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Bergamo Jazz Festival 2023

Bergamo Jazz Festival 2023

Courtesy Luciano Rossetti

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Bergamo Jazz Festival 2023
Bergamo
Varie sedi
23-26.3.23

Quarantaquattresima edizione dell'importante festival lombardo: l'ultima sotto la direzione artistica di Maria Pia De Vito, che ha avuto il gravoso handicap di iniziare il suo mandato in concomitanza dell'insorgere della pandemia, che ha colpito in modo particolarmente funesto proprio questa zona d'Italia. Il nome del suo successore è stato annunciato ufficialmente nella serata conclusiva: a guidare i prossimi tre anni del festival sarà l'americano Joe Lovano, che il 24 ottobre prossimo terrà un concerto al Teatro Sociale in duo con il chitarrista danese Jakob Bro, e in quell'occasione verranno anche presentate le linee guida e i principali appuntamenti della sua gestione.

Il vasto palinsesto di Bergamo Jazz 2023 ha coperto varie location, anche nuove, dell'intera città, aggregando i concerti in quattro sezioni tematiche principali: "Jazz al Donizetti," per le tre serate del weekend, "Jazz al Sociale," comprendente tre gruppi nel teatro della Città Alta, "Jazz in città," per una serie di concerti sparsi in vari spazi di tutto il capoluogo, e "Scintille di Jazz," coordinata da Tino Tracanna e dedicata prevalentemente a giovani gruppi dell'area lombarda.

Interessante, quasi intrigante, è stato il confronto fra tre protagonisti della tastiera diversissimi fra loro, presentati in esibizioni solitarie. Al Teatro Sant'Andrea l'emergente trentunenne Amaro Freitas, nato a Recife nel Brasile del Nord-Est, ha dimostrato di non provenire da una formazione né classica né jazzistica, ma di essere riuscito ad elaborare un approccio molto personale, partendo come autodidatta dalla sua cultura d'origine, forte di influenze africane. Aiutato da un funzionale coordinamento fra mano destra e mano sinistra e da un tocco percussivo che a tratti si aggroviglia in veloci, anomali accordi, il suo stile potrebbe essere definito "minimalismo percussivo." Le frasi vengono infatti reiterate con continue variazioni in serie di scale che raggiungono progressioni parossistiche. Nei rari brani lenti, come anche nel suo ultimo album Sankofa, si stagliano linee melodiche suggestive nella loro accorata genuinità. L'omaggio che egli fa al jazz è principalmente a livello tematico, rivisitando brani come "Footprints" e "Giant Steps," secondo un'enfasi tutta sua. Sotto le sue mani il materiale prende una pienezza rituale irrefrenabile, auto—ipnotica, che diviene contagiosa e coinvolgente.

Due giorni dopo, nel medesimo teatro, con il pianista svizzero Nik Bärtsch si è entrati in una diversa dimensione filosofica e mistica, pur giustificata anche in questo caso da una predisposizione rituale. Rispetto tuttavia ad altre apparizioni del passato, nella parte iniziale della sua performance mattutina Bärtsch non ha percorso un continuum ipnotico, in crescendo, di stampo minimalista; ha invece privilegiato linee melodiche ben marcate, sussulti, pause e cambi di direzione, quasi volesse esporre un assaggio di varie soluzioni compositive e di possibilità combinatorie. Solo verso la metà del concerto il pianista ha preso a tracciare fittissimi, arabescati arpeggi con le due mani parallele, concentrandosi sui vari registri della tastiera, per poi riproporre nella parte finale le varie componenti del suo pianismo, questa volta dilatate e compenetrate fra loro in modo organico, raggiungendo momenti di grande potenza espressiva.

