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Bologna Jazz Festival 2019

Libero Farnè By

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Bologna, Modena, Ferrara, Forlì
Varie sedi, 25.10-26.11.20019

Il Bologna Jazz Festival 2019 ha confermato, ampliandole, le linee guida delle due passate edizioni, proponendo per un mese intero concerti esclusivamente serali, anche in contemporanea. Per quanto riguarda l'offerta musicale non si sono riscontrate univoche scelte stilistiche, ma soprattutto si è teso ad estendere l'impianto organizzativo, a instaurare collaborazioni nuove, ad organizzare iniziative collaterali, cercando così di raggiungere e sollecitare pubblici differenti per formazione, esigenze ed età. Di conseguenza la distribuzione territoriale delle partnership e degli eventi si è ancor più dilatata, spingendosi quest'anno fino a Forlì, dopo Modena, Ferrara e molti comuni della provincia bolognese già coinvolti in passato.

Al di là dei risultati, questo "possibilismo pluridirezionale," questa ricerca di una saturazione di tutte le occasioni organizzative e logistiche sul territorio, quasi tendendo a costituire un grosso contenitore onnicomprensivo, se non proprio una sorta di monopolio, rappresenta una delle tendenze in atto, forse la prevalente, ed a questa il Bologna Jazz Festival dimostra di volersi adeguare, affiancandosi ad altre rassegne analoghe e a tanti altri festival nazionali.

Ma perché e con quale beneficio replicare forme organizzative già realizzate da altri soggetti con maggiore o minore coerenza e successo? Perché non cercare con fatica una propria identità decisa? Personalmente ritengo sia preferibile una manifestazione con i caratteri del "festival" piuttosto che della "rassegna," cioè racchiusa in un'area territoriale più raccolta e in un numero più ristretto di giorni; soprattutto un festival incentrato su una programmazione concertistica mirata, che si svolga anche in altre ore del giorno, che sia espressione della vitalissima attualità jazzistica, presentando in successione appuntamenti stilisticamente dialettici e di differente richiamo, in modo da provocare così un benefico innesto e non, come avviene ora, una separazione fra i diversi pubblici. Lo so bene, non sono queste le regole del Mercato; ma chi può sostenere che il Mercato sia la miglior salvaguardia della Cultura?

Per venire ad un sintetico resoconto dei concerti, partiamo da quelli organizzati nel sistema teatrale. La quattordicesima edizione del festival emiliano si è aperta all'Unipol Auditorium con il trio di Fred Hersch, vale a dire nel segno di una raffinata concentrazione, di un approccio severo, dell'autocontrollo supremo. Innegabile l'influenza di Bill Evans nel tocco e nelle armonizzazioni di Hersch; di Evans egli non possiede però lo swing, pur spingendo la ricerca verso puntillismi e dissonanze nuove. Il suo spettro dinamico si presenta volutamente poco esteso: l'intensità sonora senza contrasti evita i fortissimo e i pianissimo, il registro prediletto è quello centrale della tastiera e l'andamento ritmico, prevalentemente su tempi medio-lenti, innesca situazioni narrative avvolgenti e sofisticate. Perfettamente in the mood il contributo degli esperti partner: John Hébert al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria.

Nello stesso Auditorium si è assistito ad una delle piuttosto rare apparizioni di Hermeto Pascoal & Grupo. Nella prima parte del concerto il sassofono e il basso elettrico hanno tracciato un po' schematicamente le linee melodico-ritmiche portanti, mentre tutto il resto della formazione (piano, batteria e percussioni) sembrava fornire un contorno di riempimento, compresi gli stessi interventi dell'ottantatreenne leader, brevi ed eccentrici. Poi la performance ha preso quota: la carica ritmica dell'intero collettivo è divenuta più articolata e ribollente, più esplicito e autentico l'ambito culturale folk d'origine, più ricchi gli esotismi e più coeso l'interplay del sestetto.

Nel pop jazz di Dianne Reeves, che spesso opportunamente ha sconfinato nella musica brasiliana compreso un ancestrale tropicalismo, tutto è risultato meno scontato di quanto ci si potesse aspettare e comunque tutto ha funzionato. Al Teatro Duse un repertorio composito è stato affrontato con varie sfaccettature—anche con modifiche della formazione—dalla scaltrita professionalità dei partner della cantante (un plauso particolare merita il raffinato Romero Lubambo alla chitarra) e soprattutto dalle modulazioni dirette, scandite, aggressive della voce della leader, capace di passare con naturalezza da toni scuri e bruniti a slanci nel registro acuto.

