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Daniele Sepe, tra jazz, Zappa e la pirateria

Photo credit: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

Neri Pollastri By

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Non è la prima volta che su queste pagine intervistiamo Daniele Sepe; del resto il musicista partenopeo è saldamente sulla scena dai primi anni Novanta, sempre mescolando ogni genere musicale—dal folk alla classica, dal jazz a ogni "nuovo ritmo" affacciatosi sulla scena giovanile—e inventandosi spesso formazioni e spettacoli che vanno oltre la sola musica, attingendo al cabaret e al teatro, spesso con connotazioni politiche che gli hanno creato non poche diffidenze tra gli organizzatori. Nell'ultimo anno e mezzo, a dispetto della pandemia e degli ostacoli che essa a creato agli artisti, Sepe ha inanellato una serie di lavori estremamente interessanti e, com'è suo solito, molto diversi tra loro. Dopo l'eccellente omaggio a Gato Barbieri, The Cat With The Hat, uscito nel 2019, proprio all'inizio della pandemia ha visto la luce il terzo album della sua ultima grande band-collettivo, Capitan Capitone; poi, più recentemente, sono usciti due album del suo quintetto e Direction Zappa dedicato alla musica di Frank Zappa, ripreso da un progetto andato in scena al festival di S. Anna Arresi nel 2016.

All About Jazz: Cominciamo dalla triste attualità: come sta andando con questo dramma della pandemia?

Daniele Sepe: Mah, ovviamente non si suona, per cui sto cercando di sopravvivere con i crowdfunding: ne ho fatti due in pochi mesi, un po' per sbarcare il lunario, un po' per produrre qualcosa.

AAJ: Con i concerti non era andata bene nemmeno quest'estate?

DS: Considerando che hanno deciso tardissimo, a giugno, che si poteva suonare e che già a ottobre hanno chiuso di nuovo tutto, avremo fatto poco più di una decina di concerti. Anche perché solo chi aveva finanziamenti pubblici si è arrischiato a organizzare qualcosa: se ti devi finanziare con i biglietti venduti, come fai a fare un concerto con il pubblico ridotto a un terzo? A ciò aggiungiamo il fatto che io non sono certo un artista "politicamente gradito"—una volta mi hanno intimato di non parlare sul palcoscenico perfino a un concerto organizzato in Kuwait!—e si capisce perché più di quella decina fosse difficile farne...

AAJ: Sì, ho presente la "fama" che ti porti dietro—perfino consigli comunali caduti dopo tuoi concerti conclusi cantando l'Internazionale...—e che spaventa chi si muove con fondi pubblici.

DS: Infatti... Perciò non mi resta che andarmene in barca, ovviamente battendo la bandiera pirata di Capitan Capitone! Meno male che la gente continua a seguirmi e a comprare dischi, e che una grossa spinta me l'ha data Stefano Bollani, chiamandomi in quella splendida avventura che è Napoli Trip, che mi ha un po' sdoganato dal clichè del tribuno del popolo. Un'esperienza, devo dire, che mi è servita anche da molti altri punti di vista. In primo luogo, come musicista, mi ha rilassato vedere come lui lavora, il limitato controllo che ha sui musicisti: io, prima, ero una specie di schiavista, peggio di Zappa, arrivavo a un livello di pignoleria nella preparazione dei concerti che faceva piangere i miei compagni di palco; adesso invece—sarà l'età, sarà vedere Stefano, che viceversa si fida, lascia che ciascuno dia quel che è in grado di dare—ho capito che è inutile forzare la mano, richiedere a un musicista cose che non gli vengono naturali, magari insistendo con le prove per ottenerle. Una dimostrazione è proprio il concerto su Zappa al festival di S. Anna Arresi nel 2016, che sta uscendo adesso sul disco Direction Zappa.

AAJ: Un concerto che hai tirato fuori dal cassetto approfittando della pandemia, così com'è capitato a tanti musicisti in questo periodo?

