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Fano Jazz by the Sea 2021

Fano Jazz by the Sea 2021

Courtesy Andrea Rotili

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Fano
Varie sedi
23—31.7.2021

Nell'arco di nove giornate zeppe di iniziative, Fano Jazz by the Sea ha invaso vari punti della città adriatica, proponendo un cartellone ricco di progetti italiani e stranieri significativi dell'attuale ricerca musicale. Fra l'altro il festival rappresenta solo la punta dell'iceberg di un'articolata attività, estesa durante tutto l'anno in un territorio molto più ampio e organizzata da Fano Jazz Network sotto la direzione artistica di Adriano Pedini. In particolare dall'inizio alla fine di agosto si svolgerà per la prima volta la rassegna Terre Sonore, naturale prosecuzione del festival che coinvolgerà varie località suggestive della provincia di Pesaro Urbino. Per dare un resoconto parziale ma il più possibile congruo dell'edizione 2021 di Fano Jazz by the Sea non si può che cominciare dai concerti serali del main stage, collocato nell'ampia area verde all'interno della storica Rocca Malatestiana.

La tradizione culturale armena sta alla base della formazione del pianista Tigran Hamasyan, ma viene rimasticata e intrecciata con la pronuncia jazz secondo una declinazione del tutto personale. Nel concerto fanese del suo trio, in cui è stato riproposto il repertorio del recente CD The Call Within, edito dalla Nonesuch, si sono susseguite situazioni martellanti e ossessive su metriche dispari nettamente scandite dalla batteria di Arthur Hnatek. Quasi tutti i brani, caratterizzati da stop improvvisi e pronte riprese, hanno raggiunto progressioni incalzanti di sicuro impatto; situazioni coinvolgenti certo, ma forse un po' troppo ripetitive, opportunamente controbilanciate da brani lenti, in cui si sono stagliate linee melodiche incantatorie e malinconiche, esposte all'unisono dal piano e dai melismi vocali di Tigran. Sia nei motivi ritmici e percussivi sia in quelli evocativi, il pianista armeno sembra quindi realizzare una sorta di meditazione minimalista, dalle evidenti peculiarità etniche e piena di intima partecipazione. Funzionale a questa visione del leader, senza emergere in spazi solistici degni di nota, ha contribuito anche il costante bordone del basso elettrico di Evan Marien, alonato e cupo.

L'idea di Ojos de Gato, omaggio di Giovanni Guidi all'indimenticabile Gato Barbieri, con l'intento di riportare in vita lo spirito di The Third World, è nata un paio di anni fa, quando il padre Mario, prodigo di consigli e stimoli, era ancora in vita; il gruppo ha poi fatto un periodo di rodaggio in un club di New York con l'interessamento e il sostegno di Laura, moglie del sassofonista argentino. Il sestetto messo assieme da Giovanni, composto da superlativi jazzisti italiani e statunitensi, è un collettivo free di forte impatto. In apertura di concerto i musicisti hanno esordito tutti assieme su tempi sostenuti, portando i crescendo a un livello di parossismo estatico. La sezione ritmica si è subito dimostrata punto di forza impareggiabile con il marcato dinamismo fisico e sonoro del contrabbassista Brandon Lopez e la ricca tessitura fornita dal drumming di Chad Taylor e dal percussionista Simone Padovani.

Questo flusso magmatico è stato in seguito intervallato da momenti di raccordo più distesi tracciati da piano, basso e batteria, per poi sfociare in temi vivaci e orecchiabili, che hanno lasciato nuovamente il posto ad altri infuocati collettivi. Guidi, motivato regista dell'insieme, ha esposto un pianismo fervido d'impronta free, mentre l'intreccio delle voci dei due fiati si è qualificato come un complice, eccitato colloquio fra il trombone stentoreo di Gianluca Petrella e il tenore palpitante e solidamente organizzato di James Brandon Lewis. Il leader ha affermato di aver scelto quest'ultimo in quanto è il più bravo sassofonista in circolazione, ma nello stesso tempo perché la sua pronuncia è distante da quella di Gato; eppure in pochi passaggi di particolare lirismo tematico e ritmico le sue vibranti inflessioni ci hanno riportato indietro di cinquant'anni, facendoci rivivere le magiche, trascinanti atmosfere del maestro argentino.

All'aperta libertà improvvisativa del gruppo di Guidi hanno fatto seguito, la sera dopo nell'unica data italiana, il controllo assoluto e la ricercatezza formale del quartetto dell'ottantacinquenne Michel Portal, come sempre autocritico fino all'eccesso e coordinatore esigente nei confronti dei suoi pur bravi partner. Bojan Z, da anni sua "spalla" affidabile, è coautore degli arrangiamenti, oltre che pianista personale e immaginifico; il misurato e puntuale Julien Herné alla chitarra basso e il sorprendente batterista Stéphane Galland, il cui drumming classicamente impostato e variatissimo ha dimostrato una suggestiva e swingante incisività, pur non essendo particolarmente noti, hanno testimoniato l'elevata qualità della scuola francese. I temi di Portal, d'annata o più recenti, partono da una varietà di riferimenti: dal Medio Evo all'hip hop, da diverse tradizioni etniche ad aspetti della personalità dell'autore. Essi sono stati elaborati in andamenti narrativi in cui un drive incalzante si è accompagnato all'equilibrio infallibile della forma, fino a raggiungere la chiusura di ogni brano, prevalentemente netta e perentoria. Portal, che ha quindi confermato la sua personale visione poetica ed espressiva, ha suonato il sax soprano e soprattutto il clarinetto basso con tecnica e sonorità encomiabili, con una pronuncia unica, pur senza riuscire ad esprimere per motivi anagrafici la tagliente, leggendaria nitidezza di un tempo.

