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Roberto Magris: "Il jazz è un veicolo per contenuti elevati"

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Nato a Trieste nel 1959, Roberto Magris è dai primi anni ottanta uno dei jazzmen italiani più attivi all'estero, tra i pochissimi a collaborare con i musicisti dell'Est Europa quando esisteva ancora la cosiddetta "cortina di ferro." Dei suoi organici ricordiamo il MUH trio, il Gruppo Jazz Marca, l'Europlane Orchestra, il DMA Urban Jazz Funk e l'Alfabeats Nu Jazz con cui ha esplorato i connubi tra jazz e musiche popolari. Dopo i dischi Soul Note con Herb Geller, Tony Lakatos e Philip Catherine dei primi anni duemila, ha iniziato a incidere negli Stati Uniti con l'etichetta JMood realizzando vari tributi e collaborazioni (da Art Davis a Brian Lynch). La sua eclettica personalità musicale emerge con chiarezza in quest'intervista.

All About Jazz: Il tuo doppio album Suite continua la ricerca iniziata nel 2013 con Enigmatix e sviluppata in dischi successivi, dove la musica si fa veicolo di un percorso spirituale e di coscienza sociale. Nelle note dici testualmente: «Voglio mettere in evidenza che il jazz—qualunque sia il suo stile—può essere ancora un ideale veicolo per diffondere concetti musicali ed extra-musicali in questo mondo globalizzato e sempre più omogeneizzato». Vogliamo partire da queste considerazioni?

Roberto Magris: Viaggiando per il mondo, anche in luoghi dove le popolazioni non hanno il nostro benessere, si prende coscienza della dimensione umana in termini globali. Come vive il resto del mondo? Che possibilità di sviluppo ha il terzo mondo? Cosa fruisce dal punto di vista culturale? Come ci poniamo in Occidente di fronte a queste domande? Per tradurre queste considerazioni in termini musicali parto da un esempio. Sedici anni fa, quando mia figlia Naima frequentava le scuole superiori, ascoltava come tutti i suoi compagni le canzoni di De Andrè, De Gregori eccetera, ovvero le stesse cose che ascoltavamo noi alla loro età. Io le chiedevo: «Ma come è possibile? Non avete una vostra musica? Qualcosa che rappresenta la vostra generazione?» La risposta era: «Si ce l'abbiamo ma quelle musiche e quei testi sono ancora attuali e ci piacciono molto». Quella cosa mi ha fatto molto riflettere e ho pensato che quella musica era nata in una società in cui esisteva un forte impegno sociale, era animata da ideali e anche da un forte livello spirituale.

Negli ultimi 30/40 anni, con la globalizzazione, abbiamo sempre più perso quelle istanze a favore di una massiccia omogeneizzazione culturale che ci spinge verso un'esistenza uniforme e virtuale. Non siamo più orgogliosi della nostra diversità senza essere ostili alle diversità degli altri. Queste cose le ho colte anche nel jazz. Io sono rimasto folgorato da questa musica quando ascoltavo John Coltrane e con la musica recepivo il messaggio che c'era dietro anche se non lo mettevo perfettamente a fuoco.

Oggi, dopo quarant'anni di carriera, mi rendo conto che è più importante quello che dici rispetto a come lo dici. Quindi la forma viene dopo il contenuto e quest'ultimo deve nascere dalla capacità di cogliere la società che ti circonda, il mondo in cui vivi. Altrimenti è un esercizio non un'espressione artistica.

AAJ: Mi viene in mente la nuova scena del jazz inglese, molto influenzata da Coltrane, Sun Ra e quel filone denominato Spiritual Jazz. Diciamo che i valori a cui ti riferivi sono ancora attuali...

RM: Io credo che bisogna proprio ripartire da quei valori. Abbiamo vissuto in un periodo un po' soporifero dovuto al benessere generalizzato e quest'epidemia virale ci sprofonda in quell'incertezza che non pensavamo mai di vivere. Può essere l'occasione per riannodare quel filo che s'è interrotto non per aridità artistica ma perché il mondo è cambiato a partire dagli anni ottanta. Anche la musica dovrebbe far riferimento a valori profondi: in primo luogo la diversità e la condivisione della diversità.

