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Glauco Venier si racconta con Miniatures

Giuseppe Segala By

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Miniatures è un piano solo. Ma è anche qualcosa di più, per il modo in cui sono state inserite nel tessuto narrativo le sculture sonore azionate dallo stesso Glauco Venier e per come sono saldate al pensiero che sorregge la musica. La musica respira anche attraverso il dialogo tra pianoforte e sculture sonore, che tracciano una dimensione spaziale, vibrante e timbricamente insinuante.
È un lavoro meditato a lungo. Preparato nella sua mappa generale e metabolizzato in una narrazione divisa in piccoli quadri, ma a respiro ampio, a maglie larghe, rilassato e nel contempo intenso, percorso da lampi. Si procede dall'indistinto di macchie sonore impressionistiche alla metafisica di astrazioni sospese, alla melodia oscura, folklorica, rituale, orientale, esoterica.

Ma si approda sempre a una schiettezza che fa parte della natura di Venier. Che si riflette nella sua musica, dove si trovano mescolate e ben dialoganti la spiritualità e la fisicità della terra. Terra intesa anche in senso lato, perché il pianista friulano percorre il mondo con la propria musica: è attratto dalle culture di tutto il globo e le innesta nel proprio scenario artistico.

Allo stesso modo nel suo stile si integrano delicatezza poetica e ruvidezza fisica. Spiritualità e quotidianità. Rinascimento, Barocco e Contemporaneo. Jazz. Anche con l'aiuto delle sculture sonore di Harry Bertoja e Giorgio Celiberti, la musica si espande in più direzioni, pur mantenendo una salda traccia di ispirazione, di narrazione.

Il disco è stato registrato in due giorni, all'Auditorio Stelio Molo di Lugano, con uno sforzo notevole da parte del pianista, che racconta come, alla fine, si sentisse stremato. Ne abbiamo parlato con lui a Bolzano, durante l'Alto Adige Jazz Festival, dove si esibiva con il trombettista Ulrich Beckerhoff e con Rosario Bonaccorso, in un trio inedito.

All About Jazz Italia: In Miniatures sembra che tu voglia fare il punto della tua vicenda musicale, esistenziale, toccando alcuni momenti cardinali della tua formazione e del tuo orientamento artistico.

Glauco Venier: Sì, è assolutamente così. Io provengo da tanti linguaggi: sono partito dal rock e insieme con la musica classica studiata al Conservatorio. Non pianoforte, ma organo. Da lì le prime esperienze: la borsa di studio per gli Stati Uniti, al Berklee College of Music, poi i primi ingaggi professionali. Ho avuto la fortuna di incontrare un agente di Verona, Andrea Marini, che mi ha fatto suonare con tutti i musicisti più grandi in assoluto. Kenny Wheeler, con il quale ho collaborato dodici anni. Sono anche andato a suonare al suo memorial: Kenny sul testamento aveva scritto di volere il trio con Norma Winstone, Klaus Gesing e Glauco Venier, indicando quale brano particolare dovevamo eseguire, voleva poi John Taylor. Sono orgoglioso anche di questo, si tratta di una cosa importante.

Poi ho fatto un lungo periodo con Lee Konitz, una collaborazione partita in quartetto e finita in duo. Un altro musicista per me simile a Konitz è stato Charlie Mariano, con il quale ho avuto un'intensa esperienza. È seguito un sodalizio, proseguito anche di recente, con Steve Swallow, poi con Marc Johnson... Insomma, sono stato fortunato.

Ho suonato spesso con gli italiani: Paolo Fresu nel 1988, Enrico Rava. Devo dire che ho avuto le mie belle soddisfazioni artistiche. Ricordo ancora il disco registrato con Norma per la ECM, che ha ricevuto la nomination per il Grammy Award, seguito da altri due e preceduto da uno per la Universal.

AAJI: Come spieghi il fatto che tu ti collochi sulla scena italiana ancora in penombra?

