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Umbria Jazz 2016

Libero Farnè By

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Umbria Jazz 2016
Perugia, varie sedi
8-17.07.2016

Sul numero di maggio di Downbeat vengono riportati in sintesi i calendari dei più importanti jazz festival estivi dell'intero globo. È facile constatare che i programmi degli appuntamenti europei di maggior richiamo sono spesso analoghi a quello di Umbria Jazz, basandosi su una serie di protagonisti ricorrenti: Diana Krall, Pat Metheny con Ron Carter, il trio Mehldau-Scofield-Guiliana, Buddy Guy, Chick Corea, anche l'emergente Kamasi Washington... oltre al recupero di Burt Bacharach (assente a Perugia). Ciò sta a dimostrare che le dinamiche del mercato e la circuitazione dei nomi d'agenzia condizionano pesantemente la programmazione degli appuntamenti, limitando in parte l'autonomia degli organizzatori e facendone degli eventi prevedibili.

Eppure (capisco che possa sembrare incredibile) ci sono dirigenti della Radio RAI convinti che, dopo le prime serate in cui si sono esibiti Massimo Ranieri e Mika, Umbria Jazz 2016 sia da considerare un festival di nicchia! Evidentemente per costoro è di nicchia qualsiasi avvenimento di spettacolo che non sia la Notte della Taranta, il Festival di Sanremo o il tour di un redivivo Bob Dylan... oppure qualsiasi cosa che vagamente odori di jazz.

La ovvia verità è che Umbria Jazz è un festival imponente e onnivoro, che fra gli appuntamenti a pagamento e quelli gratuiti nel centro storico si rivolge a un pubblico vasto ed eterogeneo, non solo ai fan del jazz. E non può essere altrimenti fin tanto che gli organizzatori devono fare i conti con la capienza dell'Arena Santa Giuliana, spazio che sembra quasi vuoto se ci sono duemila persone. Ecco allora come si giustifica l'invito di Mika, che ha registrato circa seimila paganti con un costo dei biglietti oscillante fra i 33 e i 77 euro.

Fra i molti artisti "residenti," che hanno avuto l'opportunità di esibirsi in vari contesti, ha spiccato il giovanissimo Joey Alexander, vera rivelazione del festival. Dopo il suo CD d'esordio My Favorite Things e due nomination ai Grammy Awards, su Downbeat di luglio è stato incluso in un'eterogenea selezione dei venticinque personaggi che faranno il futuro del jazz.
Non si può negare che a tredici anni appena compiuti, nato a Bali e trasferitosi a New York un anno fa con i genitori, il pianista sia un vero fenomeno. La sua tecnica, sorprendente per maturità e raffinatezza di mezzi, riesce a rigenerare con autorevolezza, verve e buon gusto molti modelli pianistici del passato: da Tatum a Mehldau, da Hampton Hawes a Hancock, da Corea a Gonzalo Rubalcaba. Su un repertorio mai banale di standard e suoi original, a suo agio sulle ballad come sui tempi veloci, il minuto Joey dimostra di avere idee chiare, cioè capacità di sintesi nello strutturare percorsi diversi. Per il momento la sua concezione del jazz trio non si discosta dalla tradizione aurea; ne è prova il sostegno puntuale e spumeggiante fornito dai suoi partner: Daniel Chmielinski al contrabbasso e Ulysses Owens, Jr. alla batteria. Se sarà sorretto da buoni consiglieri, da ambizione e motivazione, nei decenni a venire il pianista potrà dare corpo a una sua visione sempre più personale, avverando la previsione del mensile americano.

