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Irreversible Entanglements a Padova Jazz

Giuseppe Segala By

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Irreversible Entanglements
Teatro Torresino
Padova Jazz Festival
Padova
5.11.2018

L'impatto sonoro, ritmico ed emotivo su cui si impernia la musica di Irreversible Entanglements è autentico: non mira a stupire o sedurre la platea con virtuosismi oppure con facili formule di presa diretta sul pubblico. È corrosivo, arroventato, ribollente, ma si regge sulla genuina schiettezza del messaggio. Un messaggio fortemente sociale e politico, condotto sul dramma delle popolazioni di colore attraverso le parole della poetessa e performer Camae Ayewa (alias Moor Mother), che sulla scena imprime la propria personalità con temperamento furioso, arrabbiato, ma con mille sfumature: profondamente partecipato anche con una gestualità magnetica.

Ma la presenza forte di Ayewa non toglie lo spazio necessario al lavoro di gruppo, partecipato con una concentrazione massima, un'attenzione profonda all'accadere musicale e drammatico. Nell'esibizione al Teatro Torresino di Padova, nell'ambito del Jazz Festival, la formazione ha dimostrato grande coerenza nelle dinamiche interne, nel passaggio attraverso differenti modalità e rapporti dialettici tra gli strumenti e i vari episodi. Tutto dipanato su un unico lungo set senza soluzione di continuità, in cui l'improvvisazione, o se vogliamo la creazione in tempo reale, seguiva le coordinate di un free storico riattualizzato, con forti rimandi a Ornette Coleman (le relazioni tra il sax contralto di Keir Neuringer e la tromba di Aquiles Navarro), ad Albert Ayler (il pathos di certi passaggi), alle esperienze AACM di Chicago.

La salda intesa imperniata sui criteri sopra esposti, si sviluppa anche nel rapporto con la ritmica, con la batteria di Tcheser Holmes che propone un nugolo eterodiretto di accenti, di masse ritmiche spostate con forza, cercando la sintonia e stimolando l'intricato contrasto degli intrecci poliritmici. Con il contrabbasso di Luke Stewart che costruisce fondali cupi, vibranti.

Il ruolo della voce recitante, una voce cupa, perentoria come poteva essere quella di Abbey Lincoln nella Freedom Now Suite (ma dietro giganteggiano Amiri Baraka e Gil Scott-Heron), è quello di comunicare, percuotendo la materia arroventata come su un'incudine, il dramma della condizione umana odierna. Ne mette in risalto la natura schizofrenica, ma controlla le ondate energetiche e sembra voler giungere a una catarsi. La ripetizione di alcuni sintagmi fortemente ritmici ("No More," "No One Remember," "There Goes The End...") diventa martellante e offre ampie spazi per l'interazione con gli altri strumenti, per l'inserimento di gestualità ed espressioni del viso drammatiche o intensamente spirituali.

Lo scopo è quello di muovere la consapevolezza, di accendere l'indignazione, di prendere posizione. Sono modalità che esaltano gli aspetti fisici (ma anche metafisici) della musica, stabiliscono un forte rapporto tra questi elementi e sono interpretati con empatia da tutti i musicisti. Interessante in particolare il ventaglio dialettico impostato da sax e tromba. I due fiati lavorano su un ampio raggio di scelte e soluzioni, talvolta in osmosi, ma spesso sovrapponendo modalità diverse, a contrasto, dove la tromba traccia linee lunghe, magari smorzate dalla sordina, e il sax alto rimbalza spigolosamente, spezzando le frasi. Considerando le differenze con il CD registrato nel 2015, possiamo dire che la musica del gruppo si è ben sviluppata e libera una forza che darà senza dubbio frutti copiosi nel tempo.

Foto: Gianluca Carè

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