G.V.: La scelta di rimanere nella mia terra natale, di vivere a Est del Nord Est, verso i confini con la Slovenia, ha senza dubbio determinato una minore esposizione a livello italiano. Per me è stata una scelta di vita. Poi il fatto di essere partito subito con le collaborazioni a livello europeo, sia con Kenny che con Norma, da sempre i miei punti di riferimento, mi ha aperto una strada e ne ha un po' offuscata un'altra. Infatti oggi sono a Bolzano con Uli Beckerhoff, uno dei direttori artistici del Jazzahead di Brema, e lui stesso mi ha chiamato facendo completamente il giro: non come artista italiano, ma come suo collaboratore, presentato a lui quindici anni fa dalla stessa Winstone per sostituire John Taylor a un workshop. Nacque un lungo sodalizio, che ci ha portati a una miriade di concerti in Germania. Diciamo che sono orgoglioso di questo, ma mi manca il fatto di essere riconosciuto in patria.

AAJI: Hai fatto cenno a John Taylor: sotto il punto di vista pianistico e stilistico, quali sono i tuoi riferimenti?

G.V.: Senz'altro John, che ho sentito sempre anche spiritualmente molto vicino. Non so quanti dischi in piano solo ha fatto lui, ma nella realizzazione di uno sono stato parte attiva, nel 1991 con l'etichetta veneziana Sentemo, per la quale avevo registrato da poco il mio primo disco, che si intitolava Finlandia. Il produttore, Diego Sandrin, mi chiese il nome di qualche musicista, per registrare un disco di piano solo: io gli feci immediatamente il nome di John, che lui non conosceva.

Da quel momento sono rimasto legato a lui: siamo diventati amici e mi ha aiutato molto per quanto riguarda l'aspetto pratico del fare musica. Non solo la conoscenza dello strumento e la tecnica, ma anche come stare sul palco. Era una persona molto umile e attenta. Quando gli spedivo un mio disco, lui rispondeva sempre, dicendo di insistere, che la strada era giusta. Cosa che non sempre succedeva con altri blasonati pianisti italiani.

Una volta, davanti a un bel bicchiere di birra, gli chiesi come faceva a gestire il pubblico e il palco e lui mi rispose con grande semplicità che non si deve pensare a cosa dire al pubblico, bisogna essere se stessi. "Sii te stesso, fai quello che faresti quando ti cucini una pasta. Se ti prepari troppo, il pubblico lo sente, se ti rivolgi agli ascoltatori coi tuoi sbagli, ma in modo autentico, il pubblico apprezza. Tutto sommato, noi siamo dei lavoratori dello spettacolo, dobbiamo sempre considerare l'aspetto della comunicazione." Questo mi ha aiutato moltissimo nella mia carriera.

AAJI: Tra i tuoi primi maestri c'è stato Franco D'Andrea...

G.V.: Franco D'Andrea è stato il mio primo insegnante di jazz: io ero un ragazzino ai tempi del Perigeo e mi presentai a lui per imparare. Anche lui mi ha aiutato molto, stimolandomi a tirare fuori ciò che io sono veramente, a livello musicale e a livello umano.

AAJI: Torniamo al CD: come è venuta la decisione di registrare un solo per la celebre etichetta di Manfred Eicher?

G.V.: Manfred ha sempre apprezzato il mio modo di lavorare con i gruppi, specialmente con Norma e Klaus, perché lui dice che riesco a gestire il suono. Quando un certo tipo di sonorità diventa intensa, va verso una saturazione, io tendo invece a lasciare molto spazio e quindi a gestire la cosa. Nel caso del trio, devo accompagnare due voci: se anch'io inizio a riempire, la cosa non va. Ho assunto il ruolo di chi deve gestire il suono, in certi casi anche togliendosi di mezzo. Questo ha colpito molto Manfred: anche quando organizziamo i brani, io sono quello che parla di meno, non decido le introduzioni, i finali... ma suono. Tutto diventa così molto naturale.