Ci voleva la capienza dell'Europa Auditorium per accogliere l'affluenza del pubblico richiamato dal duo Stefano Bollani & Chucho Valdes. Su un'eterogenea scaletta di brani, in cui hanno prevalso i temi latini e brasiliani, i due pianisti, assieme ma anche in parentesi solitarie, hanno toccato momenti tonici, intimisti, ubriacanti, esilaranti, scherzosi... Si è ascoltato quasi di tutto, anzi troppo! Si è dipanato un dialogo musicale estroverso e giocoso, ma senza una ricerca profonda e autentica, se non quella del sensazionalismo più sorprendente, di una leggiadrìa virtuosistica e di un arguto intrattenimento.

Nello stesso teatro, ovviamente altrettanto gremito, si è chiuso il festival con Pat Metheny. Un Metheny tutto sommato a misura d'uomo e non in formato Pantagruel, come capitava in anni passati. Un concerto durato un'ora e quaranta è stato sostenuto da un trio completato da partner di non eccelsa personalità: il contrabbassista Derek Oleszkiewicz e il batterista Jonathan Barber. L'osannato chitarrista ha ricapitolato il suo mondo musicale, fatto di sapori vagamente orientaleggianti e di un uso dell'elettronica come riverberante colore aggiuntivo, di un tonico senso del blues e di ballad quasi intimiste. Il tutto è stato riproposto con la ben nota tecnica, con la sonorità lucida, cangiante e risonante delle sue chitarre, ma anche con buon gusto e una certa misura.

Come si è già avuto modo di accennare, numerosi sono stati i concerti organizzati fuori Bologna in collaborazione con specifiche realtà attive sul territorio. Fra questi ricordiamo innanzi tutto uno dei due concerti del quintetto Fabrizio BossoGiovanni Guidi & The Revolutionary Brotherood, che è stato ospitato a Forlì, oltre che al Torrione di Ferrara, in chiusura della mini rassegna Jazz a Forlì organizzata dall'associazione Dai de jazz. La formazione schiera tre delle personalità di spicco dell'attuale jazz italiano, affiancate dai giovani e pertinenti nero-americani Eric Wheeler al contrabbasso e Joe Dyson alla batteria. Al pianismo di Guidi, che sa conciliare toni intimisti e frenetiche scorribande sulla tastiera, e alla brillante, stentorea irruenza del trombettista, si sono integrate le liriche narrazioni del tenore di Francesco Bearzatti, particolarmente avvincenti. Un "Over the Rainbow" interpretato dal duo dei co-leader, molti original e un brano di Ornette proposto come bis hanno imbandito una musica prevalentemente esuberante, ma sempre governata da un grande controllo delle strutture e della forma, sia nei collettivi che negli spazi solistici.

Nell'appuntamento accolto dal Jazz Club "Henghel Gualdi" alla Biblioteca civica di Anzola dell'Emilia si è ascoltata l'improvvisazione del Rob Mazurek Quintet, uno dei recenti progetti italiani del trombettista americano, appena pubblicato su disco. La performance si è retta sul confronto-integrazione fra tre componenti che di volta in volta hanno preso il sopravvento, dando le linee guida: il pianismo di impostazione classica di Claudio Vignali, dagli accordi possenti e insistiti, l'elettronica e la chitarra di Daniele Principato, che hanno aggiunto una densità sonora stratificata e un po' angosciante, e gli interventi della pocket trumpet di Mazurek, che hanno inserito una voce più umana e lirica. Questo schema, cangiante e di un certo spessore qualitativo, non è stato stravolto dall'ingresso in scena del contrabbassista Giannicola Spezzigu e del percussionista Marcello Molinari, che hanno introdotto colori e accenti non sempre indispensabili.