DS: Sì, uno dei tanti che ho registrato nel corso degli anni: ho piú o meno centocinquanta DAT, in alcuni casi veri e propri dischi già pronti di cui mi ero completamente dimenticato, oppure colonne sonore varie—dalle quali è probabile che venga fuori un quarto volume di Truffe & Other Sturiellet. Tra le tante cose, avevo anche i DVD di quel concerto a S. Anna. Solo che io ho il difetto di non avere una grande autostima: quando mi riascolto non mi piaccio mai, mi sembra sempre di aver suonato uno schifo, per cui evito sempre di risentirmi. Stavolta, però, qualcuno quel concerto l'ha messo su Youtube, così mi è capitato di vederlo e in questo caso quel che era successo sul palco mi è sembrato veramente magico, soprattutto grazie alla band e a quel che hanno fatto Hamid Drake e Dean Bowman.

AAJ: Com'è che uno come te, che dice sempre di non essere un jazzista, si è ritrovato a un festival con quel blasone?

DS: Ludmilla Faccenda mi aveva proposto di fare un progetto su Zappa assieme ad Hamid, e a me lavorare con lui faceva un grande piacere: non avevamo mai suonato assieme, ma l'avevo conosciuto ed ero sicuro che ci saremmo trovati bene, infatti poi l'ho chiamato anche per realizzare il disco dedicato a Gato Barbieri. Con Dean, invece, avevo già registrato un disco qui a Napoli, con Joe Cristiano, ed ero entusiasta di lui. Per cui ho accettato, anche se pieno di timori, perché i pezzi di Zappa sono difficilissimi: richiedono studio, comprensione della partitura, non si prestano a fare delle jam. Per cui, basandomi anche sulle storie di Hamid e Dean, ho fatto una scaletta e gliel'ho inviata, ci abbiamo lavorato ciascuno per proprio conto e, quando ci siamo trovati in Sardegna, abbiamo fatto una sola prova. La quale, com'era immaginabile, è stata un mezzo disastro! Di conseguenza ci siamo riproposti di fare un'altra prova la mattina dopo, il giorno del concerto; ma, quando ci siamo svegliati, c'era un sole meraviglioso, per cui a colazione ci siamo detti: "guaglio,' facimme 'na cosa, andiamocene a mare!." Del resto, quando devi affrontare delle cose complicate come quelle, o prima di suonare puoi fare un mese di prove—e comunque nessuno ti garantisce che vada bene...—oppure ti rilassi, conti sul fatto che ognuno sa quel che deve fare, sa qual era lo spirito della musica di Zappa, e quand'è il momento sale sul palco e suona. Che è quel che abbiamo fatto. E lì non so che è successo: forse proprio l'aver lasciato un margine di improbabilità a tutta la situazione ha fatto sì che venissero fuori cose pazzesche! O forse eravamo così rilassati, così contenti di suonare quella musica su quel palcoscenico, che ci siano talmente divertiti da non poter che tirar fuori roba buona!

AAJ: Come sei intervenuto sulla musica del concerto per farne un disco?

DS: Anzitutto ho approfittato del fatto che la registrazione era su un multitraccia, cosa che mi ha permesso di lavorare bene sul materiale. Inizialmente avevo pensato di fare dei tagli, perché alcuni pezzi, come accade sempre nei live, sono piuttosto lunghi; poi però ho preferito lasciare l'impronta del concerto: chi se lo vuol sentire tutto se lo sente. Perciò alla fine i ritocchi sono stati esigui, è tutto così come l'abbiamo suonato quella sera.

AAJ: Si è trattato di un'occasione unica o il gruppo ha suonato altre volte?

