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Umbria Jazz Winter 30

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Umbria Jazz Winter 2023
Orvieto
Varie sedi
28.12.2023—1.11.2024

Umbria Jazz Winter, tutto concentrato nel centro storico di Orvieto, è un festival a misura d'uomo. Prestigiose le sue sedi, tutte raggiungibili a piedi in trasferimenti di pochi minuti: il Teatro Mancinelli, prezioso teatro all'italiana della seconda metà dell'Ottocento, il maestoso Palazzo del Popolo, che sotto le sue volte medievali in tufo accoglie il pubblico nella Sala Quattrocento e, al piano terra, nella Sala Expo, dedicata ad appuntamenti più conviviali, il Museo Emilio Greco, che fra le sculture e i disegni del maestro catanese ospita le formazioni più ridotte, il Palazzo dei Sette, dove a ciclo continuo si esibiscono gli esponenti di un jazz diretto e accattivante, adatto al periodo festoso di fine anno... La prerogativa della programmazione dei concerti fa in modo che, salvo rari casi, le formazioni più famose e di maggior richiamo si esibiscano tre-quattro volte in date e sedi diverse, mentre alla Sala Expo e al Palazzo dei Sette le repliche per ogni formazione sono anche otto o nove. Ciò che può sorprendere è che ogni rappresentazione registri (quasi) sempre il tutto esaurito. Questo fa parte della magia del festival orvietano, dell'atmosfera che lo caratterizza e deriva da una serie di fattori: appunto la distribuzione urbana delle accoglienti location, ma anche la confezione del ricco calendario concertistico e il periodo dell'anno in cui si svolge, rivolgendosi a un pubblico di varie provenienze e mosso da vari interessi e gusti musicali...

Due le partecipazioni qualificanti di questa trentesima edizione del festival orvietano: in primo luogo la produzione speciale che ha affiancato Joe Lovano e l'Umbria Jazz Orchestra, una formazione di fiati, solo ottoni e ance, con gli arrangiamenti e la direzione dell'inglese Michael Gibbs, oltre alla preziosa partecipazione di Steve Wilson, Peter Washington e Lewis Nash. Ma, come vedremo, di grande rilievo è stata anche la presenza del sestetto di Cecile McLorin Salvant.

Il vasto repertorio sciorinato nel corso delle tre apparizioni della produzione speciale pilotata da Lovano e Gibbs ha compreso hit di Shorter, Monk, Ellington... ma anche "Don't Explain" di Billie Holiday. "Lonely Woman" ha dato l'estro per una rivisitazione stralunata ma lontanissima dalla drammaticità colemaniana. Soprattutto sono emersi in evidenza "Mother of a Dead Man" di Carla Bley, che ha dato l'occasione di inserire una sfilata di concisi assoli da parte dei membri della sezione ance dell'orchestra, e "Blackwell's Message," un original di Lovano dedicato al batterista di Ornette Coleman scomparso nel 1992. Al centro di questo brano, nella prima apparizione del progetto si è realizzato un favoloso intreccio fra la voce di Joe, avvolgente, grufolante e sorniona ma con guizzi di un'inventiva volatile e volitiva, e la pronuncia del contralto di Wilson, sempre tagliente e perentoria, puntata ed ebbra, ineludibile in tutte le sue varie apparizioni al festival.

Nell'ultima comparsa del gruppo invece, sempre in questo brano, si è svolto un tortuoso e veloce scambio di battute fra il sassofonista e sua moglie Judy Silvano invitata sul palco, che ha intrapreso uno scat funambolico. Quanto al comportamento nel corso di tutto il festival da parte di Lovano, che il 29 dicembre ha celebrato il suo settantunesimo compleanno, sia per la sua leadership sia per le presentazioni verbali, oltre alle memorabili sortite al tenore, si è rivelato equiparabile a quello di un vecchio amico, che ti trascina sottobraccio per raccontarti le sue storie singolari, rendendoti complice.

Quasi tutti i brani proposti dal largo ensemble pilotato da Lovano e Gibbs erano caratterizzati da un'impostazione costante: al coeso trio del sassofonista, supportato dalla rassicurante morbidezza del basso di Washington e dall'infallibile drumming di Nash —spesso divenuto quartetto quando si aggiungeva l'insostituibile contralto di Wilson —si sono sovrapposte solo a tratti le parti orchestrali, decise e imponenti, di un cangiante spessore armonico, intessute dagli arrangiamenti dell'ottantaseienne maestro inglese. Ne è scaturita nel complesso una proposta tutto sommato anomala in cui la tradizione del combo e quella orchestrale hanno convissuto e si sono rafforzate vicendevolmente, dando vita a un jazz vitale e autentico, senza tempo.

