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Südtirol JazzFestival AltoAdige 2026

Südtirol JazzFestival AltoAdige 2026

Courtesy G. Pichler

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Südtirol JazzFestival AltoAdige 2026
Varie sedi
Bolzano e provincia
26 giugno-5 luglio 2026

Insignito del prestigioso premio EJN Award for Adventurous Programming, assegnato da Europe Jazz Network per il 2026, il Südtirol JazzFestival AltoAdige ha aperto i battenti, esordendo con la Gard Nilssen's Supersonic Orchestra, una delle formazioni più emblematiche dell'attualità scandinava. "La mia orchestra da sogno," così l'ha definita il batterista quarantatreenne che vanta ormai un'invidiabile carriera alle spalle. La formazione, nata nel 2019 e con tre dischi all'attivo, oggi comprende dieci fiati sostenuti da tre contrabbassisti e tre batteristi, tutti norvegesi salvo un paio di svedesi e un polacco. Le composizioni, a firma di vari componenti, avviano situazioni ritmiche prevalentemente sostenute e temi ben caratterizzati, che via via con molta naturalezza si frantumano, evolvono, si complicano, decantano in pause momentanee, per poi, con un cambio di direzione improvviso, enunciare all'unisono un nuovo tema conclusivo, netto e breve.

L'intreccio delle strutture e dei ruoli viene governato dalla sicurezza che deriva da un interplay rodato da anni, curando ogni aspetto armonico, dinamico e timbrico. La massa orchestrale, pulsante, gonfia e formicolante d'idee, a tratti arretra per incapsulare più ridotte formazioni, soprattutto trii sinergici: a Bolzano sono risultati trascinanti, per esempio, quello comprendente Ingebrigt Håker Flaten al contrabbasso, il batterista Hans Hulbaekmo e la tromba di Thomas Johansson, oppure quello in cui il leader sosteneva il trombonista Erik Johannessen e Eirik Hegdal per l'occasione al baritono. Un'orchestra pienamente jazzistica dunque, decisamente vitale e innovativa, anche se qua e là emergono echi di proposte europee antiche, quasi a dichiarare con orgoglio la propria gloriosa appartenenza.

La Supersonic è stata presentata come una formazione-madre, in grado di generare sotto-gruppi opportunamente costituiti e proposti dal festival, a cominciare dal trio Supersonic Drummers, che al NOI Techpark ha aperto la serata inaugurale anticipando il concerto dell'orchestra. Su tre pedane affiancate su un limpido specchio d'acqua, i batteristi (oltre ai già citati il terzo era Håkon Mjaset Johansen) hanno imbastito un'improvvisazione ritmica prevalentemente frastagliata e disarticolata, evitando soluzioni decise e grevi di facile effetto. Ad alta quota invece si sono esibiti in location diverse il quartetto Supersonic Horns, che aggregava il già ricordato trombettista Thomas Johansson e i sassofonisti Kjetil Møster, Sissel Vera Pettersen e Per Texas Johansson, come anche il duo in cui ancora Pettersen dialogava con Hegdal, entrambi ai sassofoni.  Anche se non ero presente, non è difficile immaginare che questi due piccoli gruppi abbiano sostenuto prove di coinvolgente coerenza, come mi è stato riferito, ma su altri gruppi diretti da o comprendenti musicisti della Supersonic è il caso di soffermarsi.

Innanzi tutto il Team Hegdal, attivo dal 2009 sotto la guida del già citato cinquantaduenne Eirik Hegdal, con cinque dischi alle spalle e scuola per tanti giovani improvvisatori norvegesi, è stato proposto in prima italiana, come tanti altri organici invitati a Bolzano. Nel quartetto, comprendente per l'occasione il trombettista Eivind Lønning, Ole Morten Vågan e Gard Nilssen, rispettivamente contrabbasso e batteria, oltre al leader, è risultato di grande rilevanza il costante rapporto fra i due fiati della front line, le cui voci si sono intrecciate di continuo, stimolandosi a vicenda in scambi frenetici oltre che nella coesa esposizione dei temi all'unisono. La pronuncia strumentale di Hegdal al tenore, discorsiva, ma lirica, vibrante e visionaria, appartiene a un preciso ambito jazzistico, antico e trasversale; altrettanto si può dire della tromba crepitante e increspata di Lønning. Dal canto loro, Nilssen e Morten Vågan, che il festival ci ha dato modo di apprezzare anche in altri contesti, si sono confermati insostituibili. Il repertorio di questo concerto esaltante comprendeva soprattutto original del leader, fra cui ha spiccato un reiterato e danzante omaggio a Don Cherry, ma inaspettatamente sono state proposte anche le cadenze boppistiche di una versione dilatata del parkeriano "Perhaps."