La serie dei concerti dedicati agli artisti della Tuk Music si è tenuta a mezzogiorno nella sala Podiani della Galleria Nazionale dell'Umbria, la cui acustica risulta un po' troppo risonante quando interviene un'amplificazione inopportuna.
Su un repertorio variegato, comprendente standard, original e temi da colonne sonore, il rodato duo Raffaele Casarano -Marco Bardoscia ha dato corpo a un interplay concatenato e nello steso tempo aperto e ricco di potenzialità: un rapporto giocato su brevi introduzioni sperimentali, brani giocosi e più spesso situazioni di struggente poesia.
Nel concerto conclusivo del ciclo ad essi si è aggiunto Dino Rubino al piano, dando origine ad una performance dai forti colori, oscillante fra l'estremo di un melodismo sospeso e incantato e quello di un dinamismo concitato, quasi rumoristico.
Buoni momenti sono venuti anche dal movimentato incontro pianistico fra Mirko Signorile e Dino Rubino, che non suonavano assieme dal 1996 quando erano entrambi allievi ai corsi di Siena Jazz: interventi decisi da parte del primo, più insinuanti e imprevedibili del secondo.
Il sodalizio fra Signorile e Casarano è invece corroborato da anni d'esperienza. I tre temi del sassofonista hanno esposto un senso narrativo disteso e concatenato, dalle suggestive linee melodiche; i tre del pianista si sono retti su andamenti più estrosi, variati da dirottamenti dinamici e timbrici, senza perdere il gusto melodico.

Ancora pianisti. Il progetto Tre pianoforti per l'Aquila, concepito come iniziativa di solidarietà alla città colpita dal sisma e formato da Giovanni Guidi, Claudio Filippini e Mirko Signorile, si avvicina all'evento aquilano del 4 settembre sostenendo lungo l'Italia alcuni appuntamenti di rodaggio.
Se un duo pianistico è già problematico e insolito, tanto più lo è l'incontro fra tre pianisti. Nel concerto pomeridiano al Teatro Pavone i temi melodici, ben noti e sempre distinguibili, hanno subito trattamenti diversi dall'uso contemporaneo delle tre tastiere. Spesso si è assistito a un proliferare di arpeggi, a un ampliamento degli impasti armonici, che hanno comportato la stratificazione di enfasi e ridondanze. A volte si è materializzata invece un'improvvisazione avventurosa, ricca di sorprese e citazioni, altalenante fra toni turbolenti e percussivi ed altri più diafani e sospesi. Giustamente rari invece gli spunti in solitudine. Nell'occasione i tre giovani pianisti hanno saputo ascoltarsi, sollecitarsi e compenetrarsi, ottenendo momenti d'intensa coesione.

Ma a Umbria jazz ci si va anche per ascoltare o riascoltare maestri del passato, icone di vari generi musicali, per verificare il loro stato di forma, ricevendone nuovi brividi, anche se scontati, o al contrario cocenti delusioni. Non ha deluso Buddy Guy: il quasi ottantenne protagonista del blues elettrico ha dimostrato di essere ancora dinamico e motivato. Contornate da fidi compagni, fra i quali l'emergente chitarrista diciassettenne Quinn Sullivan come ospite, le corde incandescenti della sua chitarra e le modulazioni della sua voce, ora carezzevoli ora al vetriolo, hanno messo in campo un campionario di trucchi del mestiere: sussurri e grida, soste e impennate, frasi insinuanti e masse elettriche... Ne è risultata una comunicativa spettacolare e rituale, sorretta però dalla primigenia autenticità del linguaggio nero-americano.

Altrettanto professionale, ma ancor più strampalata, colorata e carica di ritmo si è rivelata la Funk Night, in cui si sono succeduti Cory Henry & The Funk Apostles, dalla comunicativa immediata e speziata di Gospel, e George Clinton con il suo Parliament Funkadelic. Sotto la regia del settantacinquenne leader si è mossa sul palco un'ampia e stravagante formazione, dalle voci intercambiabili, che ha profuso un'esplosiva miscela di rock, Soul, r&b, psichedelica, rap e hip hop, fra kitsch dichiarato e un curioso impatto visivo.

All'Arena Santa Giuliana non sono mancate serate di jazz più o meno autentico. Nato circa un anno fa, quello fra Pat Metheny e Ron Carter si qualifica come l'incontro fra due protagonisti diversi fra loro per generazione, scuola e personalità. Per l'occasione il chitarrista ha prosciugato enormemente il suo linguaggio, condensando i tempi dei suoi sviluppi solistici, pur rimanendo la sua estetica orientata verso il tutto pieno e affermativo con un fraseggio continuo e fiorito. Dal canto loro il respiro del contrabbassista, più essenziale e spaziato, il suo personale senso dello swing, la morbidezza del suo sound hanno dato la versione più tornita di sé. Il misurato equilibrio dei due comprimari e il loro rispetto reciproco hanno donato un set di sicura eleganza e raffinatezza.
Dopo l'intervallo, il concerto dell'Enrico Rava New Quartet con ospite Stefano Di Battista non ha ottenuto il riscontro che avrebbe meritato, perché disturbato purtroppo da un preannunciato e anomalo temporale, con forti raffiche di vento.

