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Umbria Jazz 2019 - Prima parte

Libero Farnè By

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Umbria Jazz 2019
Perugia, varie sedi
12-21.7.2019

"Numeri da record assoluto quelli di UJ19: oltre 40.000 paganti con un incasso che ha superato 1 milione e 600mila euro." Con queste parole di evidente soddisfazione si apre il comunicato diramato nella conferenza stampa conclusiva del festival umbro. Indubbiamente a Perugia il palinsesto era talmente ricco di eventi, concerti e iniziative collaterali che era praticamente impossibile seguire tutto; anzi rimane il rammarico di non essere riusciti ad ascoltare nomi importanti. In questa edizione le novità assolute erano due, opportunamente promosse. Innanzi tutto il recupero di Via della Viola, dove per tutta la giornata in spazi adeguati si sono tenuti laboratori di vario genere, tra cui da segnalare quelli mattutini rivolti ai bambini, al fine di sensibilizzarli al jazz. A notte fonda poi si sono susseguite le jam session presso il jazz club Méliès, sempre frequentatissime sia dal pubblico che da molti musicisti ospiti del festival.

La seconda iniziativa importante è stata la riapertura al pubblico della ex chiesa di San Francesco al Prato, riconvertita in Auditorium dopo decenni di chiusura per sottoporla a un completo restauro. Azzeccata per l'occasione l'idea di concepire una produzione originale che coniugasse il jazz e la rivisitazione di un compositore della musica antica italiana come Gesualdo da Venosa. Altrettanto condivisibile la scelta di affidare l'incarico a Uri Caine, maestro delle trasposizioni in chiave jazz di autori della musica classica europea. Al trio del pianista di Filadelfia, completato da Mark Helias e Clarence Penn, erano affiancate le ormai consolidate Umbria Jazz Orchestra e l'Orchestra da camera di Perugia.

Non è facile valutare questo ambizioso lavoro, anche perché dalle partiture eseguite ben poco si è percepito della macerata drammaticità e delle dissonanze che caratterizzano gli originali di Gesualdo, tratti dal Quinto libro di Madrigali come mi ha rivelato lo stesso Caine. È comunque risultata evidente la prevalenza di nitide masse orchestrali, ora distese in ondate cicliche, ora animate da un'enfasi di marca americana, alla Copland, ora con più nervose scansioni puntillistiche, mentre vivaci spunti jazzistici sono stati inseriti soprattutto da parte della sezione dei fiati della Jazz Orchestra. Pienamente riuscita è stata inoltre la fusione fra le parti orchestrali e il trio jazz con il leader spesso al piano elettrico. A parte l'enigmatico riferimento all'omaggiato Gesualdo, l'esito musicale è risultato decisamente apprezzabile: ne è sortita una suite movimentata ma unitaria, con i giusti contrasti e sorprendenti invenzioni.

Altro evento imperdibile è stata l'apparizione dei King Crimson in occasione del cinquantesimo anniversario della loro fondazione. Molteplici sono state le ragioni che hanno reso la performance del tutto convincente. In primo luogo lo schieramento in prima linea di tre batterie (Gavin Harrison, Pat Mastellotto e Bill Rieflin, quest'ultimo anche alle tastiere) ha comportato frequenti episodi di puntuale e variegata potenza percussiva. All'uso originalissimo, frusciante della chitarra e dell'elettronica da parte del leader Robert Fripp hanno fatto riscontro gli inserimenti un po' petulanti delle ance e del flauto di Mel Collins (anch'egli membro storico delle prime formazioni) e il pregevolissimo, sapiente lavoro di Tony Levin al basso elettrico. Gli interventi vocali erano invece affidati soprattutto alla dizione distesa e canonica del chitarrista Jakko Jakzyk.

La sequenza dei brani in rapida successione, senza presentazioni verbali, ha creato un flusso dalla tonica pulsazione intervallato da brevi momenti di pacatezza. Ha inoltre positivamente contribuito al buon risultato la totale assenza di espedienti di captatio benevolentiae nei confronti di un pubblico attento ed entusiasta. Un concertone generoso e ineccepibile dal punto di vista professionale, suddiviso in due tempi di un'ora e un quarto ognuno, che si è concluso con l'esaltante compattezza dei brani finali, in cui una dimensione visionaria e i colori di un denso espressionismo sono stati scanditi sempre da un rigore ferreo.

