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L'autorevole inventiva di Salvatore Maiore

Photo credit: Nedici Dragoslav

Angelo Leonardi By

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Contrabbassista, violoncellista e compositore tra i più attivi in Italia, Salvatore Maiore ha evidenziato -nelle molte collaborazioni e nei progetti personali-una cifra espressiva particolarmente ricercata, dove il ruolo dei suoi strumenti assume un aspetto propositivo, in una chiara esaltazione delle forme melodiche e timbriche. Di recente ha pubblicato un progetto sulle musiche di Charles Mingus interpretate in duo con la violinista e violista Maria Vicentini. Il titolo dell'opera è Mingus World ed è pubblicata dall'etichetta Velut Luna.

All About Jazz: Partiamo da Mingus World. Se non sbaglio è il punto d'arrivo di un progetto che tu e Maria Vicentini avevate presentato nel 2018 al Festival Musica sulle Bocche...

Salvatore Maiore: Si è vero, il direttore artistico Enzo Favata ci aveva invitato per un concerto nella bellissima chiesetta di Santa Lucia a Santa Teresa, ma la prima fu a L'Aquila su invito di Paolo Fresu, l'anno precedente. È un progetto che ha avuto una lunga gestazione, dato che suonare jazz con un duo d'archi è molto impegnativo. All'inizio la strumentazione era limitata a viola e contrabbasso, poi abbiamo ampliato la varietà timbrica utilizzando le varie combinazioni anche con il violino e il violoncello.

AAJ: Com'è nata la scelta di focalizzarsi sulle musiche di Charles Mingus?

SM: In casa. Come sai Maria è la mia compagna e spesso sperimentiamo diversi repertori. A volte sono choro brasiliani, altre volte il repertorio di Monk o di altri autori. Lavorando su Mingus la musica ha funzionato subito. La complessità delle forme unita alla bellezza delle melodie, anche se molto articolate, hanno reso il percorso musicale già tracciato. Per questo motivo non abbiamo elaborato particolari arrangiamenti ma, al contrario, spesso abbiamo ridotto le strutture per l'improvvisazione. Ad esempio nell'originale di "Fables of Faubus" i musicisti improvvisano su tutta la prima parte della struttura armonica mentre nella nostra versione abbiamo estrapolato due micro strutture differenti per i nostri soli. In generale abbiamo cercato di evitare strutture simili per i soli. Il repertorio lo suoniamo completamente a memoria riprendendo lo spirito di Charles Mingus e questo ci ha aiutato a lavorare molto sull'estemporaneità delle esecuzioni. Quando suoni a memoria hai molti più margini nell'interpretazione.

AAJ: C'è un altro tuo disco di cui vorrei parlare anche se di qualche anno fa ed è Infinito in cui guidi un quartetto sempre con Maria Vicentini più due chitarristi acustici:Peo Alfonsi e Roberto Taufic. Anche qui c'è la predilezione per gli strumenti a corda, una sensibilità classica evidenziata da composizioni cantabili e un intenso contrappunto. Quest'estetica nasce con la tua formazione classica?

SM: Direi di si. Ho una formazione classica anche se non ho mai lavorato in ambito classico. Ho ascoltato e ascolto molta musica classica ma Infinito è soprattutto frutto di un periodo in cui ero innamorato di alcuni compositori brasiliani, in particolare Egberto Gismonti, Guinga ed Hermeto Pascoal. Di quella musica mi piace la costruzione delle melodie e il particolare sound delle chitarre acustiche. Quell'estetica ha influenzato il lavoro iniziale in trio con Peo Alfonsi e Roberto Taufic, ma in occasione di un concerto Maria si è aggiunta con la viola e la cosa ha funzionato da subito portandoci ad ampliare l'organico. Il gruppo purtroppo non ha suonato molto. L'ultimo concerto l'abbiamo fatto in Trentino nel 2019 con un altro chitarrista eccezionale, Giancarlo Bianchetti, al posto di Taufic che passa gran parte dell'anno in Brasile. La proposta attuale vede un organico con viola, violoncello e due chitarre perché il contrabbasso riporta il gruppo a una dimensione più convenzionale. Mi piace invece l'idea delle due chitarre come corpo del gruppo mentre violoncello e viola si inseriscono nella tessitura interna. Per queste composizioni ho lavorato molto sulla forma, imponendomi di non avere mai due improvvisazioni sulle stesse strutture.

