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Umbria Jazz Winter 2022

Umbria Jazz Winter 2022

Courtesy Roberto Cifarelli

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Umbria Jazz Winter 29
Orvieto
Varie sedi
28.12.22—1.1.23

Nel programma della ventinovesima edizione del festival orvietano, la prima pagina era interamente dedicata alla memoria di Franco Fayenz, scomparso il 25 ottobre 2022; critico dall'impronta unica, capace di conciliare analisi musicale e sana divulgazione, era anche un amico storico di Umbria Jazz. Nel presentare il concerto d'apertura al Teatro Mancinelli, anche Enzo Capua ha ricordato il prezioso lavoro lasciatoci dal giornalista. Purtroppo, da un punto di vista organizzativo, l'impostazione logistica di Umbria Jazz Winter ha dovuto rinunciare ad alcuni nomi già preventivati e ad alcuni degli spazi dei concerti al chiuso, concentrandosi solo su due di essi: il Teatro Mancinelli e la Sala dei Quattrocento a Palazzo del Popolo. Questa scelta, obbligata da una riduzione all'ultimo momento dei finanziamenti, ha inciso in parte anche sulla programmazione, che tuttavia è riuscita a conservare alcune presenze di grande interesse, replicando molte di esse più volte, come per altro capitava anche in passato.

Il progetto speciale di questa edizione del festival si è concretizzato nell'omaggio ai temi indimenticabili di Burt Bacharach affidato all'interpretazione di Dianne Reeves. Gli arrangiamenti orchestrali erano di Ethan Iverson, alla direzione della Umbria Jazz Orchestra, formazione sempre più solida che include nomi ben noti, basti citare Daniele Tittarelli, Dan Kinzelman, Rossano Emili fra le ance, Francesco Lento, Mirko Cisilino, Massimo Morganti fra gli ottoni. Inoltre la compagine era arricchita da tre ospiti d'onore, Romero Lubambo, Peter Washington e Dan Weiss. Va però precisato che i contributi del contrabbassista e del batterista sono stati mantenuti all'interno dei ranghi orchestrali, mentre alcuni sprazzi magistrali, anche in duo con la cantante, sono stati concessi al chitarrista brasiliano. A ben vedere, in questo inedito progetto sia gli arrangiamenti di Iverson, di sapiente abilità nel compenetrare il registro acuto e quello più grave dei fiati senza per altro concedere loro alcuno spazio solistico, sia la voce della cantante, carismatica, eclettica e ben modulata su tutti i registri, hanno dato una sintesi stringata, diretta, classicamente jazzistica della musica di Bacharach, rendendo opportunamente al contempo i suoi tipici aspetti sognanti, scanzonati, insinuanti.

Per tributare il doveroso omaggio a Charles Mingus nel centenario della nascita è stato costituito appositamente un inedito sestetto italo-americano, cooptando Alex Sipiagin, David Kikoski, Boris Kozlov e Donald Edwards, membri storici della Mingus Big Band che per l'occasione sono stati degnamente affiancati dai nostri Piero Odorici al tenore e Roberto Rossi al trombone. Nei vari concerti il repertorio comprendeva alcune delle composizioni mingusiane meno frequentate ("Tonight at Noon," "East Coasting...") ed original dei componenti statunitensi. Quanto alle interpretazioni, più che basarsi sugli arrangiamenti, non particolarmente audaci, ci si è piuttosto rivolti con convinzione verso un'autentica dimensione mainstream, che ha permesso un collaudato interplay, lasciando emergere una sequenza di pregevoli assoli.

D'insostituibile consistenza si è rivelato il lavoro del contrabbassista, che ha condotto con polso sicuro le cadenze e le dinamiche della performance, ruolo che per altro ricopre anche nella Mingus Big Band, e del batterista, creatore di linee ritmiche inventive e perentorie. Sipiagin, più convincente alla tromba che al flicorno, ha dispiegato un fraseggio veloce e frenetico, proiettato verso stentorei sovracuti, mentre il pianismo di Kikoski, dinamico e percussivo, ha sviluppato un discorso concatenato, sfociando in sequenze quasi compulsive. Ma all'altezza della situazione hanno svettato anche gli interventi dei due italiani: la sonorità ben tornita di Odorici, soprattutto nel registro medio dello strumento, ha rivestito una pronuncia dal rilievo plastico, con inflessioni memori del Coltrane degli anni Cinquanta, e l'agile trombone di Rossi ha tornito una netta e severa modulazione dell'eloquio.