Già a livello visivo l'ensemble di Kamasi Washington si presenta volutamente come una strana congerie di culture diverse: la folta capigliatura afro del leader e la sua palandrana convivono con il look perbenista del padre, con l'austera divisa da Black Panther del contrabbassista, con le movenze da sacerdotessa in trance della (modesta) cantante... Così nella sua musica un po' logorroica la memoria di Sun Ra, John Coltrane, Roland Kirk, McCoy Tyner e di tanti altri si mescola con il più plebeo funky e con l'hip hop, i riferimenti alla Madre Africa sono attorniati da una degradata cultura metropolitana, la genuinità del misticismo e della ritualità viene contraddetta dai cliché di una spettacolarità di grana grossa. La proposta del carismatico Kamasi si muove interamente all'interno dell'attuale cultura nero-americana, ma alla fin fine l'operazione risulta un po' furbesca.

Ed eccoci al plateale supertrio in tour per il mondo. Le tastiere di Brad Mehldau, le chitarre di John Scofield e il drumming di Mark Guiliana hanno determinato un contesto funky-pop dal sound gonfio, dai toni espliciti. Se i brani del chitarrista hanno innescato danzanti atmosfere di lontana matrice folk, bluesy e perfino reggae, quelli del pianista hanno presentato strutture più aperte, dai flussi sonori più avvolgenti. Entrambi hanno usufruito di ampi spazi solistici durante tutto il concerto, mentre, come da copione, il dimostrativo e poco digeribile assolo di Guiliana si è stagliato solo nell'ultimo brano.

Come da copione sono apparsi anche altri tre quotati gruppi americani, nel senso che le loro apparizioni non hanno certo deluso, ma non hanno nemmeno portato messaggi particolarmente innovativi ed esaltanti.
Il nuovo progetto Afrodeezia di Marcus Miller si è basato sul muscolare sostegno del leader, che però ha assegnato una funzione di contorno un po'incolore e soft ai suoi quattro partner.
Dalla Steps Ahead Reunion (Mike Mainieri, Donny McCaslin, Eliane Elias, Marc Johnson e Billy Kilson, che hanno rispolverato successi vecchi e recenti) è venuto un jazz d'annata e di classe indubbia, ma senza forti emozioni. Ognuno dei comprimari ha comunque avuto modo di esprimersi in assoli ben torniti.
Decisamente un gradino al di sopra, per le strutture tematiche, il tonico interplay complessivo e gli interventi dei singoli, è risultato il concerto del quartetto di Branford Marsalis, completato da Joey Calderazzo, Eric Revis, Justin Faulkner e affiancato dalla voce pastosa e ammaliante dell'ospite Kurt Elling.

Torniamo agli italiani, la cui presenza ha probabilmente eguagliato per quantità e qualità quella degli americani, proponendo anzi un maggior grado di attualità e progettualità.

Il quintetto Cosmic Renaissance di Gianluca Petrella, già documentato su vinile, si presenta come il prosciugamento della Cosmic Band, ma rimane identica la volontà di dare corpo a un interplay tesissimo, ai vivaci colori di semplici temi-riff e di fitte poliritmie. La potenza ritmica è assicurata dalla sovrapposizione delle percussioni di Federico Scettri e Simone Padovani, mentre il basso elettrico di Francesco Ponticelli procede con morbidi pedali e occasionali sussulti. Ma il carattere più spiccato viene dato dai fiati della front line (la tromba del bravo Mirko Rubegni, oltre al trombone del leader), che spesso dialogano fra loro e soprattutto sono costretti ad intrecciarsi perennemente con i variegati e invadenti flussi elettronici provocati dallo stesso Petrella. Nel concerto di mezzanotte al Teatro Pavone ne è risultata una situazione panica, visionaria e coinvolgente, che sembrava rinnovare l'ispirazione all'amato Sun Ra, ottenendo nel contempo esiti analoghi a quelli raggiunti da formazioni affini di Rob Mazurek.

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