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Albert Ayler. Un ardito sogno futuristico

Photo credit: Rolf Sara

Giuseppe Segala By

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Come una meteora, Albert Ayler ha attraversato il firmamento della musica neroamericana, dal 1962 al 1970. E ha lasciato il segno. Una traccia presente e attiva tutt'oggi, nell'operato di numerosi musicisti che dedicano il proprio lavoro all'improvvisazione e alla ricerca di un'autenticità dell'espressione artistica.

L'apparizione del sassofonista nel mondo del jazz, una vera epifania, impressionò molti, tra cui John Coltrane, che lo supportò anche in senso finanziario. Trane fu profondamente colpito dal carattere, dal suono di Ayler, dalla sua ricerca dell'articolazione musicale che andava oltre il disegno melodico e stava "spostando la musica su frequenze ancora più alte." Le parole di Gary Peacock approfondiscono il concetto: "Qui non c'è più alcuna melodia nell'improvvisazione. Il posto della melodia è preso dalle forme, che sono prodotte con portamenti di suono tra una nota e l'altra dello strumento, e nel fare ciò la nota in sé non costituisce più il fattore decisivo."

Allo stesso modo, il musicologo tedesco Ekkehard Jost, nel suo fondamentale testo Free Jazz del 1975, parla di "archi di suono," mentre Steve Lacy asserisce senza esitazione: "Ci ha influenzato enormemente. Ricordo che nel 1965 ascoltavamo senza sosta il suo disco in trio Spiritual Unity. (...) Ci indicò la direzione." Nello stesso anno, il critico Martin Williams annotò con acume che quanto stava sviluppando Ayler sulla natura del suono si collocava, in termini di originalità e creazione inedita, nel solco di alcuni grandi personalità della tradizione, come Joseph "King" Oliver, Sidney Bechet, Rex Stewart. Amiri Baraka, il cui nome allora suonava ancora Leroy Jones, scrisse su Down Beat nel 1964: "La musica che cerca di fare è tra le più emozionanti—e persino spaventose—che io abbia mai ascoltato. (...) Il suono del suo sassofono è così denso e ruvido che a volte sembra una sirena da nebbia."

L'etichetta Hat Hut Records ripubblica ora, nella collana Revisited Series by ezz-thetics, due documentazioni di fondamentale importanza della produzione ayleriana: Albert Ayler Quartet With Don Cherry—European Recordings Autumn 1964, in doppio CD, e Albert Ayler 1965—Spirits Rejoice & Bells. La cosa offre lo spunto per qualche riflessione sulla figura del sassofonista di Cleveland, del quale lo scorso novembre ricorreva il cinquantennale della tragica, prematura scomparsa.

Ayler resta tuttora una delle figure più misteriose, trascinanti e controverse della storia musicale nero-americana. Catalizzatore dell'attenzione e della stima di musicisti, musicologi e poeti del calibro che abbiamo sopra citato, ispiratore di tanti, il musicista sfugge ancora oggi alla comprensione di alcuni. Il suo sottrarsi ai canoni, il suo percorrere direzioni profetiche, toccava territori in grado di disorientare l'ascoltatore.

Peter Niklas Wilson, nel suo volume Spirits Rejoice! Albert Ayler und seine Botschaft, pubblicato in Italia nel 2013 da Edizioni ETS con il titolo Albert Ayler—Lo spirito e la rivolta, riporta alcune delle citazioni sopra estrapolate, ma pure altre impressioni del tempo, tra cui la recensione di Kenny Dorham allo stesso Spiritual Unity, uscita sempre su Down Beat nel 1965: "Se questa roba non verrà messa in quarantena, presto faremo tutti i commessi" scrisse il trombettista. Affermazione che temiamo possa essere condivisa ancora, in un momento come l'attuale, sempre più distratto e superficiale. Ma quello stesso anno, quel '65, pure un giovane musicista coinvolto nella pratica della libera improvvisazione come Alexander von Schlippenbach decretò che Ayler si andava creando "con il folklore qualcosa come un alibi." Certo, l'ascolto della musica e la sua interpretazione sono fatti di simpatie e idiosincrasie, di adesioni e clamorose incomprensioni. Tutte lecite, se disposte al confronto reciproco.

A chi riuscisse ancora a trovarlo, raccomandiamo la lettura del testo di P.N. Wilson, magistralmente curato nell'edizione italiana da Francesco Martinelli e Antonio Pellicori, con dettagliata discografia e ampia bibliografia. A questo, si affiancano naturalmente i testi del corposo libretto accluso al cofanetto di inediti Holy Ghost, pubblicato nel 2004 da Revenant, oggi accessibile purtroppo solo sborsando cifre da capogiro.