Quattro invece sono stati i concerti in cui si è esibita Cécile McLorin Salvant, protagonista dal grande carisma, sempre più matura e sulla cresta dell'onda. Nel quintetto che la sostiene, formato da musicisti di prim'ordine, svetta Sullivan Fortner, non solo per la fine maestria del suo pianismo, ma anche per essere il massimo responsabile degli arrangiamenti; fra l'altro come Lovano anche Fortner, compagno sulla scena e nella vita della leader, ha festeggiato il suo compleanno il 29 dicembre, compiendo 37 anni. La coesione fra i membri del gruppo asseconda di volta in volta le intenzioni e le direttive dell'autorevole leader; vengono così prodotti uno swing rilassato, crescendo molto graduali, sospensioni, cambi di direzione e mirate sortite solistiche... Si sono potuti apprezzare scambi di azzeccati sviluppi melodici a carico del chitarrista Marvin Sewell e della flautista Alexa Tarantino, sostenuti dai puntuali e puntigliosi interventi ritmici dei giapponesi Yasushi Nakamura e Keita Ogawa, rispettivamente contrabbasso e batteria.

Gli interventi della cantante sono costantemente alla ricerca di un'interpretazione personale, obliqua ma sempre comunicativa e aderente all'essenza dei testi, potendo avvalersi di una voce che l'asseconda su tutti i registri con una grande varietà di inflessioni, di contrasti dinamici, di ammiccanti e suadenti morbidezze, senza tralasciare i toni aspri della denuncia. La sua teatralità e il suo eloquio danno origine a performance in cui nulla è lasciato al caso, creando una magia che irretisce l'ascoltatore attraverso atmosfere ora estremamente drammatiche, ora scanzonate ora danzanti. A Orvieto si è snodato un repertorio molto variegato, oscillante fra "Lush Life" e "Star Eyes" di Parker, Kurt Weill e Sting, blues e brani brasiliani, arie tratte da musical e standard più o meno frequentati, senza tralasciare alcuni suoi notevoli original come "Fog" e "Obligation." Fra l'altro la cantante si è sottoposta con grande affabilità anche a un blindfold test mattutino propostole in collaborazione con DownBeat dal critico americano Ashley Kahn; la prova, da lei superata molto brillantemente, ha visto una grande partecipazione di pubblico.

Non mancavano i giovani a UJW 2023, a cominciare dal Kaleidoscope Quartet, una formazione cosmopolita con base a Basilea che nella scorsa estate ha vinto il Conad Jazz Contest. La compongono il venticinquenne pianista italiano Lorenzo Vitolo, l'inglese Joshua Schofield al contralto, il contrabbassista tedesco Josef Zeimetz e il batterista californiano Genius Lee Wesley. I loro original, a firma del pianista e del sassofonista, propongono uno straight jazz attuale e dinamico; poco di nuovo, forse, ma va apprezzato lo slancio e la freschezza dell'esecuzione e, condizione ormai imprescindibile, l'ottima preparazione tecnica dei singoli, fra i quali si è distinto soprattutto Joshua Schofield.

Di poco più anziana è la trentunenne contraltista Alexa Tarantino, già ascoltata nel gruppo di McLorin Salvant, come anche il trio che l'accompagnava. I suoi original, aderenti a una certa tradizione nelle linee melodiche come nelle atmosfere, le danno l'opportunità di articolare una pronuncia emaciata e intimista nelle ballad, brillante e ondivaga nei brani più veloci, avendo sempre il buon gusto di non strafare, di non indulgere ad un virtuosismo sensazionalistico, come oggi si tende a fare. La cosa è ancor più evidente quando Alexa, che nel suo unico concerto ha suonato soltanto il contralto, affronta standard cercando di deviare dalle armonie originarie con un fraseggio distorto. Nell'ottimo trio che l'assecondava, Nakamura e Ogawa hanno confermato tutto il loro talento strumentale, ma soprattutto è risultato chiaro come sia il pianismo di Sullivan Fortner, radicato nella ricca tradizione pre-bop ma visionario e obliquo, mai scontato, ad innescare un drive trascinante nella band.