Al Team Hegdal, esibitosi al Parco Alcide Berloffa, ha fatto riscontro in Piazza Walther la Goran Kajfes Subtropic Arkestra (un nome che volutamente riesuma antiche memorie). Sotto la direzione dell'esperto leader alla tromba, nato nel 1970 in Croazia ma svedese d'adozione e anch'egli membro della Supersonic, in alcuni brani abbiamo assistito a pedali e riff protratti all'infinito, tramati dalle timbriche complementari o contrapposte dei vari membri del settetto. Altrove hanno prevalso melodie avvolgenti e un po' più lente, con riferimenti culturali che andavano dall'Africa al Brasile ai Balcani. Sta di fatto che le situazioni si succedevano in un crescendo, fino a fornire una comunicazione esplicita e ipnotica, ritmicamente cadenzata, ora del tutto convincente ora un po' scontata. Oltre alla focosa tromba di Kajfeš, sotto il profilo strumentale e solistico si sono messi in particolare evidenza il chitarrista Reine Fiske e il tenorista Jonas Kullhammar.

Collaudatissimo anche il trio del pianista Håvard Wiik, ascoltato dopo un improvviso temporale all'Albergo Al Cervo di Sarentino. Attivo da un ventennio e completato dagli ex Supersonic Ole Morten Vågan e Håkon Mjåset Johansen, già altrove incontrati, questo classico trio costituisce una delle più autentiche espressioni del jazz norvegese. Le composizioni di Wiik, spesso toniche e aggrovigliate oppure relativamente più meditative, avviano un interplay serratissimo in grado di materializzare andamenti ritmici asciutti e frastagliati, mai regolari, impianti sonori aggressivi e corruschi, crescendo impellenti e chiusure nette e perentorie, senza disdegnare passaggi di rilevante sostanza melodica. Un'improvvisazione, quella attuata dai tre bravi e affiatatissimi musicisti, che affonda le radici nelle modalità espressive del più valido e schietto free. Come poteva mancare per bis un brano di Ornette Coleman?                   

Nei primi tre giorni del Festival dell'Alto Adige i gruppi scandinavi hanno quindi tenuto la scena portando sorprese a non finire ed un'elevatissima qualità musicale; ma, in contemporanea ed anche nelle giornate successive, non sono mancate valide proposte da parte di musicisti di altra provenienza culturale e geografica. Da rilevare fra l'altro il fatto che tutti i concerti ricordati finora, come la maggior parte degli appuntamenti del festival, erano ad ingresso gratuito.

Sull'imponente organo della barocca Parrocchiale di Gries, l'inglese Kit Downes, non certo nuovo nel cimentarsi in simili imprese, ha sfruttato tutte le potenzialità sonore e la ricchezza dei registri di questo prezioso strumento risalente al 1853. Il percorso ha preso direzioni strutturali, armoniche e timbriche diverse, ma sempre amalgamate con una logica coerenza; si sono così susseguiti un fraseggiare melodicamente aulico, complesso e potente, più scuri momenti meditativi, risonanze alonate e iridescenti, rincorse forsennate di nuclei ripetuti... L'approccio di Downes, vicino alla tradizione organistica otto-novecentesca, ha evitato di addentrarsi sia in velleità jazzistiche sia in ripetitività ipnotiche di stampo minimalista, creando bensì un affresco maestoso di grande vivacità compositiva e coloristica, che ha pervaso lo spazio della chiesa gremita di ascoltatori, approdando infine ad un "tutto pieno" travolgente.

Nel concerto serale nell'Auditorium delle scuola Giovanni Pascoli abbiamo avuto modo di riascoltare il trio ReLeVé di Anais Drago, affiancata dai collaudati Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alle percussioni. Il mondo compositivo della violinista per questa compagine ormai rodata da tre anni di attività immagina un viaggio che sembra prefigurare la lenta genesi della forma sonora collettiva, partendo da cellule isolate e autonome, quasi primordiali, per raggiungere gradualmente una naturale consonanza melodico-ritmica che assume via via una consistenza e una convinzione sempre maggiori. Il concentrato interplay fra i tre strumentisti, ognuno fondamentale nell'interpretazione della propria parte, dà corpo ora a situazioni di diafana astrazione ora ad audaci costruzioni sonore ora a cadenze più danzanti.

Una ventata di novità è arrivata dal concerto mattutino, indubbiamente singolare, tenuto alla Libera Università di Bolzano dal trio berlinese SVM3 della tastierista rumena Svetlana Marinchenko, integrato dall'ospite Jo Beatdenker alla chitarra e sampler. Le composizioni della leader hanno tramato circostanze cicliche, del tutto preordinate, in cui si sono alternate insistenze minimaliste, riferimenti colti, dissonanze aliene, brevi sprazzi di concreto rumorismo... Certo la rigida e puntigliosa meccanicità degli incastri strumentali ha conferito alla musica una prevalente algida astrattezza, pur lasciando emergere anche evidenti intenzioni ironiche e ludiche.  

