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Lana Meets Jazz 2026 - XIV Edizione

Lana Meets Jazz 2026 - XIV Edizione

Courtesy Roberto Cifarelli

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Lana Meets Jazz 2026
Lana (BZ)
05-10 giugno 2025
Nelle intenzioni dei suoi organizzatori, i musicisti Helga Plankensteiner e Michael Losch, Lana Meets Jazz è un Kulturfestival. Parola che non ha bisogno di traduzione e la cui declinazione pratica ha implicazioni molto forti: non ci si limita a presentare una serie di concerti, ma ci si pone come riferimento per l'educazione musicale e la diffusione del jazz sul territorio. Alcuni esempi. Durante il festival gli allievi della locale scuola di musica hanno occasione di esibirsi. Vengono organizzati concerti nelle scuole elementari. Le vie del centro ospitano mostre fotografiche a cielo aperto: quest'anno era "Round About Miles" di Roberto Cifarelli, serie di ritratti di grandi musicisti —da Joe Zawinul a Sonny Rollins, da Wayne Shorter a Dave Holland—che hanno collaborato con Davis e contribuito a crearne il mito.

In breve, questo festival semina, genera interesse, suscita curiosità intorno al jazz. Il risultato, dopo quattordici edizioni, è tangibile. In questo angolo dell'Alto Adige si è creato un pubblico che segue con attenzione il festival. Che magari non conosce i musicisti che si esibiscono ma che va comunque ad ascoltarli perché si fida di chi cura la programmazione. Il che porta anche a piccoli miracoli, come un pubblico attento, numeroso ed entusiasta per il trio del batterista Jim Black che, in compagnia dei giovanissimi Asger Nissen al sax alto e Lennart Schandl al basso elettrico, ha dato vita ad un concerto impegnativo, dalle trame fittissime e di grande impatto sonoro, a metà strada tra la torrenzialità di certo free jazz e le sonorità punk-new wavebritanniche di qualche decennio orsono.  

Con il suo mix di rigore e leggerezza, amore per la tradizione e sguardo tra il disincantato e l'irriverente, il trombettista tedesco Matthias Schriefl, presenza abituale al Lana Meets Jazz, ci sembra riflettere molto bene la filosofia del festival. In questa edizione era presente con un sestetto (Alex Eckert alla chitarra, Stephan Gerhartz, Alex Morsey, Christoph Berndt, Florian Hartlieb , al contrabbasso, Barbara Grahor alla viola, Claudia Schwab al violino, Beate Wolff al violoncello). Un organico cameristico, che a tratti ricorda i Pago Libre, su cui Schriefl innesta un meccanismo zappiano di scomposizioni e frammentazioni in uno strabordante eccesso di creatività che rifugge lo sviluppo organico, preferendo accennare e passare ad altro.

Molto più strutturato il concerto dei Barionda Reloaded di Helga Plankensteiner (con Massimiliano Milesi, Giulia Barba e Rossano Emili al sax baritono, Mauro Beggio alla batteria), tra le poche band al mondo (forse l'unica?) che ha in organico ben quattro sax baritoni. In programma, un mix di brani originali e composizioni di Florian Bramböck, Klaus Dickbauer, Garrison Fewell, arrangiati con sapienza e con una spruzzata di ironia (con quattro baritoni non potrebbe essere altrimenti). La spinta ritmica del registro grave ha fatto così da sfondo alle incursioni solistiche prevalentemente a firma di Milesi ed Emili, mentre sul finale di concerto c'è stato anche spazio per un piccolo cameo di Matthias Schriefl, sulle note di "Bernie's Tune."

Un'altra peculiarità del Lana Meets Jazz è che si tratta di un festival a misura di pedone. I luoghi in cui si svolgono i concerti sono tutti facilmente raggiungibili a piedi in pochi minuti. Fa eccezione il Vigilius Mountain Resort, bellissimo albergo che da tre anni ospita un concerto, cui si arriva in funivia. Qui il pubblico è più occasionale, fatto di escursionisti ed ospiti dell'hotel. La proposta musicale deve quindi essere più leggera ed accessibile. Compito svolto egregiamente dal Nicole Johänntgen Labyrinth_Trio (oltre alla leader al sax, Jon Hansen alla tuba e David Stauffacher a batteria e percussioni), che ha presentato una serie di composizioni originali gradevoli, sviluppate con cura e con quel pizzico di ammiccamento che, in questi frangenti, è quasi d'obbligo.  

Ammiccamento (quasi d'obbligo anche qui) che abbiamo ritrovato nel concerto in piazza dei Jemm Music Project (Max Castlunger alle percussioni, Matteo Cuzzolin al sax, Hannes Mock al trombone, Mirko Pedrotti al vibrafono, Marco Stagni al basso, Matteo Dallape alla batteria), che hanno proposto un mix di atmosfere africane e caraibiche dalla forte connotazione ritmica, con l'esplicito intento di far ballare la piazza.

Il trio del chitarrista Lorenzo Frizzera, con Tommaso Cifariello Ciardi al basso e Matteo Giordani alla batteria ci ha portato nei territori della "comprovvisazione," un terreno minato che richiede grande disciplina. Il trio si muove tra echi di Pat Metheny e la libertà più assoluta. A tratti i musicisti si lasciano coinvolgere a tal punto, sono così dentro la musica, da faticare a tenere il dovuto distacco. Frizzera è però una sorta di enciclopedia della chitarra e il suo innato senso della melodia gli permette comunque di uscire sempre molto bene dall'impasse.

Il virtuosismo del clarinettista Nico Gori (con Andrea Beninati al violoncello, Simone Padovani alle percussioni, Marco Benedetti al basso, Raffaele Pallozzi al Fender Rhodes, Andrea Muciarelli alla chitarra) era al centro di un lungo viaggio attraverso luoghi ("Harvard Street"), momenti ("Solstice"), legami familiari ("Nina" e "2-5-32" rispettivamente dedicate al padre e la madre), tra jazz e reminiscenze da balera (absit iniuria verbis), vorticose cascate di note e aperture fusion.  

Indubbiamente virtuoso dello strumento è anche il fisarmonicista francese Vincent Peirani che però, forse stimolato dalla sacralità del luogo (causa pioggia il concerto si è tenuto in una chiesa), ha preferito indirizzare le sue qualità tecniche su un controllo assoluto delle dinamiche, sulla creazione di un racconto che procedeva per accenni, per suggestioni, per attese, per non detti. Il primo brano ha così preso la forma di un lungo medley in cui quattro composizioni, dedicate alla sua famiglia, si sono incrociate tra accenni e rimandi, echi popolari e colti, in una sorta di lessico familiare di grande intensità e coinvolgimento emotivo. Forse consapevole di aver dato vita ad un momento di forte commozione, Peirani ha poi preferito alleggerire virando su "Smile" di Charlie Chaplin, incrociandola con "Imagine" di John Lennon, per chiudere con un delicato brano popolare indonesiano su cui si innestava "The Sound of Silence" di Paul Simon. Melodie facili e riconoscibili, che hanno ricondotto il concerto ad una dimensione decisamente più terrena rispetto alla spiritualità della (meravigliosa) prima parte.

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