DS: Una sola altra volta, l'anno dopo, al festival di Roccella; ma credo che suoneremo di nuovo quest'anno, perché mi ha chiamato Maria Pia De Vito, anche per approfittarne per fare un workshop con Dean, che è un vocalist straordinario: incontrollabile come tutti i musicisti neri della sua generazione, un vero jazzista. Non come oggi qui da noi, che i jazzisti sembrano musicisti classici di mezzo secolo fa: non bevono, sono vegetariani, vanno a letto presto... quanto di più lontano ci sia da un Charles Mingus o da una Billie Holiday! Io non credo che si possa essere artisti, e ancor più jazzisti, senza essere disadattati, ovvero in disaccordo con il mondo in cui si vive. Ecco, Dean è così: gli parli e ti risponde quando vuole, è sregolato, è 'na bella capa, ma quando canta... è Leon Thomas, è Demetrio, è uno che ha una cultura pazzesca su quel che si può fare con la voce, anche per quel che riguarda le prospettive etniche, africane. E ha uno swing incredibile, naturale. Qualcosa di simile vale per Hamid, che non ha problemi a suonare qualunque cosa, dal free, al rock, alle cose più liriche. È probabile che si torni a suonare anche a S. Anna, perché il disco lo faremo in coproduzione con il festival, per cui se sarà possibile lo presenteremo là. Ma, in quel caso, non rifaremo live lo stesso programma: preferirei portare altre cose, anche perché quel repertorio è venuto talmente bene allora che non voglio ripeterlo!

AAJ: L'uscita della registrazione finora ha seguito le forme innovative che hai usato anche in altre recenti occasioni.

DS: Sì, abbiamo fatto un mese di crowdfunding, durante il quale a prezzi diversi abbiamo offerto varie opzioni. Una delle quali ha a che fare con questa follia che è il ritorno dei vinili. Noi siamo nati coi vinili, perciò sappiamo bene anche quali siano i loro limiti: li ascoltavamo e ascoltavamo, fino a non sentirli più, a rovinarli; quando sono arrivati i CD, che si potevamo ascoltare all'infinito senza perdita di qualità, è stato un sogno; ora, tornare ai "pezzi di petrolio," come li chiamava Zappa, mi pare una vera follia! Secondo me si tratta di un feticismo, legato soprattutto alla copertina; per cui ho preparato una card USB, stile carta di credito, con i file in alta definizione per un ascolto perfetto, però venduta in una copertina che è quella del vinile. Anche perché noi oggi la registrazione la facciamo in digitale e non ha alcun senso, dopo, riportarla sul vinile!

AAJ: Qualcuno sostiene che la resa dinamica di un vinile sia diversa, più calda; ma, a parte quel che giustamente osservavi, per poterla apprezzare è necessaria una puntina da cinquecento euro, che nessuno ha!

DS: Infatti il CD ha rappresentato anche un grande momento di democrazia: poteva ascoltare la musica in alta qualità anche chi non aveva grandi possibilità economiche. E poi la verità è che il vinile suona più caldo solo perché taglia tutta una gamma di frequenze alte: toglile dall'amplificatore e vedrai che suonerà caldo anche il CD! Comunque sia, se la musica l'ascolti e la riascolti il vinile non te lo compri: si rovina, è scomodo, serve solo per far scena con la ragazza.

AAJ: Direction Zappa è il tuo "disco jazz" di quest'anno; però dicevi di aver prodotto anche qualche altra cosa in questi mesi di clausura, mentre prima del suo inizio era uscito l'ultimo capitolo della pazza band del Capitone, il terzo, Le nuove avventure di Capitan Capitone.

DS: Sì, è uscito giusto in tempo per venderne un po' perché di lì a poco hanno chiuso i negozi. È stato un mese di fuoco, durante il quale mi sono divertito molto: il disco, infatti, è uscito subito dopo Sanremo e mi sono ritrovato nelle classifiche di vendita di Amazon negli stessi posti di Achille Lauro e Diodato, che erano stati sette giorni in televisione ed erano stati intervistati da tutti i media. Che poi non era tanto un grandissimo risultato, quanto piuttosto il segno che i dischi non si vendono proprio più: perché io so bene di aver stampato millecinquecento copie del disco, e perciò so anche che se mi ritrovo nella stessa classifica di un disco di Sanremo, questo vuol dire che anche del cantante di Sanremo hanno stampato solo le stesse millecinquecento copie! E questo è terribile... Comunque la cosa mi ha fatto divertire, peccato solo che sia durata poco, perché hanno subito chiuso tutto ed è finita lì. È stato un disco sfortunato.

