unisoni di brani lirici come "Flute" o "Terra Nova," oppure nel sinuoso tema di "The Remedy" così come nei motivi più spigolosi, i due strumenti si fondono spesso in unica voce, anche nel carattere. Un colore composito, ma coeso.
A questo, si aggiunge il lavoro rimarchevole della batteria di Watts, di indole circolare, costantemente alla ricerca di timbri, di accenti spiazzati, che aggiungono sempre spazio e respiro alla musica. Nel gioco, il pianoforte e il contrabbasso si muovono con uguale intensità e corrispondente senso della forma, dell'arricchimento senza affanno. Il breve incontro di Rosenwinkel con gli studenti dell'Academy meranese, svoltosi in contemporanea a quelli di Turner e Goldberg, si è incentrato opportunamente su una tematica essenziale ma concisa, come il "tempo di riscaldamento" allo strumento. In questo caso la chitarra, sulla quale lunghe sequenze scalari erano utilizzate come esercizio tecnico, fisico, ritmico per il controllo mentale, il rilassamento, la creazione di una forma spontanea.
Gli ottantacinque anni di Franco D'Andrea hanno offerto l'occasione, alla vigilia della conclusione di MeranOjazz, per un regalo di carattere musicale al pianista, presentato in una vera e propria serata di gala nel delizioso spazio liberty del Teatro Puccini. Con la regia di Kontschieder, è stata commissionata a diversi insegnanti dell'Academy una serie di brani ispirati a composizioni dello stesso D'Andrea. Differenti organici strumentali, dall'ottetto al quartetto, sono stati impiegati per i sette brani, elaborati da Stefano Colpi, Andrea Ruocco, Andreas Marinello, Giulio Ferraro e Michele Giro .
About Kurt Rosenwinkel
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.