AAJI: Questa è una delle ragioni per cui ti ha proposto la registrazione in solo?

G.V.: Mentre Manfred ascoltava il missaggio del nostro secondo disco in trio, Stories Yet to Tell, mi viene vicino, mi dà una pacca sulla spalla e mi dice: "Glauco, mi piace molto quello che fai. Vuoi fare un piano solo per me?." È chiaro che in quel momento ho rischiato la sincope: la prima reazione è stata di non rispondere. L'ho guardato stupito, poi gli ho risposto che lo avrei fatto volentieri, però avremmo dovuto inventare insieme qualcosa di particolare. Visto che lui aveva registrato il fior fiore dei pianisti, da Paul Bley a Keith Jarrett a Chick Corea, dovevamo meditarci sopra.

AAJI: Quanto tempo ci avete pensato?

G.V.: Ci è voluto un annetto buono, ma è nel frattempo è successa una cosa singolare, quelle cose che fanno pensare come forse nulla è dovuto al caso. Mi chiama un artista friulano, il pittore e scultore Giorgio Celiberti, con il quale avevo già lavorato alla registrazione del CD Dodici Musiche Per Dodici Quadri, e mi chiede di entrare nel suo studio, uno studio fantastico, per registrare un documentario di quindici minuti. Si trattava di improvvisare al pianoforte, ispirandosi ai suoi lavori. Nello studio mi colpiscono delle croci in lega che pendono nella stanza, che oscillando producono un suono: delle vere sculture sonore. Ascoltando questo suono, ho pensato di partire da quello per iniziare la mia improvvisazione libera.

Il video di questa improvvisazione fu proiettato dall'ingegnere del suono Stefano Amerio durante la registrazione a Cavalicco del terzo disco in trio con Norma e Klaus, Dance without Answer: Eicher disse subito che quello era ciò che voleva da me. Ho iniziato così a fare ricerche su altre sculture sonore, ho scoperto quelle di Harry Bertoja, altro grande artista friulano che negli anni Cinquanta ha ideato una particolare sedia in metallo con un intreccio ispirato alle ceste di vimini della nostra terra. Da lui ho trovato sculture formate da una piattaforma con lamelle di bronzo che vibrando evocano il fruscio del vento. Il primo brano del disco, "Ritual," inizia proprio con questi suoni.

AAJI: Da questo nasce un interesse particolare per lo spazio sonoro: è così?

G.V.: Ho già fatto diversi concerti e mi sono reso conto che lo spazio in cui propongo questa musica è molto importante. Ad esempio nella sinagoga di Gorizia ho trovato un ambiente ideale: è stata una serata magica. La mia idea è quindi quella di portare questo spettacolo in piccoli spazi, come piazze, corti, chiesette antiche, senza l'utilizzo dell'amplificazione. Sfruttando il riverbero naturale degli ambienti.

AAJI: Questo ci introduce anche a un aspetto spirituale e rituale del tuo lavoro...

G.V.: Certo, avendo studiato all'inizio molto con un organo in una chiesetta della mia zona, spesso al freddo e nel buio, porto dentro di me queste cose. Nella mia formazione non c'è Erroll Garner, ma c'è Frescobaldi, c'è Zipoli. Da lì sono arrivato a Bach, che ho molto utilizzato anche con gruppi di rock progressivo. Quando avevo sedici-diciassette anni è arrivato il jazz e io sono una mistura di tutto ciò. Chiaramente alla fine del mio percorso ci sono stati i compositori moderni, da Max Reger fino a Messiaen. Secondo me si trova tutto ciò nel disco. Ma una componente fondamentale è la musica popolare, in primis della mia terra, ma poi di tutto il mondo. Abbiamo avuto la fortuna di andare in Oriente per concerti con il trio e mi sono trovato ad assorbire quelle musiche popolari, ad esempio della Corea, come una spugna. Il disco è una specie di diario di bordo, in cui si mescolano musiche arabe, armene, friulane.