AAJ: Peccato, perché era davvero un disco notevole. Raccontaci un po' che significato ha per te e, più in generale, qual è il significato del Capitone.

DS: Il primo disco—Capitan Capitone e i fratelli della costa, uscito nel 2016—è nato un po' casualmente. Mi era capitato di conoscere un gruppo di musicisti giovani, che facevano delle cose qui, nel centro di Napoli; bravi, ma la loro fama non arrivava aldilà di Pozzuoli! Perciò mi venne in mente di approfittare della mia notorietà un po' più ampia, costruendo assieme a loro un collettivo, sul genere di Brigata Internazionale di qualche anno fa. Il risultato fu eccellente, perché già il primo Capitone era fortissimo ed ebbe molto successo. Inoltre, un progetto così ampio e vario mi ha dato la possibilità di coinvolgere alcuni di quei musicisti provenienti da mondi del tutto diversi e con i quali ciononostante ho avuto il piacere di suonare: per esempio Edoardo Catemario, chitarrista classico che ha nel suo repertorio Bach e il Concerto di Aranguez di Rodrigo; oppure La Manticora, che vengono dalla musica medievale. A me piace molto mettere insieme artisti di provenienze diverse, specie in un progetto come il Capitone, che ha al proprio centro il mare e l'idea, anche molto "politica," della pirateria.

AAJ: Perché la pirateria?

DS: Perché è stata un'esperienza storicamente importante, un po' come in seguito lo è stata l'occupazione delle fabbriche. Un tempo la nave era infatti l'equivalente di ciò che è poi diventata la fabbrica: il capitalismo non sarebbe potuto nascere senza la depredazione di altri mondi, dal punto di vista tanto dei beni materiali, quanto soprattutto delle risorse umane, con lo schiavismo. Per cui l'idea di questi marinai che a un certo punto decidevano di ribellarsi a quel gioco e al trattamento che ricevevano, che prendevano gli ufficiali e li gettavano a mare, che occupavano le navi per farsi i fatti loro battendo una bandiera che, nella storia, è la prima a non avere un riferimento a uno Stato, a una Corona, a un Sovrano, antecedente anche alla stessa Bandiera Rossa, a me piace moltissimo! È per questo che continuo a fare questi dischi ispirati alla pirateria. Ed è anche la ragione per cui ho iniziato a rivolgermi ai bambini.

AAJ: Già, perché ne Le nuove avventure di Capitan Capitone c'è spazio anche per cori di bambini...

DS: Sì, nonostante io inizialmente ai bambini non avessi proprio pensato. È stato quando ho iniziato a fare i primi live e mi sono ritrovato trenta, quaranta bambini che volevano salire sul palco per conoscere Capitan Capitone, che mi si è aperta una finestra: visto che i ventenni, in buona parte antagonisti ma incapaci di capire la realtà, non siamo più in grado di recuperarli dai bar dove se ne stanno buttati là dalla mattina alla sera, proviamoci allora con i bambini! Raccontiamo loro un po' di storie piene di significato, magari quando crescono poi qualcosa gli rimane! Poi è ovvio che a un bambino è un po' difficile fargli sentire un pezzo di Zappa o di Gato Barbieri, però...

AAJ: Beh, non è poi detto: Joachim Ernst Berendt ricorda un esperimento dei primi anni Sessanta, quando a un concerto del quartetto storico di Ornette fu fatto assistere un pubblico prima di adulti, poi di bambini: ebbene, gli adulti dopo poco smettevano di seguire e iniziavano a dare giudizi critici, mentre i bambini invece seguivano fino alla fine quel che accadeva, e con molta attenzione...

DS: Certo, i bambini non hanno pregiudizi, basta attrarli, coinvolgerli. Infatti è anche successo che dopo essersi appassionati al Capitone siano venuti ad altri concerti, per esempio a quello su Gato Barbieri. Magari chiedendomi dei pezzi del primo!

