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Enzo Favata, Ritornare ad Atlantico

Enzo Favata, Ritornare ad Atlantico

Courtesy Hossam Ezzat

Neri Pollastri By Neri Pollastri

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In Atlantico siamo cresciuti assieme, è come se fosse una famiglia. Non si tratta né di una reunion, né di un’operazione nostalgica: è un ritorno a casa.
Nell'ormai lungo e articolato percorso artistico di Enzo Favata, accanto all'esplorazione e reinterpretazione della tradizione della sua terra d'origine, la Sardegna, spicca la formazione che per oltre un decina d'anni, a cavallo del cambio di millennio, ha suonato sui palchi di mezzo mondo: Atlantico. Proprio con quella formazione, che dopo una lunga pausa ha ripreso a suonare alla fine del 2023, Favata ha appena pubblicato un disco per la prestigiosa etichetta ECM, dal titolo fortemente simbolico: Ritornare.

Il lavoro raccoglie otto composizioni, alcune appartenenti allo storico repertorio della formazione —"Tukuman," "El Sur," "Milonga del sol" —altre nuove ma che ne conservano la poetica: racconti musicali che attingono idealmente alle più diverse culture, avvalendosi dei colori delle ance di Favata, che vi suona il sax soprano e i clarinetti, dell'affascinante suono del bandoneon di Daniele di Bonaventura, delle preziose tessiture della chitarra a dieci corde di Marcello Peghin e della elegante e variopinta ritmica del contrabbasso di Salvatore Maltana e della batteria di U.T. Gandhi, la cui presenza è oggi toccante, vista la sua recente e improvvisa scomparsa.

Un disco—che richiama alla mente alcune delle storiche produzioni ECM degli anni Settanta-Novanta—dai tempi lenti e dalle atmosfere sospese, globalmente coerente e di alto livello e che ha momenti di particolarmente raffinata e coinvolgente tessitura in "Sine Nomine," "Donde nace el Viento" e "Albatros."

Abbiamo parlato del disco con lo stesso Enzo Favata.

All About Jazz: Ritornare è il tuo primo album per ECM. Un titolo che ha molti significati.

Enzo Favata: Beh sì, perché Atlantico è la mia formazione più longeva e il primo CD omonimo l'aveva pubblicato per Il manifesto nel lontano 1999, e poi perché con Daniele Di Bonaventura, Marcello Peghin e U.T. Gandhi avevamo già registrato per ECM nel 2009 un disco, con ospite Anja Lechner, che però poi non uscì.

AAJ: E allora ripartiamo dalla formazione di fine anni Novanta e inizi del nuovo millennio, prima che ciascuno di voi intraprendesse strade diverse.

EF: Atlantico è probabilmente il mio gruppo più longevo, ma anche quello che è stato più amato, dal pubblico e anche dai musicisti. Poi, per più di diciotto anni ho smesso di suonare quella musica, che comunque —come riporto nelle note di copertina —mi sta molto a cuore. In qualche modo sono sempre stato annoverato nella cerchia degli artisti che lavorano sul cosiddetto "realismo magico," quella sorta di genere che unisce il racconto reale con il fantastico, che descrive musicalmente dei non-luoghi e li fa abitare agli ascoltatori. Mi ricordo che poco dopo l'uscita di Atlantico facemmo una lunga tournée in Sudamerica e ci furono persone che mi chiesero da quanti anni abitassi in Argentina, convinti che vivessi lì e avessi studiato quella musica. In realtà Atlantico viene da Ajò, il disco con Dino Saluzzi uscito nel 1997, nato dalla mia grande passione per il bandoneon, scoperto proprio attraverso Dino.

AAJ: Ajò è il disco grazie il quale ti ho conosciuto.

EF: Era un mio sogno suonare con Saluzzi, ricordo che al tempo l'avevo anche confidato alla mia compagna. E quel sogno si realizzò, in maniera straordinaria, quando lo incontrai a Pisa. Gli avevo già mandato i miei dischi con la proposta di suonare assieme e quando ci vedemmo lui mi disse: "Ma c'è vento in Sardegna? Sì? Allora vengo!" Sono le prime frasi che mi ricordo di Dino, con il quale tuttora ci sentiamo, anche se ormai ha passato i novant'anni.