AAJ: Ovvero?

SM: Le strutture delle improvvisazioni sono sempre diverse. Non si ripete mai la forma chorus, è una cosa che voglio sviluppare in futuro nella mia scrittura. Mi piace l'idea di un percorso che non torna indietro. Per questo progetto mi ha aiutato molto saper suonare discretamente la chitarra classica e alcune parti le ho scritte per esteso.

AAJ: Quest'affinità con la chitarra è anche la ragione che ti ha visto lavorare con molti chitarristi? Mi vengono ancora in mente Simone Guiducci, Samo Salamon, il compianto Roberto Malaguti...

SM: Ultimamente anche Bebo Ferra. Suono infatti nel suo ultimo quartetto con Fulvio Sigurta e Alessandro Paternesi. Non ci sono però solo chitarristi: una delle mie collaborazioni più lunghe è con Stefano Battaglia. Suoniamo insieme dal 2005 e abbiamo inciso quattro dischi per l'ECM. Ci siamo conosciuti nell'orchestra di Roberto Bonati a Parma Frontiere e poi ci siamo rincontrati a Verona. Passammo un giorno intero a improvvisare assieme a Roberto Dani. Da lì Stefano ci ha coinvolto nei suoi progetti: da Re: Pasolini al trio.

AAJ: Quali altre collaborazioni sono state particolarmente significative?

SM: Quella con Gabriele Mirabassi è stata la seconda collaborazione più duratura. Per me Gabriele è il miglior clarinettista del mondo e sia in concerto che nelle incisioni Egea abbiamo prodotto della bellissima musica. Anche con Glauco Venier ho avuto lunga collaborazione ed è stata per me la più formativa. Abbiamo fatto alcuni lavori bellissimi che purtroppo sono rimasti poco conosciuti. C'è poi la collaborazione con Peo Alfonsi che risale al 2001: siamo molto amici e abbiamo lavorato insieme in tantissime occasioni.

AAJ: Tra il ruolo ritmico, armonico, melodico o timbrico del contrabbasso qual è per te l'elemento più significativo da coltivare?

SM: Senza dubbio quello timbrico. Il contrabbasso ha possibilità timbriche diverse che possono essere esaltate se si trovano musicisti che ti ascoltano, che hanno rispetto del tuo range dinamico. Il contrabbasso ha un range molto limitato, in particolare sul pizzicato, ma ce l'ha e bisogna usarlo tutto. Sullo strumento bisogna avere la stessa sensibilità che ha un chitarrista classico. Quando suoni una melodia deve saltar fuori con chiarezza, ogni nota deve essere diversa. Questo è ciò che ripeto continuamente ai miei studenti. Sicuramente questo mio approccio nasce anche dai miei studi di chitarra classica e di violoncello...

AAJ: Certo sul contrabbasso è tutto molto più difficile...

SM: Assolutamente, ma alla fine è una questione di approccio. Si tratta di avere in testa un suono e fare di tutto per ottenerlo, usando sia le dita che il corpo per avere varietà timbrica.

AAJ: Come ti spieghi l'irrompere sulla scena del contrabbasso jazz di eccellenti giovani bassiste donne: negli Stati Uniti ci sono Linda May Han Oh ed Esperanza Spalding, in Italia Silvia Bolognesi, Rosa Brunello, Federica Michisanti o Rosa Palazzo, tra le altre.

SM: Penso che come in qualsiasi attività artistica, politica e lavorativa in genere il ruolo femminile sia stato sempre disincentivato e poco considerato. Credo che questo sia successo anche in ambito musicale e forse ancora di più in quello jazzistico. Per questo vedo con molto piacere e interesse la presenza delle donne sempre più numerosa sulla scena musicale jazzistica internazionale.

AAJ: Come ti sei avvicinato allo studio del contrabbasso?

SM: È successo a 15 anni. Io suonavo già la chitarra con Paolo Carrus, un mio carissimo amico pianista, e univamo le nostre passioni: lui aveva i dischi di Duke Ellington ed io quelli di musica brasiliana. Il primo bassista che mi ha colpito è stato Ron Carter. Da allora ho continuato, alternando i consueti periodi di "innamoramento" verso altri musicisti ...