Che la presenza di Kris Davis sarebbe risultata una proposta anomala e tangenziale per l'abituale pubblico di Umbria Jazz lo si intuiva fin dalla lettura in anteprima del programma; tanto più che la quarantatreenne pianista canadese, in perfetta solitudine, si sarebbe esibita quattro volte. Al di là di ogni aspettativa i suoi concerti sono stati accolti da un pubblico non straripante, ma sempre attentissimo a cogliere l'evoluzione di quella che potremmo definire un'improvvisazione controllata, vicina alla musica contemporanea colta. Alla base della sua concezione improvvisativa c'è sempre comunque un approccio rigenerativo a precise composizioni, proprie o altrui, in primis di Ingrid Laubrock, fino a giungere nella parte finale dei concerti ad affrontare con prassi sempre diverse temi jazzistici: "Evidence" e "Ask Me Now" di Thelonious Monk, ma anche recuperando il meno frequentato "Hat and Beard" di Eric Dolphy.

Ogni concerto si è aperto su un pianoforte preparato con grande abilità, partendo da un incedere selettivo e prudente, da insistenze minimaliste, da movenze di una rarefatta, orientale astrazione, ma ricorrendo anche alla timbrica concretezza dei lavori pianistici di Cage. Con l'esemplare nitidezza di un tocco mai particolarmente percussivo, e la consapevolezza istantanea dello sviluppo delle strutture, una volta liberata la cordiera dagli accorgimenti utilizzati per la preparazione, le performance si sono andate via via animando, approfondendo direzioni diverse. Una narrazione descrittiva, quasi serena, ha lasciato gradualmente il posto ad un'arrovellata sequenza rapsodica, un'articolazione puntillistica tramata con ostinazione si è alternata a grovigli free... In definitiva, sono sempre risultate chiare le modalità e la grande concentrazione con cui la pianista ha proceduto a costruire un'audace architettura sonora, ad intraprendere un percorso musicale composito, sorretto da una determinazione e una coerenza ammirevoli.

Quelle sopra recensite sono state le presenze più importanti fra quelle replicate più volte da questa edizione un po' austera del festival invernale. Tuttavia anche altri concerti meriterebbero una segnalazione meno frettolosa: in primis quelli dell'Allan Harris "Kate's Soulfood," un agguerrito ottetto pilotato dal cantante e chitarrista di Brooklyn, ospite immancabile di Umbria Jazz fin dal 2006, ma che solo ora è stato proposto sul palco prestigioso del Teatro Mancinelli. Tutto nel suo mondo, dal nome del progetto, dedicato alla frequentata tavola calda che una zia gestiva ad Harlem, alla voce pastosa e confidenziale del leader, racchiude il suo approccio autenticamente radicato in una certa tradizione nero-americana.

Quasi all'opposto l'estetica del duo Rebecca Martin—Larry Grenadier, una coppia nella vita che trasferisce sul palco la propria congenialità. In scaletta molti original, canzoni della tradizione popolare e qualche standard, che hanno trovato una convinta interpretazione nel pizzicato sontuoso e nella conduzione melodica del contrabbassista, come nella voce sul registro medio e un po' nasale della Martin, che ha intonato un canto dimesso e colloquiale, a tratti dolente, comunque anti-spettacolare, attenendosi alla tradizione di certe songwriter americane.

Meritano a questo punto la dovuta attenzione quattro formazioni che si sono esibite in un'unica, imperdibile occasione. L'Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti diretta da Paolo Damiani, a cominciare dal 2015 ha l'intento di valorizzare alcune delle giovani promesse del panorama italiano, non solo come strumentisti ma anche in veste di compositori e arrangiatori. L'edizione 2022 del progetto ha selezionato dodici elementi, nella giusta proporzione sei donne e sei uomini, che da luglio si sono esibiti in una decina di concerti, anche all'estero, consolidando il proprio affiatamento. Per l'esattezza al Mancinelli i componenti dell'organico, oltre a Damiani al violoncello, erano Camilla Battaglia alla voce, le violiniste Anais Drago ed Eloisa Manera, Francesco Fratini alla tromba, Michele Fortunato al trombone, Federico Calcagno, Michele Tino e Sophia Tomelleri alle ance, il chitarrista Giacomo Zanus, Nazareno Caputo al vibrafono, la contrabbassista Federica Michisanti e la batterista Francesca Remigi.