Quella musica mi era rimasta dentro e, non avendo sempre Dino a disposizione, cercavo il modo di svilupparla anche senza la sua presenza, comunque ingombrante. Fu così che scoprii un giovane pianista che aveva iniziato a suonare il bandoneon da un anno e mezzo, il quale mi mandò un nastro da ascoltare: con quello strumento era chiaramente ancora alle prime armi, ma io ci vidi un grandissimo talento, quello che poi ha infatti dimostrato di avere, e un mese dopo decisi di chiamarlo, tanto che lui stesso mi disse che ero un pazzo. Era Daniele Di Bonaventura. Sono quelle cose che succedono, mi era già accaduto con Salvatore Maltana, grazie a un'apertura e un ascolto che ti permettono di vedere le potenzialità di un artista anche se ancora non le esprime interamente.

AAJ: E questa, va detto, è una delle tue doti, perché sei sempre riuscito a scegliere collaboratori spesso poco noti, ma di grandissima qualità.

EF: Tornando ad Atlantico, decisi di fare questo album dopo Voyage en Sardaigne (Manifesto, 1997), un disco che mi aveva dato molta notorietà, e di farlo con Daniele, al contrabbasso Salvatore e alle percussioni Roberto Pellegrini, che purtroppo da tanti anni non c'è più. Con quella formazione abbiamo girato il mondo, facendo quasi cinquecento concerti in nemmeno quattro anni e diventando uno dei gruppi cult di quei tempi: c'erano gli Aires Tango di Javier Girotto, che facevano la musica di Buenos Aires, e Atlantico di Enzo Favata che inventava e raccontava storie in musica.

Negli anni successivi, sempre cercando nuovi stimoli e nuovi materiali, ho prima esplorato più a fondo la musica polifonica sacra della Sardegna, cosa che ha prodotto Boghes and Voices, The Sacred Mystery of Sardinia, poi mi sono avvicinato di più all'elettronica, che è sempre stata una passione fin dai miei esordi musicali, sebbene i maggiori successi li abbia avuti con la musica acustica. In seguito ho fatto vari progetti, alcuni dei quali riprendevano in parte il clima di Atlantico —come il quartetto Decoder, con Peghin, Danilo Gallo e Gandhi, o quello di Song Book No.1 (Da Vinci, 2019), dove al posto di Danilo c'era Salvatore Maiore —altri invece che andavano in altre direzioni, come The Crossing (Niafunken, 2021), inizialmente con Pasquale Mirra e Rosa Brunello, poi con altri artisti e strumenti diversi. Finché —mi ricordo esattamente quando, era il novembre del 2023 —in una bellissima giornata di maestrale esco fuori in campagna, guardo il cielo, vedo il sole, sento il freddo, e mi dico: "voglio riunire il gruppo, voglio riunire Atlantico!" Sono rientrato in casa, ho preso il telefono e ho cominciato a chiamarne i membri, iniziando chiaramente da Daniele, che nel frattempo aveva intrapreso tutto un suo percorso personale. Non ci sentivamo più da tempo, quando vai in direzioni diverse e hai altre collaborazioni, capita che i contatti diventino sporadici; era successa la stessa cosa con Gandhi, anche lui lo sentivo pochissimo. Ma quando li chiamai e —dopo i "ciao, come sta?" e "che sorpresa!" —dissi loro che volevo riunire la band, tutti mi dissero subito: "Va bene!."

A dicembre di quell'anno abbiamo debuttato di nuovo con Atlantico, riempiendo i teatri. Perché i ventenni e i trentenni di allora, gli universitari che ci seguivano quando anche noi eravamo più giovani, sono venuti tutti; perché Atlantico era rimasta comunque una cult band italiana con un pubblico internazionale. Ed è stato così che nel 2025 Manfred Eicher mi ha chiesto di andare a Monaco a registrare quest'album, che abbiamo chiamato Ritornare, in italiano, e con in copertina, simbolicamente, uno stormo di uccelli migratori, che vivono parte della loro vita da un'altra parte, ma poi ritornano e son sempre loro. L'abbiamo registrato in poco più di un giorno dei due previsti e Manfred mi ha sorpreso, perché di solito la musica la fa decantare dopo la registrazione, invece stavolta ha deciso di pubblicarla subito. Del resto, già in studio, dopo la registrazione, mi aveva abbracciato, mi aveva ringraziato per aver aspettato dieci anni e mi aveva detto che in quella musica si sentivano il mare e il vento. Personalmente, credo che si senta anche la ECM di un tempo, quella di Saluzzi, Egberto Gismonti e Jan Garbarek, perché è quella che mi ha sempre ispirato.

E comunque sono contento, perché ci sono brani storici accanto a altri nuovi che hanno una grande maturità dentro.