Con il trio di Antonio Farao si è tornati nell'ambito di un jazz più canonico e "americano." I temi del pianista romano, milanese d'adozione, ora ballad intimiste e sognanti, più spesso brani più contrastati e dinamici, hanno fornito l'occasione per avviare lunghe improvvisazioni conseguenti. Il suo pianismo, per lo più su tempi medio-veloci, leggiadro e arabescato, non particolarmente percussivo, con una costante attenzione per un raffinato impianto armonico, racchiude in sé l'insegnamento di molti maestri del modern jazz, facendo emergere di volta in volta il ricordo di McCoy Tyner, di Herbie Hancock e di altri. Un distillato di note e di emozioni si è rivelato l'original "Syrian Children" eseguito in solitudine; solo verso la fine del concerto sono stati riproposti noti standard interpretati con piglio personale e fluidità. Quello di Faraò si è dipanato dunque come un jazz rotondo e sicuro, propugnato con convinzione, contraddistinto dalle giuste atmosfere; una proposta a cui hanno dato un supporto adeguato anche i due partner: il contrabbassista Ameen Saleem e il batterista Maxx Furian.

Il gruppo inglese Sons of Kemet di Shabaka Hutchings, impossibilitato dall'emergenza Covid a raggiungere l'Italia, è stato sostituito dalla proposta omologa del trio di Khalab, noto deejay italiano che con lo stesso Hutchings ha collaborato, rafforzato dall'innesto di Hamid Drake. La musica di questo inedito quartetto è stata tutta incentrata sul lavoro indefesso del leader; le trame da lui tracciate dondolandosi a ritmo dalla sua postazione centrale hanno realizzato una sorta di "descrittivismo elettronico," caratterizzato dalla fissità ritmica, dal volume alto ma non assordante, da effetti sonori moderatamente sorprendenti. L'imput di Khalab veniva assecondato dal contributo dei partner, sottomessi alle sue direttive sonore. La presenza dei sax di Pietro Santangelo, non sufficientemente amplificati, è risultata flebile, senza quegli slanci lirici e urlanti che si sarebbe sperato in un simile contesto. Più variegato e in evidenza era il tessuto ritmico ordito dai due batteristi: forse più geometrico e minuto il drumming di Fabio Sasso, più organico quello di Drake. Nel complesso la musica di Khalab, prendendo lo spunto dalla reiterazione delle percussioni africane, ha dimostrato di possedere una sua radicale dimensione, insistita, ipnotica, anche autocompiaciuta, dotata di un'indubbia attualità nel rappresentare certi aspetti compulsivi della comunicazione di oggi.

Davvero sorprendente è stata la proposta del David Helbock's Random/Control, trio austriaco per la prima volta in Italia. I brani, prevalentemente original del leader, sono spesso ispirati a testi poetici e innescano situazioni molto diversificate. Le soluzioni si susseguono a ritmo incalzante, esposte con verve e impeccabile precisione esecutiva: minimalismo ora puntillistico ora evocativo, temi caraibici, situazioni Soul o funky, atmosfere nordiche... A Fano Helbock si è distinto come pianista di solidissima estrazione classica, ma che guarda con ammirazione a Esbjorn Svensson e allo svizzero Nik Bärtsch, mentre la grande varietà timbrica e dinamica del trio è stata garantita dallo smaliziato polistrumentismo dei due partner: Andreas Broger si dedica a ogni tipo di ancia, ma anche al flauto e alla voce con un canto afono e distaccato, Johannes Bär è maestro del beatbox, ma utilizza anche il susafono, la tuba e altri ottoni, il corno delle Alpi, le percussioni, l'elettronica... L'unico rischio della loro musica preordinata, perfettamente costruita, che imbriglia qualsiasi sviluppo improvvisativo e ogni slancio emotivo, è quello di cadere in un compiaciuto accademismo.

Quest'anno la serie tematica "Exodus, gli echi della migrazione," dedicata alle solo performance pomeridiane di improvvisatori prevalentemente italiani, è stata ospitata dapprima nella collaudata Pinacoteca di San Domenico, dall'acustica ampiamente riverberante, e negli ultimi due appuntamenti nella ex chiesa di San Francesco, priva di copertura e popolata da piccioni disturbati nella loro tranquillità dall'invasione musicale.