Il britannico Django Bates (1960), il più anziano dei tre pianisti, si è esibito alla Sala Piatti, manifestando uno stile rapsodico, un incedere piano e lineare. Senza ricorrere a sperimentalismi estremi o virtuosismi fini a se stessi, con un approccio prevalentemente meditativo, che saltuariamente si è ravvivato in intrecci percussivi o in caratterizzati spunti melodici, Bates ha ricapitolato un mondo di esperienze private per raccontarle al pubblico. Ne è sortita una comunicazione onesta e affermativa, forse non esaltante per l'ascoltatore, che tuttavia è stato preso amorevolmente per mano e reso partecipe di storie che si sono stratificate nella sua pratica pianistica.

Da parte di Maria Pia De Vito non poteva mancare un'attenzione particolare per la voce, che ha fatto la sua comparsa in forme diverse in molti dei gruppi invitati. Due soprattutto sono stati i protagonisti in veste di cantanti veri e propri: David Linx e Cecile McLorin Salvant. Il cantante fiammingo potrebbe essere qualificato come una sorta di Woody Allen del canto jazz: non solo per la somiglianza e la mimica facciale, ma specialmente per il fatto che i brevi passi di danza, appena accennati ma con un seducente timing, il modo colloquiale di rivolgersi al pubblico nella presentazione dei brani ed altro ancora si affiancano ai suoi virtuosismi vocali per dare vita a una sfera intima, un po' maniacale, che non può fare a meno di esternarsi per prendere l'ascoltatore sotto braccio. All'Auditorium di Piazza della Libertà la sua espressività carica di verve, di naturale delicatezza, di insinuante e contagiosa ironia, poteva fare affidamento sul pianista Leonardo Montana, buona "spalla," anche se opportunamente più appartato.

Diverso l'approccio dell'afroamericana McLorin Salvant, in grado di elaborare una visione tutt'altro che stereotipata del canto jazz, anzi estremamente personale e colta. D'altra parte la Salvant è un'artista a tutto tondo, che si dedica anche ad altri ambiti espressivi, come la poesia e l'arte visiva: era sua infatti l'immagine fantastica ed evocativa proiettata alle sue spalle sul palco del Teatro Donizetti. Una naturale, pacata teatralità si è manifestata nella sua sobria presenza scenica e nella stessa modulazione della voce, che ha confermato un'intonazione perfetta, un'incredibile estensione dall'acuto al grave, una classe consumata, oltre che una certa creatività nel prendere le distanze dalle melodie originarie dei brani interpretati. Con una grande ricercatezza nella scelta del repertorio, l'eclettica cantante ha attinto da varie culture per mettere in successione song brasiliane, francesi, statunitensi, rendendo anche omaggio a colleghi-autori come Dianne Reeves e Gregory Porter. Pertinente il supporto fornito dai suoi collaboratori: Glenn Zaleski, Marvin Sewell, Yasudhi Nakamura e Keita Ogawa, rispettivamente pianoforte, chitarra, contrabbasso e percussioni.

Sul main stage la cantante statunitense è stata preceduta dal recente duo Rita MarcotulliPaolo Fresu. Se il trombettista sardo è un beniamino del festival lombardo, di cui è stato anche direttore artistico, la pianista romana ha calcato la scena del Donizetti per la prima volta. Il suo tocco pianistico è apparso quasi sempre determinato, positivo, a tratti quasi spavaldo, senza ripensamenti o con pochi ripiegamenti intimisti; il suo fraseggio lineare ha valorizzato le melodie dei brani interpretati. Fresu, che ha fatto spesso ricorso alla sordina o alla sonorità rotonda del flicorno, ha espresso altrettanta risolutezza, senza rinunciare a quelle distintive intonazioni poetiche, venate di malinconia, che lo hanno reso famoso e inserendo le ormai abituali e pertinenti integrazioni elettroniche. Perlustrando un repertorio di sempreverdi, comprendente canzoni napoletane o brasiliane, una hit di De André, per chiudere con "Night Fall" di Charlie Haden, i due hanno condensato un'intesa perfetta nell'interpretare le suggestioni insite nei diversi brani. In particolare vale la pena di citare il recupero di una lauda, tratta dal Laudario di Cortona risalente al XIII secolo, attualizzata da energiche scansioni ritmiche e deformazioni elettroniche.