A confronto della struttura compositiva nell'uso delle tre batterie da parte dei King Crimson, il ricorso alle due batterie nel gruppo di Kamasi Washington è stato improntato a una concezione improvvisativa afro-americana, ottenendo una trama percussiva inestricabile. D'altra parte tutto nella ritualità della sintesi metropolitana propugnata dal sassofonista è risultato eccessivo ed esasperato: la memoria deformata del jazz di protesta di Max Roach e Abbey Lincoln, dei binomi Trane—McCoy Tyner o Trane—Rashied Ali, il frequente richiamo all'Africa, evidente anche nella sonorità e nel drive del contrabbassista Miles Mosley, il dichiarato risvolto mistico, convivente con un greve approccio popolaresco e funkeggiante... Purtroppo non si è potuto avere una totale conferma di queste impressioni, perché si è dovuto abbandonare a metà il concerto di Kamasi all'Arena Santa Giuliana per correre al già ricordato evento d'inaugurazione di San Francesco al Prato.

Subito prima di Kamasi Washington si era esibita una delle fortunate espressioni attuali del pop jazz: il collettivo degli Snarky Puppy, diretti dal compositore e bassista Michael League. Il nonetto schierato a Perugia ha ammannito una musica ben confezionata, ottimista, duttile, entusiasta, con un ricco tessuto ritmico e timbrico. Una musica che rischierebbe di cadere nell'ovvietà se nella sua fitta trama collettiva non si riservasse spazio anche per l'enfasi, per la reiterazione, per una vaga nota di eccesso. Notoriamente questa formazione, anche se non più così giovane, è apprezzata da un pubblico giovanile; ben venga, se essa può esercitare indirettamente un'attrazione anche verso altri generi jazzistici.

Nelle mani di Michel Camilo il jazz latino diventa uno show pirotecnico. A Perugia il suo pianismo percussivo, basato su nettissime scansioni ritmiche, ha evidenziato le brillanti escursioni della mano destra sostenute dalle poderose scansioni della mano sinistra. Inevitabilmente trascinanti e divertenti gli esiti di un simile esibizionismo virtuosistico, che sembra risalire anche alla tradizione dello stride piano. Nella stessa serata, fredda e ventosa ma graziata dalla pioggia, alla solo performance del pianista dominicano è succeduto George Benson, icona del pop tout court, più che del pop jazz. Le hit riproposte dal settantaseienne chitarrista, soprattutto in veste di cantante, sono state avvolte dal morbido e accattivante ambiente sonoro creato dal suo doppio trio di tastiere, chitarre, percussioni e voci.

Tra gli appuntamenti tenuti all'Arena, è il caso infine di soffermarsi sul concerto di Diana Krall. La cantante ha esposto un timing ricercato e un timbro che nei pianissimo ha assunto toni nebbiosi e velati; soprattutto ha modellato i testi con un fraseggio claudicante, frammentato, in una sospensione onirica ed ebbra, tanto che riconoscere i brani è diventato talvolta arduo. Un simile approccio ha fatto sì che le sue interpretazioni si siano ammantate di un'alterazione sofisticata, a volte un po' nervosa. Il procedere del suo scarno pianismo ha seguito più o meno la stessa impostazione di frammentazione allusiva. Stratosferico il quartetto che accompagnava la leader: Marc Ribot, Joe Lovano, Robert Hurst al contrabbasso e Karriem Riggins alla batteria. L'autorevolezza di ognuno di loro ha inserito interventi di un'elevatissima caratura jazzistica. Nel complesso si è avuta l'impressione che la mezza età abbia portato la cantante americana ad una seducente maturità espressiva.