La prova di Filippo Vignato è stata aperta da una stratificazione di complessi armonici, amplificati nei loro evocativi impasti dalla risonanza naturale del luogo. Hanno poi fatto seguito linee melodiche più scandite, comprendenti veloci citazioni o vere e proprie interpretazioni di noti standard, di composizioni di Enrico Rava o di Pat Metheny, fino a includere una rivisitazione della "Morte del cigno" di Camille Saint-Saëns. Si sono concatenate così situazioni diverse: periodi più contrastati, con l'uso della sordina o punteggiati da note prorompenti, un "Indiana" esposto a volume bassissimo, quasi canticchiato fra sé e sé per riportarlo alla memoria, frasi ripetute ma modulate in modo sempre differente quanto a volume e metriche... L'improvvisazione del trombonista vicentino ha quindi condotto un percorso articolato, ricorrendo a varie idee, a cadenze poetiche ed espressive acquisite nel tempo, introiettate e fatte personali.

Ancor più la performance di Martin Mayes ha costruito un percorso, fisico e concettuale allo stesso tempo. Un percorso che lo ha visto deambulare negli ambienti della ex chiesa di San Domenico, quasi a scandire un itinerario strumentale passando da uno strumento all'altro con rigorosa successione: oltre al suo abituale corno francese, la conchiglia, il corno delle Alpi, le campane, i gong, un set di campanelle melodiche... È prevalso nel complesso un tragitto espositivo razionale, commentando con interventi parlati alcuni esempi tipici di esodo o di migrazione, a partire dalla sua vicenda personale e toccando altri casi emblematici e struggenti di varie epoche e vari luoghi. Il sessantanovenne polistrumentista scozzese ha esposto una vera e propria lezione, limpida, dimostrativa, partecipata, perfettamente in tema con l'argomento della sezione Exodus. Quanto al valore musicale, nelle singole parti sono emersi episodi di potente e rigorosa concezione, oltre che di esuberante vigore gestuale.

Anche nella solo performance di Gianni Mimmo è stata elevata la componente concettuale. Non nuovo a partiture grafiche, il sopranista pavese, coadiuvato da Andrea Montanari, ha analizzato le mappe dettagliate delle più diverse migrazioni nel mondo, da quelle umane a quelle di varie specie di animali; da esse ha tratto ispirazione per comporre "Costellazioni incidentali," appunto una partitura grafica suddivisa in quattro movimenti, ognuno dei quali esplora un diverso spettro sonoro e dinamico del soprano. Seguendo la loro falsariga, ne sono nate lunghe improvvisazioni, determinate e puntigliose, alle quali, nel metodo come nell'andamento dinamico e nella pronuncia strumentale, non era certo estraneo l'insegnamento di Steve Lacy. Il percorso di Mimmo, profondamente ragionato e reso autentico dalla motivata e minuziosa ricerca che ne sta alla base, è stato dunque supportato e inverato dalla tecnica irreprensibile dello strumentista.

Javier Girotto invece, emigrato dall'Argentina in Italia, porta con sé il patrimonio umano e musicale della sua patria d'origine e non solo, facendone cifra stilistica inconfondibile in qualsiasi contesto si esprima. Temi ben noti, da Bach a Händel, da brani della tradizione sudamericana a propri original, sono stati elaborati da loop e basi preregistrate, compresa l'interpretazione di "Nature Boy" da parte di Jon Hassell, da poco scomparso. Su questo contesto si è snodato il fraseggio spiritato del sopranista, prepotentemente intagliato nell'ottone del suo strumento, con quelle tipiche scale ascendenti e quelle strozzature nel registro acuto. Ne è emersa una visione unitaria, declamatoria, dai toni prevalentemente dolenti e disperati, di impellente forza espressiva.

Fra le altre iniziative del festival merita una menzione, purtroppo veloce e inadeguata, la serie di concerti della sezione Young Stage, tenutisi tutti i giorni all'ora del tramonto nel parchetto antistante l'ingresso della Rocca Malatestiana e tesi a valorizzare alcune delle proposte italiane più giovani e progettuali.
È il caso di ricordare almeno alcuni degli appuntamenti più rilevanti. Il Marco Bardoscia Trio, in cui il drive sicuro e scandito del contrabbasso del leader era affiancato dal raffinato e sgranato pianismo di formazione classica di William Greco e dal drumming soft e spumeggiante di Dario Congedo. Nella musica del romano MAT Trio, attivo da oltre un decennio (i coesi Marcello Alulli al tenore, Francesco Diodati alla chitarra ed Ermanno Baron alla batteria) hanno convissuto invece brani innodici e misticheggianti, decisamente coltraniani, inflessioni free funk, momenti evocativi, disarticolazioni più sperimentali... Come nel suo primo CD Effetto carsico, infine, il trombettista friulano Mirko Cisilino ha perseguito la fusione delle suggestioni che più lo hanno influenzato, operazione che è stata esaltata dall'intreccio delle pronunce della front line: Filippo Orefice al tenore e Beppe Scardino al baritono, oltre al leader.

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