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Jazz em Agosto 2026
Courtesy Petra Cvelbar – Jazz em Agosto
Fondazione Gulbenkian
Lisbona
31 luglio-9 agosto 2026
È arrivata all'edizione 42 "Jazz Em Agosto," di scena negli spazi sontuosi della Fondazione Gulbenkian a Lisbona, sempre con la direzione artistica di Rui Neves.
Ed è stata un'edizione all'insegna dell'eclettismo stilistico, dove il jazz continua ad essere una lingua tra le altre, talvolta dominante, altre volte soccombente. Se consideriamo il rapporto tra jazz e manipolazioni elettroniche, sempre insidioso, un equilibrio virtuoso è stato raggiunto dal quartetto The Sleep of Reason Produces Monsters, dove suoni campionati e rilanciati, grovigli rumoristici di giradischi e synth, si intrecciano al lirismo dell'improvvisazione jazz in una sinfonia elettroacustica costantemente in divenire. Mariam Rezaei coordina il tutto, con oculata padronanza dei tempi esecutivi, creando miriadi di spunti alla consolle e al laptop, elaborati da Gabriele Mitelli alla tromba piccola più elettronica, commentati dalla batteria secca e tonante di Lukas Koenig (anche al synth) e rifiniti dal sax alto di Mette Rasmussen, mai così poetica e ornettiana.
Anche il batterista e compositore Ches Smith mescola le carte nel suo progetto "Clone Row," tra gli ibridi sonori più stranianti sentiti di recente. Le sue scorribande punk si intravedono ancora in un tessuto sonoro in realtà sempre più sofisticato in questo repertorio per percussioni, elettronica, due chitarre elettriche e contrabbasso. I ritmi sono fratti e imprevedibili, ma anche se il garbuglio digitale può sembrare distopico, le risoluzioni melodiche in fondo tornano ad atmosfere danzanti e cantabili -a loro modo -innervate dalle chitarre di Mary Halvorson e Liberty Ellman, e dal basso sulfureo di Nick Dunston.
Anche il Chicago Underground Duo (Rob Mazurek, cornetta, synth, e Chad Taylor, batteria) scioglie negli acidi elettronici la propria musica, ma con intenti più divaganti e divertenti, rimanendo fedele alla matrice folklorica di molti temi, un folk che può essere legato all'Africa o all'Amazzonia, mescolato con i ritmi urbani stratificati, come ancora nel recente "Hyperglyph." Al solito, un set travolgente, il loro.
E con una sorpresa niente male: si materializza James Brandon Lewis sul palco per gli ultimi due pezzi dunque in trio, di estremo coinvolgimento emotivo.
Diversi concerti evidenziano l'importanza del ritorno alla composizione, specie per i gruppi di New York. Una pratica questa che riserva scoperte interessanti ma che nello stesso tempo toglie quella spontaneità e quell'adrenalina che il jazz improvvisato ha sempre garantito.
Ad esempio il concerto del quintetto Shimmer Wince di Anna Webber si affida un po' troppo ad una scrittura rigida -anche la batterista Lesley Mok lèggeva le parti -per quanto sapiente e variegata. Così come il "Dream Up" del batterista Tomas Fujiwara, quartetto di percussioni più cordofoni e flauti orientali, la cui fedeltà alle partiture non ha comunque sottratto entusiasmo e gioia di suonare ed ha evitato anzi quell'auto indulgenza in cui formazioni di questo tipo solitamente si rifugiano. Accanto a Fujiwara, ancora Ches Smith al vibrafono e conga, Kweku Sumbry a diverse percussioni, e Kaoru Watanabe, che ha ammaliato con i tamburi Taiko e i flauti, in una trance rituale anche intensa fisicamente.
In ambito "free improvisation," invece, abbiamo ascoltato il quartetto Canyon, che non ha sciolto una certa contrattura d'insieme, benché i solisti fossero tutti ottimi: Sylvie Courvoisier al piano, Joe Morris al basso, Lester St. Louis al violoncello e Jerome Deupree alla batteria.
Di notevole finezza ma anche di una forza evocativa immediata il duetto tra il poeta Fred Moten ed il contrabbassista Brandon Lopez: spoken word fluido e naturalmente ritmico, sorretto da virtuosismi strumentali del tutto assimilati alla narrazione, mai invadenti.
Un'altra pista solcata dal festival è quella del solo-piano, affidata a due maestri dallo stile antitetico.
È tornato dopo molto tempo Joachim Kühn, veterano protagonista del jazz europeo sin dagli anni Sessanta.
Kuhn è in perfetta forma fisica e garantisce ancora una performance di alto livello, con un flusso improvvisativo di notevole lucidità nella sintesi di linguaggi che uniscono echi di impressionismo europeo con la foga (controllata) del free. Anche due omaggi conclusivi a Ornette Coleman, con due composizioni del sassofonista col quale Kuhn ha registrato in duo.
Su di un altro versante Pat Thomas, inglese di Oxford ma con radici caraibiche, la cui blackness si esprime in un concentrato di storia del piano afroamericano, che riesce a fondere stride piano e Thelonious Monk, Muhal Richard Abrams e Cecil Taylor, con tocco e diteggiatura del tutto unici.
Un set intimo ed esplosivo al contempo, il suo, tra le cose più intense del festival.
Un discorso a parte è dovuto per il quintetto SML, che ha chiuso il programma.
Collettivo losangelino di forte tendenza nelle ultime stagioni, il gruppo porta alle estreme conseguenze la musica ipnotica dell'Eta IVtet di Jeff Parker (due elementi sono anche in quella band). Dunque un tessuto sonoro magmatico, che parte da cellule minimali e si trasforma in pattern ripetitivi. Si pensa alla traduzione electro-jazz del processo di phasing di Steve Reich, ma poi ci si accorge che è qualcosa di diverso, che ha più a che vedere con lo spirito del rhythm and blues e della dance music. È infatti un po' straniante ascoltare questa musica seduti in poltrona, perché tutto è in movimento e danzante. I pilastri sonori sono la batteria dell'infaticabile Booker Stardrum ed il basso elettrico dell'impassibile Anna Butterss, davvero formidabili. Josh Johnson al sax ed elettronica e Jeremiah Chiu al synth rielaborano in tempo reale e dunque moltiplicano il già complesso labirinto di linee sonore, la chitarra di Gregory Uhlmann pennella timbri e colori.
Le sequenze ricche di groove sono da ricordare, i passaggi invece di raccordo, con il clima raffreddato, sono lunghi e noiosetti. Ovazione finale della platea.
"Jazz Em Agosto" ha anche proposto anche il duo David Maranha (elettronica)Rodrigo Amado (sassofoni), il quartetto Shardik, il Lisbon Underground Music Ensemble, il quartetto Bonbon Flamme.
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