Dopo il brano d'apertura di Damiani, articolato in tre sezioni, si sono succedute sette composizioni a firma di altrettanti membri dell'orchestra. Senza affrontare una completa analisi dei singoli brani, mi sembra il caso di ricordare quelli maggiormente caratterizzati. La lunga composizione della Drago, dedicata ai problemi ambientali, ha presentato dissonanze e marcate scansioni ritmiche, collegandosi, quasi in una suite, alle successive sorprese del contributo di Camilla Battaglia. Se un limpido rigore strutturale ha qualificato il brano di Calcagno, i continui cambi di tempo di quello della tenorista Tomelleri hanno dimostrato un deciso sapore mingusiano. Come pure una struttura prettamente jazzistica ha perseguito il tema di Tino, dedicato a Gunther Schuller. In estrema sintesi, nel percorso del concerto è prevalsa un'attenzione puntigliosa per la scrittura e per le soluzioni più sperimentali, inserendo opportunamente gli intrecci strumentali e gli spazi solistici, in cui ogni membro dell'orchestra ha avuto modo di esprimersi.

L'apparizione di Javier Girotto ci ha mostrato un musicista rinato a nuova vita, motivato e lucido nel rivisitare propri brani storici, scandendo con forza il suo fraseggio inconfondibile al soprano, basato su progressioni infervorate e frenetiche. L'attuale stato di grazia del sassofonista argentino è probabilmente dovuto anche al fatto che in questo nuovo gruppo è circondato da quattro validissimi giovani talenti, con i quali ha già inciso un CD di prossima uscita per il Parco della Musica: il focoso e spericolato trombettista siciliano Giacomo Tantillo e Michele Fortunato al trombone, dall'incedere più controllato, e poi i già ben noti Jacopo Ferrazza, il cui contrabbasso amministra una pulsazione risonante, ed Enrico Morello alla batteria, con il suo drumming tonificante. Il concerto orvietano si è retto su ritmi prevalentemente sostenuti, ma anche sulle atmosfere e le cadenze proprie delle ballad, su temi ora di matrice decisamente jazzistica, ora legati al tango o comunque alla formazione culturale di Girotto. Il tutto è stato proposto con una complice sinergia fra i musicisti, con una nettezza esecutiva e una convinzione espressiva tali da innescare una coinvolgente comunicativa.

Nell'ultima serata al Mancinelli c'era attesa per l'inedito trio formato da Ethan Iverson, Peter Washington e Dan Weiss, già ascoltati come pilastri dell'omaggio a Bacharach. Senza il supporto di spartiti essi hanno affrontato un repertorio di standard, da Ellington a Monk, da "All the Things You Are" a "Lover Man," rendendo credito alla tradizione interpretativa più collaudata del jazz. Ne è risultato un jazz iper-classico, swingante, condotto con leggerezza e arguzia, animato dal contributo esperto e ineccepibile di ognuno dei tre. Iverson ha confermato la sua sensibilità armonica nell'elaborare un fraseggio frammentato da pause e cambi di direzione, esibendo una diteggiatura scandita con puntiglio quasi maniacale. Del pizzicato di Washington si è potuto apprezzare l'ovattata morbidezza della sonorità, peculiarità di esclusiva bellezza, mentre il drumming di Weiss, che in altri contesti frequenta la ricerca più attuale, si è evidenziato per la classica leggiadria e varietà degli accenti.

A Romero Lubambo infine, anch'egli presente a Orvieto per il progetto su Bacharach, è stata richiesta una solo-performance, che ha contribuito ad arricchire la gamma stilistica delle proposte del festival. Il chitarrista brasiliano, trasferitosi a New York nel 1985, ha interpretato propri original e hit di Antonio Carlos Jobim, Chico Buarque de Hollanda, Baden Powell... La sua narrazione distesa, raffinata, colloquiale, pur condotta con tecnica sopraffina e virtuosismi chitarristici, non ha disdegnato complessità armoniche e a tratti un sound corposo. In alcuni brani egli è stato affiancato dalla moglie Pamela Driggs, la cui voce tipicamente brasiliana, leggera e confidenziale, all'occorrenza ha saputo esprimere toni più incalzanti. A ben vedere nel mondo jazzistico quello dei coniugi che avviano anche una collaborazione professionale è un fenomeno più frequente di quanto si creda, tanto che non sarebbe male dedicare all'argomento una circoscritta analisi.

Vorrei chiudere con una conclusione immaginaria e simmetrica all'apertura. Sul concerto di Vinicio Capossela, osannato dal tripudio dei suoi fan, non sono in grado di fare alcun commento; mi piace fantasticare piuttosto che se l'amico Fayenz fosse stato seduto al mio fianco ad un certo punto mi avrebbe rivolto uno di quei suoi sguardi un po' scettici e sornioni e mi avrebbe detto: "Vogliamo dare un senso a questa nostra serata?." Poi si sarebbe alzato per uscire dal teatro.

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