Proseguendo con gli appuntamenti del Donizetti, la seconda serata ha proposto due protagonisti del jazz americano: l'emergente contraltista Lakecia Benjamin e lo stagionato, poderoso batterista Hamid Drake. Del vasto background della cultura afroamericana a cui attinge la giovane ed effervescente Benjamin, l'aspetto che è subito emerso in modo evidente è stato un marcato coltranismo: tradotto ovviamente su un contralto che si infervora in scale, sequenze, progressioni rapidissime, ma con un sound di volatile leggerezza, brillante e cristallino. Sono risultate chiare anche altre matrici della sua formazione: lo Spiritual, il R&B, il Gospel, l'hip hop e pure un'impegnata poesia nera. Il tutto è stato esposto con una facilità strumentale estrema, con una smaliziata estroversione comunicativa che ha ricordato Kenny Garrett o David Sanborn più che gli imprescindibili modelli di riferimento. La conclusione del concerto con un "My Favorite Things" su un ritmo scatenato è stata la conferma di quanto detto del suo idioma espressivo. I tre partner hanno tramato alle sue spalle un contesto hard bop appena aggiornato, con frequenti inflessioni tyneriane da parte del pianista Zaccai Curtis.

Con il progetto "Turiya: Honoring Alice Coltrane," Hamid Drake vuole celebrare il suo illuminante incontro—avvenuto la prima volta quando aveva sedici anni—con la pianista e arpista di Detroit, dal cui mondo trans-culturale e intriso di spiritualità egli è stato influenzato. A Bergamo la musica dell'eccellente gruppo internazionale che Drake ha costituito per l'occasione circa un anno fa non è apparsa compatta e univoca, bensì articolata in mirati episodi narrativi, che mettevano in evidenza di volta in volta collettivi vibranti su temi reiterati e mistici, oppure più spesso formazioni più ridotte. Il leader si è imposto non solo con il suo drumming organico e possente, sempre magistrale anche al tamburo a cornice, ma anche con un canto e una recitazione lenta, cadenzata, dolente. Il tastierista Jamie Saft è emerso con un assolo solenne al pianoforte, mentre il costante pizzicato di Joshua Abrams al contrabbasso ha fornito un accompagnamento ipnotico. Attinenti le movenze della danzatrice Ngoho Ange, nonché i suoi interventi recitativi con una voce morbida e scura. Trovo invece che sia stato concesso poco spazio all'ospite Shabaka Hutchings, non particolarmente incisivo nel suo contributo, e che sia risultato poco percepibile il lavoro dello scandinavo Jan Bang nel filtrare e restituire le sonorità dei colleghi; indice che il suo inserimento è stato tutt'altro che invadente. Il bis, introdotto da un assolo nitido e penetrante di Pasquale Mirra al vibrafono, ha rivisitato il trionfale "Desireless" di Don Cherry.

Richard Galliano non si esibiva al Donizetti dal 2010. Questa riapparizione in trio ci ha presentato un artista nel pieno della sua maturità, che ha riproposto il suo linguaggio collaudatissimo, personale, inconfondibile. E come potrebbe essere altrimenti? Dopo aver messo a punto negli anni Ottanta un proprio idioma sincretico di varie culture popolari, sostenuto da un'eloquenza strumentale piena e sontuosa, dopo aver rifinito con cura questa sua modalità espressiva, sperimentandola di fronte alle audience di tutto il mondo, oggi non gli rimane che proporsi in una legittima e orgogliosa autocelebrazione, reinterpretando con trasporto un'antologia di brani arcinoti. Il che non significa affatto cadere nella routine o strizzare l'occhio ad una comunicazione ammiccante e furbesca, bensì conferma la volontà di riproporre una ben definita e definitiva visione estetica, come potrebbe farlo un famoso concertista di musica classica o una star del pop. Questa è anche l'aspettativa del suo pubblico, che va immancabilmente in visibilio ad ogni sua apparizione.