AAJ: In particolare?

SM: Tre bassisti di riferimento sono stati Scott LaFaro, Gary Peacock e Charlie Haden. Soprattutto per la cura del suono e per il contributo che hanno dato nell'ampliare il ruolo dello strumento.

AAJ: Chi apprezzi sulla scena attuale?

SM: Ce ne sono diversi. Drew Gress, Anders Jormin e Thomas Morgan hanno realizzato splendidi lavori rispettivamente con Fred Hersch, Bobo Stenson e Bill Frisell. Ho conosciuto Thomas in Corea, in un concerto dove lui suonava con Jakob Bro e Joey Baron mentre io ero con Stefano Battaglia. Giustamente è un bassista che vediamo in numerosi progetti ed è molto apprezzato. Mi viene ancora in mente Linda May Han Oh di cui si accennava prima, una strumentista davvero fantastica.

AAJ: Tu sei impegnato anche come docente di conservatorio. Quale approccio adotti come insegnante?

SM: Prima di tutto l'approccio tecnico. Il contrabbasso non è uno strumento facile e può essere molto faticoso se non lo affronti nel modo giusto. Con lui devi trovare un equilibrio fisico, devi in qualche modo suonarlo con leggerezza e allo stesso tempo avere peso, altrimenti ti mangia vivo. Quando lo suoni le mani devono volare sulla tastiera e la mente deve essere libera. Quindi curo molto l'aspetto tecnico ma sempre in relazione alla musica. Gli esercizi di tecnica che propongo sono estrapolati da difficoltà reali, che si presentano nei brani che si studiano. Un altro aspetto riguarda l'indipendenza, ovvero la capacità di suonare da soli. Ai miei studenti faccio arrangiare degli standard per basso solo per stimolarli a rendere una melodia in maniera efficace facendo sentire anche l'armonia. Questo comporta un grande lavoro sul tempo: si deve riuscire a trovare gli spazi per aggiungere dei bassi o dei bicordi alla melodia base, quindi dilatarla o restringerla per far spazio ai bassi. Riuscire a gestire questo è una pratica molto impegnativa e formativa. Suonare da soli significa inoltre sfruttare tutti i possibili colori dello strumento e riuscire a organizzare la forma di un brano. Questo ti porta a suonare in un gruppo con la mente di un arrangiatore, cosa che secondo me è fondamentale per un bassista: quando partecipi a un progetto non puoi essere solo un esecutore ma un musicista propositivo, avendo sempre chiara qual è la tua funzione in ogni momento. Funzione che non è sempre quella del bassista inteso in maniera tradizionale, soprattutto in certi contesti.

AAJ: Visti i tempi, vale ancora la pena intraprendere la carriera di musicista?

SM: Per me e tantissimi altri colleghi non è stato facile. Fare il musicista non è facile e non sarà mai facile. Credo sia comunque una scelta obbligata nel momento in cui realizzi che non vuoi fare altro nella vita e sei disposto ad accettare tutti gli inconvenienti che questa scelta può comportare. Desideri ogni giorno dedicarti alla musica e al tuo strumento. È l'unico modo per andare avanti. Comunque vada sai di aver passato la vita a fare quello che volevi, trovando un senso alla tua esistenza.

AAJ: Progetti in cantiere?

SM: Recentemente ho registrato un master con il trio Ammentos e Diana Torto su un mio repertorio di canzoni ispirate all'Antologia di Spoon River. Due anni fa sono tornato a vivere in Sardegna e sto riprendendo alcuni contatti e iniziando nuove collaborazioni. Quando ho lasciato l'isola, nel 1990, i musicisti di jazz erano pochissimi mentre ora la scena è cambiata e ci sono molti giovani. Con il chitarrista Marcello Peghin stiamo ultimando un repertorio che registreremo in duo. Collaboro poi con un trio d'archi insieme a Maria Vicentini e Sebastiano Dessanay, un contrabbassista cagliaritano che ha vissuto molti anni in Inghilterra. Al momento questi sono i progetti che porto avanti nell'isola.

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