AAJ: D'altronde il repertorio del Capitone è molto bello e divertentissimo. Da toscano gli trovo solo il limite della lingua: non sempre, se non si è napoletani, si coglie direttamente il significato, perciò per apprezzarlo a pieno richiede forse la lettura del testo, come accade spesso nell'Opera.

DS: A proposito dei testi, ce n'è uno, "Marenare," che ho scritto io basandomi sulla musica di una ballata tradizionale della pirateria bretone. Ora, io sono un musicista, non un poeta, eppure quando l'ho scritto—ero a Procida, steso sul gommone—stranamente mi è venuto così, di getto, tutto assieme comprese le rime, inclusa anche quella strofa che racconta di una tempesta e di Capitan Capitone che si mette a bestemmiare "a cul a fore." Ebbene, qualche settimana più tardi, dopo che c'era stata una tromba d'aria, mi son trovato a parlare con un vecchio pescatore di Capo Miseno, il quale mi ha raccontato che loro quando c'è la "coda di Zefiro," come chiamano le trombe d'aria, si mettono proprio a culo fuori recitando una litania che è un misto di preghiera e bestemmie! Sono rimasto a bocca aperta, perché io non ne sapevo nulla: si vede che in qualche modo è una cosa che ho assorbito dal mare!

AAJ: Oltre a Le nuove avventure di Capitan Capitone che altro hai fatto?

DS: Subito prima era uscito The Cat with the Hat, l'omaggio a Gato Barbieri; poi all'inizio del secondo lockdown sono andato in sala con il mio quintetto, con Emilia Zamuner alla voce, Tommy De Paola al piano, Davide Costagliola al basso elettrico, Antonello Iannotta alle percussioni e Paolo Forlini alla batteria. Abbiamo registrato un'ora e mezzo di musica, trasformando il repertorio live della formazione in due CD: Lockdown #1 e Lockdown #2, anche questi prodotti e venduti con il crowdfunding, in forma di file HD da scaricare. Un modo per offrire alla gente la nostra musica, visto che non possiamo darle i concerti, senza impazzire con stampa e distribuzione, saltando anche il problema dei negozi chiusi. E devo dire che sono andati benissimo, mi hanno permesso di campare e di poter pensare di produrre anche altro, cosa che—in assenza di concerti e con la miseria di quanto mi è arrivato di "ristori"—altrimenti non sarebbe stato possibile.

AAJ: E con ciò si torna alla questione di partenza, cioè la grande difficoltà per un musicista, per di più jazz, di vivere in questo periodo di emergenza pandemica.

DS: Sì, e più in generale di vivere in un paese nel quale l'arte non è né sostenuta, né soprattutto considerata per l'importanza che invece ha. Ed è difficile per tutti, specie quando ormai sei arrivato a una certa età. La maggior parte dei colleghi miei amici è più giovane di me, ma quelli che cercano di cambiare qualcosa sono comunque pochi: la maggioranza sono presi dai social, credono che avere più follower faccia la differenza, oppure passano il loro tempo al bar. La mia generazione è stata distrutta alla fine degli anni Settanta dall'eroina, che è stato un dramma, anche per la politica; ma quelle successive non hanno avuto nemmeno bisogno di un dramma o di una dipendenza, per distruggersi. Le conseguenze sulla musica si vedono: nel calo dell'attenzione, perché se una volta consumavamo i vinili, adesso l'ascolto medio ha una durata di diciotto secondi; nel pubblico, che se è giovane, è composto solo da colleghi, perché un pubblico giovanile che viene per conoscere, per sentire cosa c'è di nuovo, come accadeva un tempo con tutti quelli che andavano a Umbria Jazz con il sacco a pelo, non esiste più. Troppo impegnato con facebook, con tik tok, con twitter; al massimo guarda l'inizio del concerto su Youtube.

AAJ: Però dicevi che anche le produzioni fatte durante il lockdown hanno funzionato: dunque un'attenzione c'è, un tuo pubblico lo hai. È fatto solo di anziani?