A Castel Maggiore invece ha fatto la comparsa Rosario Giuliani con la ripresa del suo progetto intitolato Cinema Italia, reinterpretando soprattutto colonne sonore di Ennio Morricone e Nino Rota, oltre a qualche original. L'assenza di Michele Rabbia, non annunciata né in programma né prima del concerto, ha fatto sì che la formazione si riducesse a un trio, ovviamente modificandone l'impianto sonoro, che ha quindi rimarcato una maggiore impronta melodica e armonica sia nelle esposizioni tematiche che nei lunghi sviluppi solistici. Hanno così avuto modo di balzare in evidenza tutte le inventive e peculiari qualità delle pronunce dei tre singoli jazzisti, tutti superlativi: oltre al leader al contralto e soprano, Luciano Biondini alla fisarmonica e Enzo Pietropaoli al contrabbasso.

Quest'anno si è fatta sempre più estesa la rete dei jazz club coinvolti nella programmazione del festival: ai locali già cooptati negli anni passati (il Locomotiv Club, la Cantina Bentivoglio, il Bravo Caffè, il Binario 69, il Torrione di Ferrara, lo Smallet di Modena, lo Stones Cafè di Vignola), si sono aggiunti il neonato Camera Jazz & Music Club, sotto le Due Torri, gestito dal sassofonista Piero Odorici, e il Mercato Sonato, circolo Arci dall'intensa attività a cavallo di diversi generi musicali, compresa la musica classica. Questo è un evidente segnale dell'attenzione degli organizzatori verso realtà già autonomamente attive sul territorio, ma nel contempo è anche un espediente per ampliare e differenziare in modo sinergico l'offerta musicale, bilanciando le risorse economiche.

Del sistematico coinvolgimento dei jazz club da parte del festival vanno ricordati alcuni appuntamenti, a cominciare da quelli nella storica Cantina Bentivoglio. Il ZZ International Quartet, che prende il nome dai co-leader Simone Zanchini alla fisarmonica e Ratko Zjaca alla chitarra, si è formato da una decina d'anni ma è ben poco conosciuto in Italia. Alla Cantina il fisarmonicista romagnolo si è confrontato con tre partner d'eccezione che hanno incanalato il suo mondo musicale sulfureo, eccentrico, estroso in una corrente decisamente jazzistica. Zjaca, originario di Zagabria ma residente a Rotterdam, e il contrabbassista Martin Gjaconovski, macedone trasferitosi in Germania, hanno apportato un colore tipico della tradizione jazzistica dell'Est, fatta di una qualità tecnica peculiare e di un tipico senso melodico-ritmico. La conduzione ritmica del drumming di Adam Nussbaum ha proceduto sempre con un andamento incalzante come un treno in corsa. I brani scritti alternativamente da Zanchini e Zjaca hanno messo in evidenza ora le fantasiose evoluzioni dell'uno ora il limpido, concatenato e veloce fraseggio dell'altro.

Nello stesso club del centro storico bolognese il quintetto Simone Graziano Frontal ha confermato ancora una volta la tipicità della musica del pianista toscano, fatta di temi singolari, di situazioni avvolgenti e soprattutto di frasi ripetute insistentemente marcando coinvolgenti crescendo. È parso sempre più solido il ruolo dei singoli partner: le evoluzioni controllate ma dal sound sensuale del tenore di Dan Kinzelman si sono integrate con le cristalline complessità armoniche della chitarra dell'olandese Reiner Baas. Fondamentale la scansione ritmica, sempre sghemba e di una crudezza disadorna, del drumming di Stefano Tamborrino, mentre al contrabbasso è stato pertinente il contributo di Francesco Ponticelli, chiamato a sostituire per l'occasione il titolare Gabriele Evangelista.

L'ultimo dei sei concerti del festival ospitati alla Cantina ha presentato il sestetto "mitteleuropeo" Helga Plankensteiner & Plankton. Original e rivisitazioni di composizioni tratte dalla Winterreise schubertiana, materiale già inciso su CD, hanno percorso sentieri solo in parte seriosi, più spesso scanzonati e moderatamente dissacranti. Gli arrangiamenti per i tre fiati della front line hanno messo in particolare evidenza la verve delle trombe di Matthias Schriefl. Leggiadro e gentile l'uso del baritono da parte della leader bolzanina, mentre l'austero trombone di Gerhard Gschlössl ha fornito una canonica solidità. Le tastiere di Michael Lösch hanno portato una pronuncia evanescente e classica al tempo stesso ed estremamente efficaci sono risultati il sound e la conduzione ritmica di Enrico Terragnoli e Nelide Bandello, rispettivamente alla chitarra/banjo e alla batteria.
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