AAJ: Ripenso alle parole del grande antropologo Claude Levi-Strauss: ogni cultura nel corso dei secoli s'è specializzata in determinati ambiti e l'eccessiva omogeneizzazione comporta la perdita di quella specificità che è stata la ricchezza dell'umanità. Niente può essere condiviso se siamo tutti uguali. Anche nel jazz le cose più originali sono venute dall'incontro tra culture e sensibilità differenti...

RM: È importante che i musicisti tornino a esporsi in prima persona, tornino a "metterci la faccia." Pensiamo ad Albert Ayler, a John Coltrane e tanti altri della sua generazione. E nell'America di quegli anni non era certo facile. Sto un po' generalizzando ma la tendenza degli ultimi quarant'anni ha fatto prevalere la gradevolezza o la bravura tecnica, a scapito dell'espressione personale. Ovviamente nessuna invenzione nasce dal nulla. Tutti noi siamo parte di una vicenda artistica condivisa e nella storia del jazz ogni innovatore ha dato qualcosa di suo, sulla base di questo espresso prima di lui. In varie produzioni attuali ho però difficoltà a sentire i legami con le innovazioni di maestri come Monk, Ellington, Mingus eccetera. I geni sono sempre pochi ma ognuno nel suo piccolo deve compiere questo sforzo creativo se vuol contribuire alla rinascita del jazz nel nuovo millennio.

AAJ: Ciò che dici ha risvolti personali?

RM: Quando da europeo ho iniziato a esibirmi negli Stati Uniti è stata apprezzata la mia adesione ai fondamenti dell'hard bop e mi hanno stimolato a realizzare i tributi a Elmo Hope, Lee Morgan e Cannonball Adderley. La cosa mi ha onorato e m'è piaciuta ma dopo quegli omaggi mi son detto: «Io però non sono solo questo. Nel poco che posso vorrei farmi accettare anche per qualcosa di personale». Da questa riflessione nascono Enigmatix e alcuni dischi successivi. Sinceramente non ho sempre potuto fare quello che volevo ma in quest'ultimo disco, Suite ho avuto carta bianca.

AAJ: In Suite sei a capo un nuovo organico, ancora tutto statunitense che include il veterano sassofonista Mark Colby e il giovane trombettista Eric Jacobson. Vuoi parlare del gruppo e di com'è nato?

RM: Parto da come ho conosciuto Colby. La mia porta d'ingresso negli Stati Uniti è stata Los Angeles dove nel 2006 ho dato alcuni concerti con Art Davis, il grande bassista di John Coltrane, e con cui ho inciso Kansas City Outbound. Davis è stato un po' il mio mentore statunitense ma poco dopo l'incisione del disco è morto lasciandomi spiazzato. Visto che il mio produttore Paul Collins è di Kansas City, ci siamo spostati in quella città, dove c'era un bell'ambiente musicale, con Logan Richardson e altri di grande valore. Negli anni seguenti si sono aperte nuove strade a Miami e a Chicago e in quest'ultima città ho preso a collaborare col sassofonista Mark Colby, trovandomi subito bene. Colby è stato amico d'infanzia di Jaco Pastorius, è stato allievo di Ira Sullivan, ha suonato a lungo con Maynard Ferguson e Bob James. Poi per motivi cardiaci ha limitato l'attività sul campo e s'è nesso a insegnare. In questo decennio abbiamo realizzato varie cose e di recente mi ha fatto conoscere sia il bassista Eric Hochberg che il trombettista Eric Jacobson. Quest'ultimo me l'ha raccomandato anche Brian Lynch, che l'ha avuto come allievo. È davvero bravissimo, da qualche mese s'è stabilito a New York ed è uno dei trombettisti emergenti. Il suo idolo è Woody Shaw.

AAJ: Ti sei trovato bene col gruppo?

RM: Sai, in America sono tutti molto professionali e quando dai loro le parti le suonano bene. Poi, se le apprezzano, suonano con trasporto. Abbiamo fatto un paio di concerti prima di entrare in studio e li ho visti molto presi. Anche l'inserimento dei testi recitati è stato gradito. Poi s'è consolidato il rapporto con Eric Hochberg, con cui ho sviluppato un'immediata intesa musicale. Così lo scorso novembre sono tornato a Chicago e abbiamo inciso un disco in duo che dovrebbe uscire il prossimo anno.

AAJ: Di cosa si tratta?

RM: Lì il produttore Paul Collins ha svolto un certo ruolo. È un fan di Eubie Blake, nel suo ruolo di riferimento per la comunità afroamericana, e voleva un progetto dedicato alla sua musica. Io gli ho risposto che progetti a tema non ne voglio fare più e abbiamo raggiunto un compromesso.