Ma torniamo all'ascolto delle ultime due uscite dedicate ad Ayler, curate dall'etichetta svizzera: erano state precedute, nella stessa collana editoriale, da Saints to Holy Spirits, registrato con due differenti quartetti nel 1964, e da Prophecy, che propone un concerto al Cellar Cafè di New York, in trio con Peacock e Sunny Murray nello stesso anno. Tutto materiale già pubblicato precedentemente, in buona parte dall'etichetta ESP di Bernard Stollman. Ma la stessa Hat Hut aveva pubblicato in due dischi separati, nel 2016 e 2017, quei celebri e formidabili concerti europei, ora riproposti. Cosa aggiungere a quanto è stato abbondantemente detto di questi documenti? La ripubblicazione è senza dubbio benvenuta, corredata dalle ampie note di Brian Morton e Brian Olewnick, che si aggiungono a quelle di Andy Hamilton e Derek Taylor delle precedenti edizioni Hatology citate. I documenti che riprendono le esibizioni dal vivo in Danimarca (Copenhagen Live 1964) e Olanda (European Radio Studio Recordings 1964) fotografano a nostro avviso uno dei momenti più intensi e riusciti della vicenda di Ayler, come già evidenziammo recensendo quelle uscite del 2016 e 2017.

Qui ribadiamo l'esemplare inserimento della cornetta di Don Cherry nei concerti europei, che trova una propria dimensione dentro un trio giunto già a livelli altissimi di amalgama ed empatia dialogica, come quello con Peacock e Sunny Murray. Esemplare in lavori come Prophecy e Spiritual Unity, registrati pochi mesi prima, dove si erano messi in evidenza i vertici assoluti della musica di Ayler. Cherry ricorda: "Aveva uno sguardo scintillante e un sorriso lieto. (...) Nella mia vita ho incontrato pochissime persone che mi hanno dato la sensazione di avere questa luce dentro." Il contributo di Don Cherry non incrina il prodigioso amalgama del trio, in cui le multiformi, arroventate, metamorfiche campiture sonore del sax tenore trovavano un costante motivo di stimolo e variazione nel confronto dialettico con il contrabbasso, elegante nella propria ardita ricerca contrappuntistica, e con la batteria di Murray: insolente, disarticolata, fuori dagli schemi.

Don Cherry imbocca una via mediana, che aderisce perfettamente alla propria personalità, aggiungendo valore all'economia del gruppo. Il suo fraseggio è etereo e allo stesso tempo tagliente, si muove con destrezza e indole selvatica, serbando attenzione precisa, prontezza dell'istinto, reattività. Si insinua con la leggerezza di un volatile nei pertugi delle masse sonore e del potente vibrato di Ayler, ne affianca con empatia certe movenze, ne punteggia le ondate poderose. Le registrazioni in oggetto ne rappresentano costante dimostrazione, a partire dallo straordinario "Angels," che apre con lacerante drammaticità il doppio CD e il concerto di Hilversum, proseguendo con l'ispido "C.A.C." e inoltrandosi nella dolente fanfara di "Infant Happiness," felice creazione dello stesso Cherry. Le quattro versioni di "Spirits," tre delle quali registrate a Copenaghen, mettono ancora in evidenza la libertà di approccio, con la splendida concisione e l'esaltante finale di quella danese del 10 settembre. E quella del 26 settembre, che chiude, in funzione di sigla, il concerto: brevissima e lasciata spegnere nell'aria, a incontrare l'applauso.

La coralità ribollente, basata su motivi melodici semplici (dall'inno di chiesa alla marcia, alla fanfara) che incontriamo in Bells e Spirits Rejoice, riuniti nell'altro CD Hat Hut, è ben conosciuta. Qui si rompono gli equilibri del trio e del quartetto precedenti e si giunge a nuove turbolenze dionisiache, in lavori tra i più celebrati della produzione di Ayler, insieme a quelli sopra ricordati. Rispetto alla formazione del '64, il sassofonista pratica una virata, coinvolgendo il fratello Donald alla tromba, dall'approccio ben più ruvido e greve rispetto a Cherry. Ci sono poi i giovani Charles Tyler al sax alto, alla sua prima registrazione, e Lewis Worrell al contrabbasso. Un quintetto propulsivo, che registra Bells nel maggio del 1965, scaturito da un concerto che Spellman organizzò alla Town Hall di New York per presentare quattro formazioni dell'etichetta ESP. La performance di venti minuti alla Town Hall, riunita sotto l'unico titolo "Bells," metteva in scena in realtà tre brani. Si apriva con la frenetica eterofonia di "Holy Ghost," pezzo già presentato al Village Gate nel marzo dello stesso anno e pubblicato dalla Impulse! nell'album The New Wave in Jazz, dove il violoncello di Joel Freedman figurava in luogo di Tyler.

Si proseguiva con "No Name," presente anche nel concerto di Hilversum, e solo dopo questo si sfociava nel vero e proprio "Bells," strutturato su nuclei tematici ispirati sempre alla marcia, che si propongono in alternanza serrata con gli interventi dei solisti, fino alla rovente improvvisazione collettiva del finale. Un sestetto con i due contrabbassi di Peacock e Henry Grimes, e con il clavicembalo di Call Cobbs (solo nel brano "Angels") è protagonista di Spirits Rejoice, con il lungo brano omonimo che comprende una lettura non convenzionale della "Marsigliese," interpolata con altri temi di fanfara e di tradizione popolare, in una sublimazione dei criteri già tracciati con "Bells." Registrazioni che si collocano nel cuore pulsante di quanto Ayler produsse, sia in senso cronologico che artistico, spirituale, sociale, energetico.

Nel cuore del suo "ardito sogno futuristico," come ebbe a dire Archie Shepp.

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