DS: No, stranamente no, ed è testimoniato dagli strumenti di analisi delle piattaforme di distribuzione, che ogni tanto consulto per capire chi mi segue: il mio pubblico è composto per il sessanta per cento da una fascia d'età che va dai ventotto ai trentaquattro anni; invece, oltre i sessanta non mi segue nessuno. Da questo punto di vista sono contento, perché mi pare un successo per un musicista di sessant'anni avere un pubblico composto da trentenni. Anche perché questo è proprio ciò che ho sempre voluto, da quando vedevo Miles che, invece di codificare il proprio stile, cercava di fare sempre cose nuove andando a confrontarsi e a collaborare con chi era più giovane. La cosa drammatica è che oggi i giovani spesso sono ancor più reazionari degli anziani! Di recente mi è capitato di discutere con una giovane chitarrista, avrà ventitré o ventiquattro anni, che riteneva non fosse "vero jazz" neppure Herbie Hancock... Insomma, ci sono dei ragazzi bianchi, che hanno studiato nei conservatori con i soldi di papà e mamma, convinti che per fare jazz sia necessario suonare solo "All the Things You Are" e farla così come la facevano nel 1940! Gente che cancella l'esperienza del free! Siamo all'affermazione del pensiero reazionario anche nella musica: abbiamo avuto la rivoluzione francese, abbiamo avuto il Codice Napoleonico, però adesso con Metternich e il Congresso di Vienna si riporta il mondo trent'anni indietro e si restaurano le forme che c'erano prima. Giovani che sembrano più vecchi di me, perché fanno gli stessi discorsi che sentivo quando avevo la loro età e ascoltavo Chapter One o Bitches Brew; solo che allora "questo non è jazz" lo dicevano i cinquantenni che ascoltavano solo Bix e Nanni Svampa, ora lo dicono dei ragazzi! La situazione si è capovolta, e la cosa fa un po' impressione...

AAJ: Però è anche consolante che tu sia in grado di catturare almeno una fetta di questo pubblico giovanile e che, in tal modo, tu riesca a seminare qualcosa.

DS: Sì, ma sono soprattutto i rockettari, o comunque quelli che ascoltano cose diverse dal jazz. Io abito vicino al conservatorio, parlo spesso con i ragazzi che lo frequentano, e mi rendo conto che del jazz sono attratti soprattutto dall'aspetto vituosistico, "ginnico"; per molti di loro neppure Stefano Bollani è un jazzista: non suona solo jazz e fa troppe battute...

AAJ: Incredibile, anche loro si sono accodati alla critica più snob!

DS: Già, forse perché, nonostante quel che dicono, un concerto di Frank Sinatra, di Oscar Peterson, di Louis Armstrong non l'hanno mai visto. La maggior parte dei musicisti che facevano quella musica suonava in grandi localoni dove si mangiava, si chiacchierava, si faceva casino, dove quel che suonavano era considerata musica popolare, non "Il Jazz"; suonare senza fare battute, seri e silenziosi sul palco, è stata una rivendicazione portata avanti con fatica da pochi musicisti, tra i quali lo stesso Miles, ma che è durata poco, tramontata con l'arrivo dei Sun Ra e dei Don Cherry, in generale con il ritorno dell'atteggiamento africano per il quale la musica è divertimento, piacere, non un esercizio cerebrale all'europea. In questo, Stefano è molto più jazzista di quelli che si siedono dietro al pianoforte e suonano come se stessero eseguendo una sonata classica. Mi dispiace che i giovani non lo capiscano, ma del resto è anche normale: studiano in conservatorio una musica che aveva una carica antistituzionale e che, entrata dentro l'istituzione, quella carica l'ha fatalmente perduta. Il giorno che anche l'hip-hop verrà studiato in conservatorio, perderà anche lui il suo connotato eversivo, e morirà.

AAJ: È un discorso ricorrente, questo. Tu pensi che sia necessariamente sempre così?