AAJ: È stato pubblicato di recente negli Stati Uniti Shuffling Ivories, il disco della tuo collaborazione con Eric Hochberg, registrato a Chicago nel 2019. Cosa ci dici a riguardo?

RM: Si tratta del mio primo album in duo piano/contrabbasso, che da tempo volevo sperimentare. Con Eric, fin dal nostro primo incontro, si è palesata un'affinità particolare. Come dicevo, il produttore della JMood proponeva un album dedicato a Eubie Blake, ma ho trovato una mediazione su un percorso musicale da Blake ad Andrew Hill, passando per alcuni miei brani originali, in omaggio ad un certo tipo di jazz afroamericano che amo particolarmente. A posteriori, devo dire che questo album offre anche un particolare focus sul mio pianismo, e mette parimenti in luce la dimensione di Eric al contrabbasso. È quasi un album di sintesi per entrambi sul proprio strumento e sul proprio modo di intendere il jazz. Spero che possa piacere agli ascoltatori per la sua diretta franchezza ed essenzialità.

AAJ: Ci sono musicisti contemporanei che ti piacciono o che senti vicini per sensibilità o ricerca musicale?

RM: Ascolto molta musica e ce sono molti. Uno che mi piace particolarmente è Miguel Zenon per l'uso jazzistico che fa delle sue radici portoricane, soprattutto dei ritmi. Tempo fa apprezzavo anche Robert Glasper, sia per le concezioni generali che come strumentista. Ora mi sembra abbia perso un po' la direzione a scapito di una certa superficialità. È il problema della determinazione culturale a monte che rappresenta un po' il limite degli afro-americani. Insistono giustamente sui contenuti della negritudine ma talvolta ne rimangono prigionieri senza esprimere contenuti originali. Mi pare che accada nel suo Fuck Yo Feelings.

AAJ: Da anni frequenti l'ambiente musicale di Kansas City, al punto che ti considerano quasi un musicista locale... Come ti trovi?

RM: Paul Collins è afroamericano e mi ha inserito nel suo ambiente. In effetti c'è un po' questa percezione e quando parlo coi musicisti e critici statunitensi mi chiedono: «Hey, come va a Kansas City?». Mi hanno adottato, mi trovo molto bene ed è un po' una nemesi. Io nel jazz sono sempre stato attratto dai musicisti e dalla componente afro-americana ma il fatto che sia europeo ha facilitato le cose. Una certa separazione—anche musicale— con la comunità bianca infatti esiste e il razzismo non è scomparso. Ti racconto un fatto significativo. Le prime volte che venivo presentato a persone della comunità e ci davamo la mano, me la stringevano e la tenevano a lungo, guardandomi negli occhi. Solo tempo dopo mi hanno spiegato il perché: «per capire se nascondevi pregiudizi ma abbiamo visto che non è così».

AAJ: C'è un tuo disco che ami particolarmente?

RM: Suite lo ritengo un po' un punto d'arrivo ma un disco importante è stato sicuramente Enigmatix perché è stato il primo disco statunitense dove ho potuto incidere la mia musica. Poi aggiungerei Live in Miami, che riprende un concerto in sestetto con Brian Lynch ed ha avuto anche ottime accoglienza dalla critica.

AAJ: Un'altra città che frequenti stabilmente è Praga dove dirigi il MUH trio con Frantisek Uhlir e Jaromír Helešic. Con loro hai appena pubblicato un nuovo disco che si chiama A Step into Light. Ce ve vuoi parlare?

RM: Come triestino già da ragazzo ero molto aperto al mondo mitteleuropeo e dai tempi della cosiddetta cortina di ferro, parlo dei primi anni ottanta, ero andato a suonare a Praga. Proprio in quel periodo conobbi Frantisek Uhlir e ci siamo mantenuti in contatto, suonando spesso assieme. Da allora sono tornato regolarmente a Praga, che considero la mia seconda città qui in Europa. Qualche anno fa Frantisek mi ha suggerito di creare un trio stabile e la cosa ha funzionato oltre ogni aspettativa: in tre anni abbiamo dato più di cento concerti fra Germania, Austria, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovacchia. Siamo partiti dal repertorio di Praga After Dark e nel tempo abbiamo rinnovato, come dimostra il nuovo disco A Step into Light. Ci conosciamo da tempo, siamo molto amici e stiamo bene assieme. Diciamo che il palco è un'estensione della giornata passata piacevolmente. La musica del trio è meno avanzata rispetto a quella che faccio negli Stati Uniti, anche perché loro hanno un'impostazione più mainstream ma è bello anche questo. È un tipico trio jazz europeo, anzi est-europeo.