Il trio di Alessandro Lanzoni aveva come ospite Francesco Cafiso; i due, pur essendo ancora giovani, possono considerarsi ormai dei veterani, avendo iniziato a mettersi in luce quando erano ancora giovanissimi, tra l'altro partecipando e vincendo in anni diversi il Premio Internazionale Massimo Urbani. Il gruppo, completato dagli altrettanto giovani Matteo Bortone ed Enrico Morello, ha presentato un repertorio, a carico del pianista e del sassofonista, oltre ad un brano scritto dal batterista, che ha fatto emergere la buona coesione e le doti personali di ciascuno di loro. Al pianismo di Lanzoni, severo e controllato, per lo più spaziato in brevi frasi decise alla ricerca di un climax dell'arco narrativo, ha fatto riscontro il contraltista siciliano, il cui fraseggio si è sviluppato inventivo e originale per il senso dinamico, la sapienza armonica e timbrica, il disegno arabescato delle sue interpretazioni. Impeccabili si sono confermati il drumming frastagliato di Morello e il ponderato equilibrio dell'andamento del contrabbasso di Bortone. Un jazz di grande carattere, espressivo ed intenso, mai superficiale, quello dimostrato da questo sodalizio insolito.

Nell'ultimo dei quattro concerti sostenuti, il quartetto ha ospitato il maestro Enrico Rava, confermando la propensione di quest'ultimo a confrontarsi con le generazioni più giovani. Un repertorio di brani condivisi ha permesso alle loro improvvisazioni tematiche di estendere l'impianto armonico e lo spirito degli originali, con un approccio per lo più meditativo che non ha escluso slanci lirici. La conduzione generale, nel coordinare i passaggi dai collettivi ai vari spazi solistici, è risultata lineare e organica: se gli interventi di Cafiso sono stati ovviamente più ridotti, quelli del flicorno di Rava si sono distesi limpidi e decisi. Va segnalato in particolare un "My Funny Valentine" da parte del trio Rava- Lanzoni-Bortone, dapprima sospeso, introverso e dolente per poi sfociare in un'impennata eccentrica del pianista. Non sono mancate briose chase fra sax e flicorno e le sottolineature ritmiche di Morello, mai invadenti. Ne è risultato un concerto tutt'altro che spericolato, ma concentrato e solido, costruito con la spontanea coerenza del tipico interplay jazzistico, secondo un atteggiamento democratico nello scambio dei ruoli.

Il giorno prima Rava era alla testa di The Fearless Five, il suo gruppo attuale rodato negli ultimi sei mesi. A Francesco Diodati, ormai di casa da molti anni nelle formazioni del trombettista, si aggiungono Francesco Ponticelli, in pratica subentrato a Gabriele Evangelista, e due giovani quasi esordienti sulla scena nazionale: il trombonista marchigiano Matteo Paggi, anch'egli messosi in luce al Premio Massimo Urbani dove nel 2022 ha vinto il premio della critica, e la batterista/vocalist Evita Polidoro, già emersa in evidenza in altri contesti. Il leader utilizza come sempre il proprio materiale tematico, ma lo amministra in modo diverso, con intelligenza, in funzione dei collaboratori che ha scelto e delle sue attuali propensioni espressive.

A Orvieto il trombettista ha trovato una spalla ideale nel trombonista, sia nell'esposizione dei temi sia come contraltare nell'affrontare gli interventi solistici: tanto classico e insinuante, ma all'occorrenza anche tonico, il fascino antico del suo flicorno, quanto imprevedibile il contributo di Paggi, ora stentoreo ora intimista, fino ad inserire insistenze e vibrazioni free. I passaggi di raccordo erano intesi come momenti di decantazione per lo più malinconici e sfrangiati, come si è verificato anche in un tema in cui la voce di Polidoro ha intonato un vocalizzo evocativo, affiancato da uno spolverio di note impalpabili di chitarra e basso. Alla parabola del concerto il pizzicato di Ponticelli ha portato un distaccato equilibrio, mentre la chitarra di Diodati sembrava orientata ad arte verso una dimensione aliena: la sua sonorità alonata, fervida e ronzante ha trasferito le atmosfere verso mondi lontani.