AAJ: L'avete presentato a Musica Sulle Bocche, ma purtroppo U.T. Gandhi se n'era già andato, improvvisamente, da un paio di settimane...

EF: Sì, e al dispiacere per la sua scomparsa si aggiunge quello per il suo non aver potuto essere presente all'uscita. Avevamo fatto tante cose assieme, viaggiato per moltissime parti del mondo, era stato presente a Musica sulle Bocche forse per dieci anni, e a questo album ci teneva tanto: mi dispiace che non abbia avuto il tempo di vederlo pubblicato.

AAJ: Con lui hai lavorato molto, però nel primo disco ancora non c'era: com'era entrato in Atlantico?

EF: L'avevo incontrato la prima volta mentre ero a fare un concerto nella zona di Udine: avevo sentito parlare di lui, perciò gli mandai un sms—doveva avermi dato il suo numero il fotografo Luca D'Agostino —e così venne al soundcheck, con i suoi pantaloni mimetici che ha indossato per tanto tempo e un copricapo kufi, come aveva Joe Zawinul, che portava prima di iniziare a usare il fez. Mi disse che non poteva rimanere, ma ci conoscemmo e ci ripromettemmo di fare qualcosa assieme. Qualche tempo dopo ci fu l'occasione di un concerto con Django Bates e una cantante montenegrina, Klarisa Jovanovic, a cui parteciparono anche Peghin, Maltana ed Elvis Stanic, il progetto si chiamava Balcantronics, e lo invitai. Ci trovammo così bene che quando, poco dopo, Roberto Pellegrini lasciò Atlantico perché si voleva occupare di musica contemporanea, decisi di chiamare al suo posto Gandhi. Stiamo parlando del 2002. Da allora il batterista di Atlantico è stato lui.

AAJ: E adesso?

EF: Al concerto di Musica sulle Bocche al suo posto c'era Alessandro Cau (Sbiru) che tenevo d'occhio da tanto tempo, un batterista di Santa Giusta, vicino a Oristano, molto melodico, dinamico e anche percussivo. Lavora con Mauro Sigura, che suona l'oud, e anche per questo mi è sembrato potesse avvicinarsi un po' al batterismo di Gandhi. Proseguiremo con lui nella lunghissima tournée che abbiamo davanti, già da adesso e per tutto quanto il prossimo anno.

Ma, aldilà di questo, è stato proprio il maestrale di quel novembre a riportarmi ad Atlantico; ed è una cosa meravigliosa, perché ci siamo ritrovati come una famiglia. Non come in altri miei gruppi, nei quali alcuni musicisti sono fratelli, come nel caso di Pasquale Mirra, ma gli altri sono magari bravissimi, ma vengono, suonano e basta. In Atlantico, invece, siamo cresciuti assieme, quindi è come se fosse una famiglia. Capisci quel che vuol dire? Non si tratta né di una reunion, né di un'operazione nostalgica: è un ritorno a casa.

AAJ: Certamente. Poi con Marcello hai addirittura iniziato a suonare, è sempre stato presente nella tua vita non solo artistica, mentre Daniele ti è stato accanto in tanti progetti fondamentali, è un grande arrangiatore, ed entrambi hanno sviluppato poetiche simili alle tue anche nei loro progetti personali. A questo proposito, di chi sono i brani di Ritornare?

EF: Alcuni sono miei, un paio di Daniele, un paio di Marcello, altri infine sono cofirmati o coarrangiati. È un disco molto corale, volutamente, perché questo è lo spirito di Atlantico. Anche se il disco esce a nome mio, in realtà sto parlando di Atlantico e del nostro "ritornare" a lui, come si ritorna a una famiglia. Per questo ritengo il titolo estremamente esemplificativi di quello che è successo: siamo stati quasi vent'anni senza sentirci, ma poi siamo ritornati a casa, con naturalezza.

AAJ: Infatti ti chiedevo la titolarità dei brani proprio perché volevo capire quanto la collegialità si riflettesse nel lavoro anche dal punto di vista compositivo.

EF: Come ho detto, è proprio una storia di famiglia, pensa che ha coinvolto anche alcuni dei rispettivi figli, e questa cosa quando suoniamo diventa quasi ipnotica: mettiamo tutto in comune, cioè il pezzo può essere di Daniele o mio, ma porta con sé tutto il mondo di Atlantico. È per questo che è stato spontaneo e naturale ritornare al gruppo: perché ci sono certe musiche che non smettono mai di inseguire i musicisti che le hanno create, anche se loro non si sono mai più visti perché avevano smesso di lavorare su di esse: è quello che è capitato a noi.


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