Tre gruppi di diversa natura sono stati presentati al Teatro Sociale a Bergamo Alta. Se è vero che nell'ultimo decennio il cool storico, con il suo tipo di interplay e di messaggio, è stato oggetto di un recupero rigenerante, a volte obliquo altre più rispettoso, la proposta del trio MixMonk non solo si inserisce di diritto in questa tendenza, ma ne rappresenta il versante più raffinato, poetico, carico di uno swing ora classico, insinuante, danzante ora più pronunciato e spigoloso. Tipicamente cool è l'eloquio del belga Robin Verheyen al tenore, mentre al soprano prende inflessioni più imprevedibili e guizzanti. Più contratto e introspettivo si è rivelato l'interessante pianismo di Bram De Looze, anch'egli belga. Joey Baron infine, l'ultimo ad essersi aggiunto, dando così luogo ad un trio, somministra un drumming classicissimo nella sua varietà di accenti, ritmi, effetti timbrici e dinamici. Con un'amplificazione quasi nulla, il loro concerto ha percorso un repertorio composito: brani di Monk, solo un paio, sono stati affiancati da temi di Mengelberg, Neal Hefti e Count Basie, oltre che da original di ognuno dei tre.

Un altro trio, ancor più consolidato, si nutre di un insolito incrocio di culture e linguaggi: ad una estremità, anche fisica nella disposizione sul palco, il pianoforte dell'olandese Harmen Fraanje è portatore di un sobrio e delicatissimo equilibrio classicheggiante; all'altra estremità la voce e gli strumenti etnici di Mola Sylla reinterpretano in modo creativo e quasi dissacrante la sua tradizione senegalese. Al centro della scena, ma anche come perno dell'atteggiamento tecnico-estetico, Ernst Reijseger, il cui uso anomalo del violoncello rappresenta il distillato di un'indefessa ricerca citazionista e improvvisativa. Il sodalizio nel suo insieme esprime con una certa nonchalance una divertita ironia, una sospesa decantazione interpretativa, in cui la contrapposizione o la comunione d'intenti rivestono pari importanza. Se si esclude il disorientante, chiassoso irrompere vocale di Sylla dal fondo della platea all'inizio del concerto bergamasco, quasi tutto il resto della performance è stato tenuto a un volume basso, quasi confidenziale, a tratti bassissimo al limite del percepibile.

Un'attenzione particolare merita la prova della Panorchestra con Jonathan Finlayson come ospite: un progetto speciale che Tino Tracanna ha maturato negli ultimi anni, ma che solo ora si è potuto concretizzare grazie agli investimenti di "Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023." Nei sette brani, a firma degli stessi Tracanna e Finlayson ed inoltre di Massimiliano Milesi, Joe Zawinul e Alfonso Santimone, che era anche l'autorevole arrangiatore del tutto, si sono alternati tematiche, mood e andamenti diversificati, mettendo in evidenza gli interventi dei singoli membri del tentetto. Particolarmente pregevoli, di palpitante energia sono risultate le sortite dei due tenoristi, Tracanna e Milesi, e quelle lineari, pulite ed essenziali del trombettista ospite. Il pianismo di Santimone si è mosso fra audaci contorsioni tristaniane e agglomerazioni free, mentre i clarinetti di Federico Calcagno hanno esposto l'ormai abituale fraseggio, limpido e spigoloso. Solido, pieno e armonico ha proceduto il sostegno ritmico fornito da Giulio Corini al contrabbasso e Filippo Sala alla batteria. Rimangono da citare Paolo Malacarne, seconda tromba, e il trombonista Andrea Andreoli, anch'essi tutt'altro che marginali o inadeguati nei loro contributi.

