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Bologna Jazz Festival 2023

Bologna Jazz Festival 2023

Courtesy Francesca Sara Cauli

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Bologna Jazz Festival 2023
Bologna, Forlì, Ferrara, Modena
Varie sedi
3—27.11.2023

Ron Carter, Bill Frisell, Steve Coleman, The Bad Plus, Bill Carrothers, Hiromi, Samara Joy, Joey Calderazzo, Greg Osby, David Kikoski, Mark Guiliana, James Brandon Lewis, Sullivan Fortner, Kassa Overall, MonoNeon, Chris Potter, John Scofield, Eric Alexander, Vincent Herring... Bisogna ammettere che la diciottesima edizione del Bologna Jazz Festival ha proposto una sfilata ben nutrita di protagonisti della scena statunitense, di ogni generazione e corrente. A confronto, se si escludono gli inglesi Alfa Mist e JSPHINX e l'austriaco Florian Arbenz—di fatto il leader del trio che comprendeva Greg Osby e l'olandese Arno Krijger—è risultata molto ridotta la rappresentanza del jazz europeo. Non è mancata però un'ampia schiera di jazzisti italiani, non i maestri riconosciuti se escludiamo Fabrizio Bosso, ma i più o meno giovani esponenti della vitale ricerca attuale: dagli Unscientific Italians e Tell No Lies ai gruppi emergenti The Sliders e Saxofollia, da Michele Bonifati a Emiliano Pintori, da Vanessa Tagliabue Yorke a Michele Vignali...

Va detto che in questo festival smisurato, che è durato quasi un mese e che territorialmente si è esteso dalla provincia di Bologna per toccare Modena, Ferrara e Forlì, ognuno dei nomi sopra citati è stato ospitato nella location più idonea, dai prestigiosi teatri alle istituzioni culturali, ai jazz club, ai centri sociali, riconoscendo implicitamente che ogni circuito debba godere di una certa autonomia organizzativa, rivolgendosi ad un proprio pubblico specifico.

Iniziamo questo selettivo resoconto dalla programmazione nei teatri bolognesi, dando la dovuta precedenza all'apparizione del leggendario Ron Carter, che all'Auditorium Manzoni ha guidato un quartetto molto compatto. Sembra che dall'autorevolezza della sua leadership i partner abbiano assorbito uno swing rilassato ma sempre dinamico, un eloquio elegante senza escludere qualche forbita deviazione obliqua, una propensione per un interplay coeso e compassato, sapendo coniugare tutto ciò in termini personali. All'incedere classico e sorvegliato del pianismo di Renee Rosnes ha fatto riscontro il fraseggio elaborato con esuberante fantasia, a tratti quasi con compiaciuta leziosaggine, da parte del tenorista Jimmy Greene, mentre Payton Crossley Jr. ha somministrato un drumming efficace, mai invadente. Quanto all'ottantaseienne Ron, che non ha perso l'occasione per rendere omaggio al collega Richard Davis scomparso in settembre, ha confermato un pizzicato deciso, generatore di un drive determinato e di un sound armonico.

Non ha tradito le attese il quartetto di James Brandon Lewis, che all'attivissima Fondazione Mast ha affrontato una performance imperdibile. Sono prevalsi i brani su tempi sostenuti in cui gli sviluppi improvvisativi del leader, debitori verso le innovazioni di alcuni maestri del sax tenore di oltre cinquant'anni fa, hanno esposto una solida concatenazione e un sound potente, lirico, screziato. I poderosi Brad Jones e Chad Taylor hanno svolto il loro ruolo in modo esaltante, costruendo un tessuto ritmico ribollente e propulsivo. Il pianismo di Aruán Ortiz, purtroppo non adeguatamente amplificato, ha costituito la componente forse più inventiva, trasversale nell'intrecciare riferimenti al passato e proiezioni verso il futuro. Il percorso musicale ha riservato anche episodi più riflessivi. Un brano lento, una sorta di meditazione collettiva, ha messo in evidenza un notevole spunto solistico di Jones, che all'archetto ha intrapreso un eloquio introspettivo, sospeso e lamentoso, perfettamente intonato sul registro medio-acuto. Un intermezzo invece ha messo in evidenza Lewis, che ha intonato un lungo intervento solitario, pacato, rotondo ed evocativo, come fosse un accorato Spiritual dei nostri giorni. Tutti bravissimi dunque; anzi si può sostenere che questo affiatato quartetto, più di tante altre formazioni statunitensi attuali, riesce nell'intento di rivitalizzare con grande qualità, entusiasmo e convinzione quel jazz nero collettivo, misticheggiante e colorato di Africa, che imperava a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.