AAJI: A proposito di Armenia, nel disco sono citati come motivi ispiratori due musicisti armeni: Komitas e Gurdieff, accanto ai nomi di Dufay e Franco. Chi è Alessandra Franco, della quale nel CD interpreti con intensità il brano "Gunam"?

G.V.: È una cantante triestina che nell'approccio alla musica mi ricorda molto Joni Mitchell: un'artista con un grande istinto sia compositivo che musicale. Abbiamo fatto un disco in duo e mi ha colpito questo brano, del quale è stato molto contento Eicher, un estimatore di Alessandra. Dufay ricorda i miei passati di musica antica. I due autori armeni mi sono stati indicati da Manfred. La musica armena è molto vicina alla terra e mi piace che Manfred abbia scelto i brani di questi due autori per il CD. Ha selezionato lui il materiale da pubblicare: io avevo registrato più di un'ora e mezza di musica; il cinquanta per cento di cose scritte nella mia testa e l'altro cinquanta con materiale che avrei sviluppato sul momento. Alla fine ho lasciato tutto in mano sua e lui, prima di scegliere, ha fatto sedimentare il tutto per due anni.

AAJI: A cosa punta Manfred Eicher quando registra un piano solo?

G.V.: Amerio mi aveva ben preparato alla cosa: aveva raccomandato di tenere una mappa mentale ben precisa anche nell'improvvisazione, perché così lavora Eicher. Lui cerca di sviluppare una drammaturgia, in cui la narrazione abbia una propria coerenza. Ad esempio ha scartato un brano di Monteverdi, credo proprio perché era una sorta di ripetizione di quanto già fatto altrove. Alcuni che mi avevano ascoltato in modo superficiale mi hanno detto che questa non è la musica che faccio di solito: io rispondo che sono un insegnante e dunque è importante per me conoscere tutti gli stili, da Erroll Garner fino a Herbie Hancock o Corea. Ma è chiaro che quando faccio un discorso artistico non posso scimmiottare i grandi: devo trovare qualcosa di mio. È strano che ancora oggi io debba spiegare queste cose.

AAJI: Forse questo è dovuto al fatto che nella tua produzione ci siano lavori dedicati a Bach, Ellington, Zappa...

G.V.: Certamente, ma dietro a questo c'è sempre una questione di coerenza stilistica con la mia dimensione artistica. Il fatto di lavorare con Eicher poi mi fa pensare che lui abbia trovato in me un certo tipo di potenzialità originale, slegata. Si può dire che Miniatures sia un disco mio, ma anche suo, nel senso che lui mi ha portato su quella strada.

AAJI: Pensi che quello con Eicher sia un rapporto ideale tra artista e produttore?

G.V.: Assolutamente. Lui è una personalità che ti stimola. Basta la sua presenza per andare in una certa direzione. È una forza determinante, anche se non ingombrante. Un difetto di noi musicisti è focalizzare troppo sulla tecnica e crogiolarsi in queste cose. Manfred non ascolta quanto bravo sei: lui sente il suono che puoi produrre e devi avere l'umiltà di ascoltarlo. Una bella prova per il proprio ego.

AAJI: Per questo a volte viene descritto come un dittatore, altre volte come uno stimolatore?

G.V.: Beh, ho visto musicisti andare in crisi con lui. Si tratta di abbandonare il proprio ego, che a volte ostacola davvero l'espressione artistica. Lui ti mette alla prova su una serie di parametri, anche sotto il punto di vista etico. Poi senti che scatta una sorta di reciproca confidenza. Anche Lee Konitz passa per essere un grande dittatore: io ho lavorato moltissimo con lui e non ho mai avuto un problema. È chiaro che lui al primo concerto ti mette alla prova in modo severo con gli standard e le tonalità, ma se sei preparato, umile e creativo, lui stesso poi ti mette a tuo agio per dare il meglio di te. Così è con Manfred: è lui il primo che riconosce e valorizza il tuo talento, una volta che glielo hai dimostrato.