Della sezione "Jazz in Città" rimane da riferire di due presenze di considerevole interesse, a partire dalla performance del trio Oliphantre, che ha già alcuni anni di vita e un CD Auand alle spalle. Definirei zappiano il loro messaggio musicale basato su continui, repentini cambi di direzione: l'inerpicarsi in eccessi vocali o strumentali, ritmici o timbrici, può evolversi in reiterazioni e progressioni altrettanto frastornanti, in languide cadenze bluesy, in episodi narrativi sognanti... Anche a Bergamo è risultato fondamentale l'apporto di ogni elemento del trio: la chitarra di Francesco Diodati, che è anche l'autore di tutti i testi, ha sondato un efficace repertorio di suggestioni e artifici; la voce spericolata di Leïla Martial, non priva di riferimenti etnici e coadiuvata dall'elettronica e da ammennicoli auto-costruiti, ha manifestato accenti autenticamente giocosi o vagamente surreali, per poi ripiombare in episodi di esasperata drammaticità. Di grande efficienza, infine, il drumming scabro, nodoso e ondivago di Stefano Tamborrino.

Nella raccolta chiesa di San Salvatore, dall'acustica asciutta, ben poco risonante, Dan Kinzelman si è prodotto in una delle sue estenuanti performance solitarie, non a caso intitolate "Resist/Evolve." L'americano, ormai italiano d'adozione, non è nuovo a queste imprese: imboccando esclusivamente il tenore e utilizzando la respirazione circolare dall'inizio alla fine, affronta un'analisi della sonorità, mettendosi in relazione di volta in volta con l'acustica offerta dall'ambiente, da lui percorso molto lentamente. Anche in questa apparizione si è trattato di un esercizio psico-fisico estremo, di una sfida esistenziale, con l'obiettivo e il risultato tuttavia di raggiungere un esito formale-espressivo irripetibile nel tornire con micro-variazioni timbriche e di volume un sound in graduale evoluzione.

Anche alcuni appuntamenti della sezione "Scintille di Jazz," appendice gestita da Tino Tracanna, non possono essere trascurati. Il trio Dear Uncle Lennie, nuovo progetto del pianista e compositore Camille-Alban Spreng, è stato apprezzabile per l'aforistica sintesi delle linee melodiche e per il liquido, singolare sound emanato dall'anomala formazione: banjo e chitarra oltre al piano del leader. Un altro trio, Hack Out!, formato da forti personalità come Manuel Caliumi al sax alto, Luca Zennaro alla chitarra e Riccardo Cocetti alla batteria, si è messo in risalto producendo una conduzione e una sonorità decise e aspre.

Una presenza per certi versi anomala all'interno di questo contenitore è stata quella del Paolo Damiani ONJGT Synthesis, organico che raccoglie alcuni componenti dell'Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti: per l'occasione, sotto la direzione di Damiani, al violoncello, sul palco del Daste erano schierati Camilla Battaglia, Anais Drago, Francesco Fratini, Giacomo Zanus, Federica Michisanti, Francesca Remigi. È stato incoraggiante trovarsi di fronte ad una formazione italiana in cui le quote rosa superavano numericamente quelle maschili. Nei brani proposti, a seconda degli autori, dei temi ispiratori e dei solisti, si sono susseguite dinamiche e atmosfere diverse: un riferimento mediato alla Third Stream Music, affreschi impressionistici evocativi e danzanti, visioni oniriche armonicamente ondivaghe, una cantabilità dal sapore antico, l'impostazione elegante e austera di una sperimentazione quasi "colta..."

Evitando di dilungarmi in lunghe e pedanti descrizioni di brani e solisti, ho cercato di compiere una sintesi critica dei gruppi presenti a Bergamo Jazz 2023, che è stato chiuso al Donizetti dal trio del bassista elettrico e cantante camerunense Richard Bona, nel segno di un fascino discreto e di una sorniona delicatezza descrittiva, oltre che, anche in questo caso, di una visione transculturale e di un'amplificazione tenuta sempre al minimo. Fra le iniziative extra-concertistiche rimane da segnalare almeno l'incontro che il festival ha voluto dedicare alla memoria di Roberto Masotti, alla presenza del fratello Franco e della moglie-collaboratrice Silvia Lelli, con la proiezione di alcune foto rimaste storiche. Nell'occasione si è reso omaggio anche a Franco Fayenz, anch'egli scomparso nel 2022, critico e giornalista indimenticato, grande amico del festival bergamasco fin dai suoi esordi.

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