Nell'ultima settimana del festival si sono succeduti due maestri assoluti emersi alla ribalta negli anni Ottanta, che sono riusciti ad elaborare un linguaggio personalissimo diventando dei classici del jazz attuale: Bill Frisell e Steve Coleman. Al Teatro Duse si è assistito al confronto diretto fra il trio del modello Frisell e la rilettura di suoi brani che da anni hanno messo a punto gli Unscientific Italians. Gli arrangiamenti, tutti di Alfonso Santimone escluso uno di Francesco Bigoni, scanditi e scattanti sui tempi veloci, evocativi, armonicamente complessi nei brani più lenti, hanno prodotto situazioni sonore sofisticate o dirette, oniriche o epiche, rispettando i vari mood che connotano il repertorio friselliano. Ne è risultata una performance estremamente motivata ed equilibrata, con le opportune progressioni e le dovute graduali dilatazioni.

Ognuno degli undici componenti ha impreziosito il tessuto dell'insieme orchestrale con interventi molto riusciti; indispensabile citarli tutti: oltre a Santimone direttore e all'occorrenza anche al pianoforte, Mirco Rubegni e Fulvio Sigurta alle trombe, ai tromboni Federico Pierantoni e Filippo Vignato, alle ance Piero Bittolo Bon, Cristiano Arcelli, Francesco Bigoni e Rossano Emili, al contrabbasso e batteria rispettivamente Danilo Gallo e Zeno De Rossi. Ad essi nel brano finale si è aggiunto lo stesso Frisell, sancendo così la sua approvazione dell'operato degli esegeti italiani più giovani.

Dal trio del chitarrista si è avuta poi una conferma del suo linguaggio, e non poteva essere altrimenti: motivi di diversa ispirazione, spesso provenienti dalla cultura folk ma non solo, hanno trovato uno svolgimento in cui il lento e limpido pizzicato del leader è approdato ad armonici risonanti, dialogando sempre con il fraseggio di supporto della "spalla" indispensabile del contrabbasso di Thomas Morgan. La batteria di Rudy Royston è rimasta prevalentemente in secondo piano, producendo un drumming minuto, appena percepibile ma vibrante di piccoli effetti, salvo emergere in alcuni interventi più accesi ma sempre mirati. In un set senza interruzioni, che ha intrecciato original e un paio di puntuali omaggi, l'incedere ha preso sfaccettature diverse, complessità inattese, bagliori smaglianti, quasi eccentrici, pur conservando sempre un'articolazione e una grana sonora di accessibile narrazione e di coerenza estrema, capaci di dipingere vasti panorami, seducenti e incantatori.

All'Unipol Auditorium il concerto di Steve Coleman & Reflex si è aperto nel segno della prudenza, dando quasi l'impressione di tentare combinazioni di vari temi-riff: attacchi meno taglienti di un tempo, una costruzione meno geometrica, ma anche glissando legati ed altri effetti mai sentiti prima. Poi è affiorato un "'Round Midnight" inaspettato e stravolto e da lì la performance ha cominciato a prendere il volo, alternando temi nuovi e vecchi, crescendo e fasi di decantazione a stemperare l'energia, approfondimenti e brevi indizi, immancabili rivisitazioni di temi e intonazioni bebop, certo mai segni di routine. Sorprendono sempre, dopo un fraseggio collettivo forsennato, quelle chiusure nette dei brani all'unisono, senza alcuna sbavatura. Il drumming fervido, imperterrito di Sean Rickman, è risultato magistrale nell'uso di piatti e grancassa, mentre il basso elettrico di Rich Brown, dal sound brunito e tonante, procedeva all'unisono con il leader riprendendone le linee melodiche. Un trio unico dunque, col quale il leader sembra ricercare qualcosa di nuovo; rimango dell'opinione tuttavia che la presenza al basso dell'imperturbabile Anthony Tidd, già al fianco di Coleman per molti anni, renderebbe più efficace e propulsivo il suo messaggio.