AAJI: All'interno di questo lavoro ci sono i tre vertici di un triangolo: il musicista, il produttore e l'ingegnere del suono, Stefano Amerio.

G.V.: Stefano è un amico da sempre: è stato mio allievo ed ha orientato il suo studio verso la registrazione della musica acustica dietro mio consiglio, nei primi anni Novanta. Il mio primo disco registrato con lui, ma non nel suo studio, è stato L'insiùm, del 1996, che in dialetto friulano significa "il sogno." Il sogno era quello di arrivare a registrare delle cose per l'ECM. Da lì è nato tutto: nello studio di Amerio prima abbiamo fatto delle cose con Konitz, con Wheeler, poi è arrivato Enrico Rava, portato da U.T. Gandhi, anche lui friulano. A Enrico lo studio è piaciuto talmente, che ne ha parlato a Manfred per la registrazione di un suo disco. Anche lui si innamorò del suono di quell'ambiente. Stefano spesso non sa con chi lavora: mette lo stesso impegno con tutti. Ha un approccio professionale ed etico molto alto. Lo stimo tantissimo.

AAJI: Qualche brevissimo flash, legato a tue precedenti registrazioni e ispirazioni: la musica di Duke Ellington...

G.V.: Mi comunica qualcosa di irraggiungibile, come la musica di Thelonious Monk. È una cosa molto personale, un approccio che non sta dentro i generi musicali. Ellington è la musica classica americana, non è solo jazz.

AAJI: La musica di Bach...

G.V.: Credo in Dio, ma non so quale. Bach mi ha fatto capire che c'è un disegno perfetto, che la sua musica rispecchia. Un marziano che ha portato una forma d'arte vicino alla meraviglia della natura. Come Michelangelo, come Leonardo.

AAJI: Scendiamo a toccare con i piedi la terra: la musica di Zappa...

G.V.: È un gioco continuo, un gioco a mettersi in discussione, a prendersi in giro. E abbiamo tanto bisogno di prenderci in giro. Zappa era una persona molto erudita, ma secondo me aveva sempre voglia di spiazzare se stesso e gli altri. Di giocare e di cercare.

AAJI: Concludiamo con un cenno ancora alla lunghissima esperienza con Norma Winstone e con Klaus Gesing.

G.V.: Sono grato a Norma perché lei mi ha messo in contatto con Manfred Eicher. Verso il 2006 avevo lasciato il trio per ragioni personali, ma lei insistette tanto perché restassimo insieme. Poche settimane dopo mi chiamò, dicendomi che Eicher voleva fare un disco con il trio. Fu la molla che mi fece tornare. Fin dall'inizio, fin da quando Andrea Marini ci ha presentati, Norma è stata affascinata dal rapporto particolare tra me e Klaus. Ora continuiamo in modo abbastanza intenso: dopo i concerti estivi, tra l'altro a Laigueglia e Ravello, in settembre andremo in Corea e Giappone. È stato il gruppo che mi ha formato, che mi ha dato un'identità. Tu mi conosci da tanti anni: da prima, quando suonavo con Roberto Dani e Salvatore Maiore. Anche quello fu un trio molto interessante, a cui sono ancora molto affezionato.

AAJI: C'è la possibilità che torniate a fare qualcosa insieme?

G.V.: Ora loro lavorano con Stefano Battaglia e non è il caso che io mi intrometta. Sto invece lavorando con soddisfazione insieme a Luca Colussi e Alessandro Turchet: abbiamo appena fatto un concerto a Vienna e sto sviluppando cose interessanti con loro.

Foto
Glauco Comoretto.

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