AAJ: Parlando di jazz dell'Europa orientale, sono più di 50 anni che è morto Krzysztof Komeda, un pianista e compositore la cui memoria è vivissima in Polonia...

RM: In effetti Astigmatic è uno dei capolavori del jazz europeo, realizzato nella metà dei sessanta e pienamente in sintonia con le avanguardie di quel decennio. Anche la Polonia è una nazione che amo e ci torno regolarmente. La scorsa estate ero artist in residence al festival di Cracovia e in un concerto ho coordinato una celebrazione per il veterano Janusz Muniak, altro nome storico del jazz polacco.

AAJ: Sei stato uno dei pochi europei a collaborare regolarmente con i musicisti dell'Europa orientale, quando in Italia il jazz di quei Paesi semplicemente non esisteva. Ci racconti come hai iniziato e cosa ricordi di quel mondo musicale?

RM: Come dicevo ha influito certamente la questione geografica ma c'era anche un interesse culturale. Non riuscivo a capacitarmi perché quei Paesi, per il fatto di aver subito la divisione di Yalta, non venissero considerati culturalmente. A Trieste c'erano degli appassionati che avevano i dischi di quelle etichette statali come la Supraphon, la PolJazz o la Muza. Mi era capitato di ascoltarne alcuni e mi avevano colpito. Quindi ho cercato di prendere dei contatti con grande difficoltà ma una volta ottenuti i visti e le autorizzazioni non ho mai avuto problemi. La Yugoslavia era a due passi e la conoscevo bene quindi mi sono spinto a esplorare altri territori a partire dalla Cecoslovacchia. Quel jazz era un po' naif ma autentico, suonato con passione e un approccio che definirei spirituale. A loro modo, pur non avendo il blues o il bebop nel sangue, avevano colto l'essenza del jazz, coniugandola con le loro tradizioni popolari. I risultati sono stati anche sorprendenti: abbiamo ricordato Komeda ma vorrei aggiungere il bravissimo vibrafonista croato Boško Petrović o il pianista e compositore ungherese Janos Gonda, che nel 1975 incise il bellissimo Sámánének (Shaman Song), uno dei dischi che porterei nell'isola deserta. Quando leggiamo le monografie o il libri sul jazz europeo mai che si ricordassero dei tanti bravi musicisti che operavano ad est.

AAJ: In sala d'incisione come ti comporti coi tuoi partner? Vuoi che rispettino le tue direttive o li lasci abbastanza liberi di operare?

RM: Cerco sempre di lasciar spazio alla creatività, anche in sala d'incisione. Bisogna far sí che succeda qualcosa. Su tu preordini tutto non succede niente. Tutti suonano giusto ma alla fine è nato qualcosa d'interessante? È difficile. Molti anni fa incisi un disco con Idris Muhammad, un batterista che lavorava molto negli studi d'incisione e mi ricordo che il sassofonista non era contento del suo assolo e voleva rifarlo. Idris Muhammad gli rispose: No. The magic is in the first track. Quella frase mi ha fatto pensare, anche perchè era detta da lui che viveva negli studi d'incisione. La magìa è nella prima versione che fai. Poi se qualcosa non ti convince e ripeti, in realtà sei già condizionato da quello che avevi suonato poco prima. Quindi prima di entrare in sala di registrazione mando loro le parti perché le vedano, in studio facciamo una breve prova del tema e poi si suona. Generalmente per me è sempre buona la prima take. Qualche rara volta quando abbiamo ripetuto, ho verificato che non va mai bene.

AAJ: Programmi futuri?

RM: Questa pandemia ha scompaginato tutto. Dovevamo suonare con il MUH trio al festival di Brno ma è stato rimandato. Spero che non ci siano altre variazioni e di poter tornare negli Stati Uniti presto. Spero di suonare di più in Italia in futuro, se la situazione migliora. Sarà perché Trieste è ancora vista come una città di confine ma ho la sensazione di non essere considerato tra i musicisti italiani.

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