Seducente spettacolo hanno garantito Hiromi e la più giovane Samara Joy, entrambe alla testa di ottimi quartetti. Al Teatro Arena del Sole la quarantaquattrenne pianista giapponese ha convinto con le sue continue sorprese, ma soprattutto per essersi dimostrata meno istintiva e frenetica di un tempo, più compassata e attenta alle varietà strutturali, concedendo il giusto rilievo anche ai partner, fra i quali ha svettato il trombettista Adam O'Farrill. All'Unipol Auditorium invece la ventiquattrenne cantante, forte dei numerosi riconoscimenti recenti, ha stregato il pubblico con le sue acrobazie vocali su un repertorio variegato, con il controllo assoluto e smaliziato della voce in tutti i registri.

L'istituzione Cubo in Torre Unipol ha programmato il duo Francesco Bearzatti—Luca Zennaro, al loro primo concerto assieme nonostante la lunga frequentazione in altri contesti. La parabola dei brani, per lo più original a firma dell'uno o dell'altro dei due comprimari, è sempre stata costruita attentamente, partendo da temi prevalentemente intimisti e ponderati che hanno dato il via a sviluppi improvvisativi conseguenti, pur inserendo qua e là piccole deviazioni più intense e coraggiose. L'ottimo interplay fra il fraseggio sofisticato del chitarrista e la pronuncia più diretta e forbita del tenorista-clarinettista ha sostenuto un dialogo rilassato ma sempre in tensione, insinuante e inventivo, tutto sommato lontano dagli andamenti melodico-ritmici abituali del jazz più canonico.

La solo performance del trentaseienne Sullivan Fortner, del quale da pochi giorni è uscito il doppio CD Solo Game, ha chiuso i concerti bolognesi del festival alla Salaborsa. Il pianista americano, marito di Cecile McLorin Salvant, sta emergendo sulla scena internazionale come interprete di forte personalità; il suo pianismo complesso, trasversale e inventivo è capace di far convivere diverse influenze culturali. Composizioni di Chopin, Jelly Roll Morton, Irving Berlin, Antonio Carlos Jobim, Stevie Wonder, Thelonious Monk, Billy Strayhorn, oltre a suoi original, hanno intessuto il suo repertorio, anche se sotto le sue mani tutto viene stravolto, intrecciato, reso eccentrico e frammentario, portato altrove da una diteggiatura moderatamente percussiva, che anzi vola sulla tastiera con tecnica sorprendente, cesellando veloci arabeschi di note vicine e affrontando continue variazioni armoniche e ritmiche. La sua esuberante improvvisazione è un'espressione dell'attualità, ma affonda le sue radici nel pianismo del jazz classico, pre-bebop, attingendo a piene mani da maestri come Fats Waller, Art Tatum e altri.

Molti concerti sono stati ospitati nei jazz club e nei centri sociali replicando alcuni di essi in luoghi e città diverse. Fra i tanti ne ho previlegiati alcuni di cui riferisco, cominciando dall'attesa presenza dei Bad Plus al Torrione di Ferrara. Del trio originario sono rimasti solo il contrabbassista Reid Anderson e il batterista Dave King, e non è poco, visto che spetta a loro di fornire una base ritmica fortemente caratterizzata, oltre a confermarsi i massimi responsabili del repertorio. Alle logiche, consequenziali progressioni di Ethan Iverson si è sostituito l'intreccio degli interventi improvvisativi fra loro complementari di Chris Speed al tenore e clarinetto e Ben Monder alla chitarra: se il primo è dotato di una sonorità afona e un fraseggio staccato, quasi reticente, dando significato a una costruzione prevalentemente meditativa, il secondo esibisce una conduzione più concatenata e un sound traslucido e riverberante dal carattere visionario. Non sono mancati momenti collettivi e sortite solistiche di grande impatto nel concerto ferrarese, che tuttavia non ha del tutto convinto per una certa ripetitività dell'impianto strutturale dei vari brani.