Come gli anni passati, è stato replicato l'abituale connubio fra improvvisazione e cinema in collaborazione con il Filmclub bolzanino. Per l'occasione è stata proiettata una selezione di pellicole degli anni Trenta, alcune amatoriali altre più professionali e sperimentali, fornite dalla Filmoteca de Catalunya, affidando il commento sonoro al duo formato appositamente da Matteo Paggi e Andrea Grossi. Alla natura più descrittiva, incentrata su aspetti naturalistici o sociali ma anche melodrammatici, di alcuni spezzoni dilettanteschi, nella parte finale della proiezione hanno fatto riscontro brevi film d'autore: in particolare Ombres di Domènec Giménez Botey, raffinata indagine sulle combinazioni estetiche delle ombre, e Poema Homeopàtic girato, sempre nel 1935, da Manuel Amat Rosés, con intenti parodistici e onirici nei confronti del cinema d'avanguardia surrealista di quel periodo. La pertinente colonna sonora improvvisata da Paggi e Grossi ha utilizzato un'infinità di strumenti acustici o elettronici, oltre ai rispettivi trombone e contrabbasso d'adozione, dando origine a cangianti visioni acustiche, minute e reticenti, di una lentezza evocativa o più immediate e incalzanti.   

Del tutto convincente è stato il set del recentissimo quartetto formato da Nicoló Ricci, Francesco Diodati, Ruth Goller e Giovanni Iacovella, alla sua seconda apparizione dopo essersi costituito in una residenza di quattro giorni a Thiene.  I contributi di ognuno—i più navigati Diodati e Goller, ormai ospiti ricorrenti del festival, e gli emergenti Ricci al sax tenore e Iacovella alla batteria—hanno dato corpo a una performance coesa e unitaria, a un'interazione compatta, pur organizzata in varie fasi. Fra tasti, pedali e voci filtrate (quella umana della Goller e quella del tenore di Ricci) l'elettronica ha caratterizzato e pervaso tutta la parabola musicale della performance, dai momenti più sfrangiati, introduttivi o di passaggio, alle fasi più strutturate e nervose, includendo anche temi più grevi e insistiti di sapore punk. 

Dal caldo afoso del concerto mattutino all'Ahoi Minigolf, lungo il Talvera, in cui si è esibita questa nuova formazione, si è passati nel pomeriggio dello stesso giorno al fresco "di grotta," propiziato da un deumidificatore, nei sotterranei della Casa della Pesa, edificio centralissimo risalente al XIII secolo e punto-informazioni del festival. In questo ambiente, il primo appuntamento della serie Sonic Reaction ha accolto l'incontro del tutto inedito e improvvisato fra la stessa Goller e il giovane batterista tedesco Lukas Akintaya. È stata soprattutto la cantante e bassista, nata a Bressanone ma residente a Londra da tempo, a indirizzare l'andamento della performance, che, partita dalla prudente ricerca di una sintonia, è poi transitata attraverso temi canori delicati e introversi, slanci più tonici e ritmati, fasi quasi rumoristiche, alonati e ronzanti effetti sonori sempre dall'evidente impianto melodico... Il drumming agile, ben articolato e mai invadente di Akintaya ha saputo reagire agli stimoli della partner, sottolineando con proprietà i vari passaggi.

Riproposta negli ultimi anni dai tre direttori artistici Stefan Festini Cucco, Max von Pretz e Roberto Tubaro, l'iniziativa Sonic Reaction rappresenta una stimolante e meritoria "invenzione" del festival bolzanino: mettendo a confronto per la prima volta due musicisti appartenenti ad alcune delle compagini invitate, viene evidenziato cosa significhi misurarsi sul linguaggio comune dell'improvvisazione assoluta. A tale proposito è stata sorprendente la perfetta sintonia istantanea che ha guidato il duo Matteo PaggiRafaelle Rinaudo, l'italiano al trombone acustico, la francese all'arpa potenziata dalle possibilità dell'elettronica. La loro smaliziata perizia tecnica e soprattutto la reattività creativa ha prodotto un movimentato tragitto sonoro ricco di momenti magici, di un'intensità espressiva ineludibile, evitando espedienti gratuiti o velleitari. Il loro breve set è spiccato come una delle perle della manifestazione altoatesina, al fianco dei superlativi protagonisti scandinavi sopra ricordati.  

Riuscito anche l'incontro fra Lucas Kranzelbinder e Raphael Quenehen : dopo un'apertura in cui le armonie deformate e protratte dei loro sax tenori sembravano mimare l'incipit di "Mood Indigo," il dialogo fra loro, spesso ricorrendo alla respirazione circolare, si è inoltrato in una fitta sovrapposizione di colature sonore come si trattasse di un dripping di Jackson Pollock. Imboccati i flauti—quello traverso l'austriaco, due piccoli flauti dolci di diversa origine il francese—i due comprimari hanno poi ingaggiato una sorta di nervosa schermaglia, quasi una "battaglia fra galli," con esiti umoristici. Da segnalare infine un altro anomalo confronto, a cui purtroppo non ho potuto assistere, quello fra il violino amplificato di Anaïs Drago e l'occasionale pianoforte verticale, piccolo e scordato, suonato da Kit Downes.

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