Imperdibile la sfilata di solo performance di pianisti, di generazioni ed esperienze diverse, alla Sala Podiani della Galleria Nazionale dell'Umbria, dall'ottima acustica; per fare fronte alla capienza ridotta, in alcuni casi è stato organizzato un doppio concerto prima e dopo l'ora di pranzo. Ascoltando Kenny Barron mi sono tornati in mente gli insegnamenti esposti da Jelly Roll Morton nell'esauriente e storica intervista rilasciata ad Alan Lomax, oggi opportunamente riedita in Italia da Quodlibet: in essa Morton critica la faciloneria e l'esagitazione di tanti jazzisti suoi contemporanei e sostiene la necessità di una correttezza interpretativa, di una misura elegante e "colta." Oggi il pianismo senza tempo di Barron, esente da effetti sensazionalistici, raccolto e conseguente ma solidissimo, rappresenta al meglio, in seno al jazz, un analogo orientamento classicista.

Anche il pianismo di Benny Green affonda le radici nella tradizione jazz americana, da Oscar Peterson in poi; ne è stata dimostrazione anche il repertorio affrontato: oltre a un paio di suoi original, sono stati recuperati brani di Hank Jones, Horace Silver, un paio di Cedar Walton, un paio di Kenny Barron... La sua diteggiatura granitica, che nei tempi sostenuti ha inanellato escursioni velocissime e insistite a mani parallele, nelle ballad è stata capace di pianissimo impalpabili e intimisti. Memorabile a tale proposito è spiccata una versione struggente e lentissima di ”My Funny Valentine”, al limite del silenzio. È stato questo uno dei vertici di tutto il festival.

Joachim Kuhn, che fra il 1995 e il 2000 sostenne sedici concerti in duo con Ornette Coleman su un repertorio sempre diverso concepito dallo stesso Ornette, nel piano solo perugino ha inteso mettere in evidenza l'aspetto melodico di queste composizioni poco note, come già nel disco edito dalla Act. Nei brani selezionati dal pianista tedesco per questa sua prima apparizione a Umbria Jazz, oltre alla struggente vena melodica, sono prevalsi una visione tormentata, un andamento rapsodico e concentrato, tradotti però da una diteggiatura limpida e sgranata d'impostazione europea.

Era alla testa di un trio invece Fred Hersch, pianista che è raro ascoltare in Italia. Le sue composizioni e reinterpretazioni prevedono sviluppi dall'impianto strutturale vincolante, al quale si sono dovuti attenere i due pertinenti partner, John Hébert ed Eric McPherson. Il pianismo di Hersch, ricercato e ricco, sorretto da una grande sensibilità di tocco e da una qualità melodica avvolgente, ha propagato un'atmosfera romantica, ora dinamica e affermativa ora più malinconica. Sarebbe azzardato sostenere che fra i maestri del passato Bill Evans è quello a cui il lavoro di Hersh si avvicina maggiormente?

A fronte della caratura di questi protagonisti del pianismo americano ed europeo, la presenza di due giovani pianisti italiani, entrambi a loro agio con la solo performance, ha portato alla Sala Podiani un approccio nuovo, intriso di curiosità e aspirazioni, di una volontà narrativa piana, difficilmente trasgressiva. In particolare Enrico Zanisi, prevalentemente sui tempi medi riprendendo i temi del suo CD Piano Tales, ha esposto cadenze danzanti e una diteggiatura gentile dal sound un po' alonato, raccontando storie allusive, a volte private, forse un po' marginali e divaganti. In definitiva ne è risultato un impianto melodico e narrativo che ben rappresenta una certa italianità jazzistica attuale.

Più esplicita l'impronta dinamica e melodica di Giovanni Guidi. La sua partecipata interpretazione, dalla vena lirica, a tratti languida, ha affrontato canzoni molto note, sia americane che italiane (da Endrigo a Tenco ad altri autori), avvolgendole di nostalgica lontananza o citandole appena per stravolgerle con vitali agglomerazioni free. A seguire, con un'accelerazione turbinosa e percussiva sono stati riproposti, intrecciandoli fra loro, tre temi degli amati "sudafricani di Londra": autori e brani che l'attualità sembra rimuovere sempre più, se non fosse per la memoria filtrata che ne viene opportunamente avanzata dal pianista di Foligno.

Foto: Roberto Cifarelli.
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