Perché non ascoltare in sporadiche occasioni un tonico straight ahead jazz, canonico ma di qualità autentica, infarcito di entrate imperiose, di stop, di chase, di una sfilata di assoli veementi? Questo è capitato al Camera, jazz club in pieno centro storico di Bologna gestito da Piero Odorici, dove The Battle, proposta dal quintetto di Eric Alexander e Vincent Herring, ha rinverdito le sfide fra due sax della tradizione anni Cinquanta. In questo caso, se di battle si è voluto trattare non intendo nominare un vincitore, bensì riconoscere un confronto alla pari. Perentorio e puntato, spaziato dalla respirazione, il linguaggio del contraltista Herring, che tuttora dimostra la derivazione da Cannonball, si è retto su una potenza sonora incredibile. Di contro è risultata di grande fascino la pronuncia del tenore di Alexander, ovviamente più scura, ma anche più sdrucciola, nebbiosa, animata da un fraseggio consequenziale, che nei brani più veloci si è fatto frenetico. Il grande spazio concesso all'ospite Mike LeDonne, un comprimario di lusso, è stato coperto con un pianismo determinato e granitico. Pertinenti infine il contrabbassista greco Giorgos Amtoniou e soprattutto il dinamico batterista tedesco Xaver Hellmeier.

Fra i numerosi gruppi italiani in calendario al Binario69 hanno spiccato il quartetto Emong di Michele Bonifati e il quintetto Tell No Lies pilotato dal bolognese Nicola Guazzaloca. Emong, formazione che si regge sulla coesione di giovani entusiasti che hanno lentamente messo a punto un proprio codice espressivo, ha ripreso il repertorio del CD Three Knots edito da Musica.Org nella primavera di quest'anno. I brani del chitarrista-leader, integrati da un paio di hit dell'area pop-rock, hanno confermato l'aderenza alla parabola narrativa propria della forma canzone, partendo da enunciazioni quasi timide per progredire verso sviluppi serrati e tonificanti e concludersi con un ritorno a toni pacati e riepilogativi. La chitarra di Bonifati, che ha assunto a tratti anche la funzione del basso, ha introdotto e collegato le varie fasi, supportando l'intreccio fra il sax contralto spigoloso, guizzante e volitivo di Manuel Caliumi e il trombone sobrio ma penetrante di Federico Pierantoni. I due fiati, che si sono di continuo scambiati i ruoli di canto principale e di controcanto, erano spalleggiati dal drumming rigoroso di Evita Polidoro, che ha avuto modo di esprimersi anche alla voce su tonalità scure e introverse.

Decisamente entusiasmante la performance di Tell No Lies, gruppo con un'identità ben precisa che ha quattro dischi alle spalle. I brani eseguiti hanno dimostrato solidi riferimenti a modelli di un certo passato, in primis all'estetica collettiva e coinvolgente dei sudafricani londinesi degli anni Sessanta-Settanta, ma anche all'Ethio Jazz o a più recenti cadenze genericamente afro. Intelligente il modo con cui il leader Nicola Guazzaloca ha usato i suoi strumenti—una semplice tastiera elettrica collegata con un sintetizzatore digitale a controlli "touch"—per ottenere situazioni stralunate e intriganti, timbricamente avvolgenti. Fondamentale l'accoppiata dei due tenori: al fraseggio di Filippo Orefice, disegnato con linee decise, si è affiancato quello sfrangiato, ruvido e visionario di Edoardo Marraffa, che ha suonato anche il sopranino con un approccio fremente. Il turgido impianto ritmico, ora regolare e propulsivo ora più slabbrato, era nelle mani esperte di Luca Bernard e Andrea Grillini.

Soprattutto, un interplay sinergico ha avviato un'improvvisazione sempre viva, che in un fluire continuo ha tenuto insieme organicamente i temi esposti all'unisono dai fiati, i passaggi di raccordo, i crescendo che hanno raggiunto incandescenti temperie free... Forse può sembrare un paragone azzardato, ma, mutate le formazioni e le condizioni spazio-temporali e socio-culturali, per lo spirito e l'empatia comunicativa molti momenti di questa performance bolognese mi hanno ricordato la fantastica esibizione dei Brotherhood of Breath che ebbi modo di ascoltare al 100 Club di Londra nell'agosto 1972.

Fra le tante iniziative collaterali che hanno affiancato i concerti, ne ricordo una di dichiarato impegno socio-politico: la mostra "Donna, vita, libertà," che in uno spazio della biblioteca Salaborsa ha raccolto le illustrazioni di quattro artiste iraniane, non a caso residenti lontano dal proprio paese. Ognuna di loro ha creato manifesti su fondo verde, in cui il riferimento alla musica jazz viene messo graficamente in relazione con le capigliature femminili; ne è risultata una curiosa serie di soluzioni immaginifiche.

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