DS: No, fortunatamente no, le eccezioni ci sono. Però la maggior parte di quelli che insegnano iniziano a farlo perché solo di concerti non riescono a vivere, poi pian piano smettono di suonare, cosicché si allontanano sempre più dalla scena, da quel che si fa dal vivo, dai cambiamenti che la musica subisce giorno per giorno attraverso la sperimentazione e la collaborazione tra musicisti diversi, e finiscono per concentrarsi sugli aspetti tecnici, virtuosistici, oppure stilistici codificati e storicizzati.

AAJ: Effettivamente troppo spesso si sottovaluta il potere performativo che ha su un musicista lo spostamento dalla scena all'aula di insegnamento.

DS: Per quanto mi riguarda è proprio la ragione che mi ha spinto, una quindicina di anni fa, a rinunciare a insegnare. Allora mi proposero di entrare al conservatorio con un contratto da poche ore annue, giusto per iniziare, ma con la prospettiva di ampliarle pian piano, in attesa di una istituzionalizzazione—che infatti negli ultimi anni per molti che avevano fatto quel percorso c'è stata. Io lì per lì ero entusiasta; poi però, la mattina che dovevo presentare la domanda, m'è venuta l'ansia: se entro in conservatorio, poi non suonerò più—pensai—o almeno non suonerò più come faccio di solito, cioè anche in un locale per cinquanta euro. E quest'ultima cosa per me è ancor più importante di suonare su un palco, perché è più formativa: su un palco hai delle responsabilità, non puoi sperimentare più di tanto, devi tener fede a un contratto con l'organizzazione e con chi ha pagato un biglietto; in un locale, invece, hai un altro rapporto con la gente, puoi giocare, scherzare, tentare le cose che ti vengono in mente. Se smetti di fare quest'ultima cosa, smetti di crescere, ti fossilizzi. E se insegni in conservatorio, vuoi perché ti manca il tempo, vuoi perché devi mantenere una certa immagine professorale, non puoi continuare a suonare in quel modo. Così alla fine non ho presentato la domanda e non se n'è fatto più di niente. E sì che oggi, con questa pandemia, mi avrebbe pure fatto comodo avere uno stipendio fisso...

AAJ: Anche perché so che hai anche alcuni problemi fisici che ti tormentano.

DS: Sì, alle mani: ho il morbo di Dupuytren, una malattia che hanno avuto molti musicisti. Non ci sono altre cure se non interventi chirurgici; io ne ho già fatti due alla mano sinistra, ora ne devo fare un altro alla destra, ma vorrei andare a Parigi, dove, quando ho suonato a settembre, ho incontrato un reumatologo che mi ha proposto una terapia chirurgica diversa da quella che ho fatto in passato e che sembrerebbe migliore, con minori fastidi nella convalescenza postoperatoria. Intanto ho dovuto anche cambiare sassofono, per usarne uno più adatto al mio problema. Comunque non drammatizzo: anche se questo problema mi getta un'ombra sul futuro, finché va e continua così, c'è di peggio.

AAJ: E dunque, continuando così, che altre cose bollono nel tuo pentolone per il futuro?

DS: Innanzitutto vogliamo suonare con Capitan Capitone, visto che il disco era bello ed è piaciuto, ma per colpa del lockdown concerti non ne abbiamo fatti. Poi vorrei fare un disco dal progetto che abbiamo fatto in streaming per il Moncalieri Jazz Festival, un concerto tutto dedicato a Carosone. E ancora, ho fatto una proposta alla Regione Campania per fare un festival tutto su sentieri delle nostre montagne, che mi capita spesso di percorrere e sono bellissimi, con la particolarità che a 1500 metri di altezza sotto c'hai il mare: tutto in acustico, in quei panorami splendidi. Il mio sogno sarebbe portare un pianoforte con l'elicottero sopra il Monte Molare, poi prendere Stefano e farlo suonare lassù. Penso che, qua in Campania, una cosa del genere non l'abbia mai fatta nessuno, nonostante che i nostri scenari naturalistici non siano meno belli di quelli delle Dolomiti. Speriamo me lo lascino fare.

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