Nell'omaggio a Coltrane è risultata decisamente riuscita la collaborazione fra Antonio Farao e Chico Freeman, già insieme in altre passate occasioni. Il quartetto da loro diretto ha rivisitato un repertorio comprendente brani di Trane o da lui resi famosi, oltre a un paio di original a lui dedicati da parte del pianista romano, ma milanese d'adozione, o del sassofonista chicagoano. I due co- leader si sono alternati nelle parti di protagonista: al pianismo risonante di Faraò, d'impronta tyneriana, dalle linee continue e vigorose in grado di raggiungere crescendo parossistici, si è avvicendato il fraseggiare di Freeman, quasi compassato e consequenziale, sempre pieno e bluesy, salvo abbandonarsi talvolta ad agili cascate di note o a inflessioni screziate del sound nei brani più veloci. I due erano perfettamente assecondati dal lavoro reattivo e propellente dei due partner: il contrabbassista russo Makar Novikov e il batterista materano Pasquale Fiore.

Rimangono da segnalare brevemente altri appuntamenti del festival. Impossibile non ricordare l'equilibrio perfetto e la verve improvvisativa del duo Steve Wilson—Lewis Nash, sodalizio rodatissimo ed ospite ormai ricorrente di Umbria Jazz.

In "Dear Dexter" invece viene omaggiato l'indimenticato Dexter Gordon da parte di un quintetto pilotato dai tenoristi Piero Odorici e Daniele Scannapieco. È stata replicata l'esaltazione del linguaggio mainstream di derivazione bop, innescando il confronto fra i due co-leader: all'eloquio un po' allucinato di Scannapieco, proiettato verso il registro acuto con sonorità acidule, ha risposto la rotonda, propositiva pienezza del sound e dell'elaborazione melodica del sassofonista bolognese, assestata in prevalenza sul registro medio dello strumento. Paolo Birro, Aldo Zunino e Xaver Hellmeier completavano la formazione con estrema professionalità.

A Stevie Wonder viceversa è stato tributato un omaggio con "We Wonder" da parte dell'affiatato quartetto di Fabrizio Bosso (completato da Julian Oliver Mazzariello, Jacopo Ferrazza e Nicola Angelucci) con ospite il fiorentino Nico Gori (l'ennesimo vincitore, nel 2000, del Premio Massimo Urbani). In questo caso la passionalità dell'operazione nonché la perizia tecnica esibita da tutti ha spinto in particolare verso una sfida infuocata fra il trombettista e il clarinettista. Sia nei brani sostenuti che nelle ballad si è materializzato un jazz smaliziato ed entusiasta, in cui l'estroversione ha rischiato di sconfinare con l'esteriorità.

Questa edizione di UJW si è chiusa al Mancinelli la sera del primo gennaio con la data unica dedicata a De André. Chi si aspettasse dal progetto "Viva/De André" un classico concerto rimarrebbe deluso; si tratta infatti di una sorta di rievocazione-concerto, di uno spettacolo multimediale di musica, parole e immagini, curato con passione da Luigi Viva, uno dei massimi esperti, oltre che amico del cantautore genovese (si veda qui la nostra recente intervista). Nelle due ore di spettacolo l'esposizione di Viva, corredata da informazioni biografico-critiche e soprattutto da ricordi personali, è stata supportata da uno schermo su cui scorrevano foto, spartiti autografi, stralci di interviste al cantautore... Al reading, che ha reso palpabile la partecipazione emotiva dell'autore, è stata intercalata la musica, in cui molte canzoni di De André hanno visto la traduzione in chiave jazzistica da parte dell'ormai rodato quintetto, formato da Luigi Masciari, alla chitarra ed anche arrangiatore di tutto il materiale, Alessandro Gwis alle tastiere, Francesco Bearzatti al clarinetto e tenore, Francesco Poeti e Pietro Iodice, rispettivamente basso elettrico e batteria.

Se gli arrangiamenti si sono confermati sufficientemente aderenti alle linee melodico-ritmiche degli originali, o se si preferisce trasgressivi quel tanto che basta, l'interplay è riuscito a coagulare i ben concepiti spunti dei singoli: fra i contributi, tutti di spessore, si è messo in particolare evidenza il drumming antico, sapido e propulsivo di Iodice. In esclusiva del concerto orvietano, al gruppo si è aggiunta la partecipazione di Danilo Rea: espediente che ha creato un elemento di sorpresa, scompaginando per certi versi le carte del progetto originario e apportando una buona dose di verve al tutto. In un primo intervento solitario il pianista romano ha rivisitato da par suo "Bocca di rosa" e "Via del campo" per poi affrontare una vivace madley. Nella parte finale del concerto ha invece interagito con il gruppo, anche suonando a quattro mani con Gwis: "La canzone di Marinella" ed altri brani sono stati così trasfigurati dalle martellanti ed estrose improvvisazioni jazzistiche. Sarà mestiere quello di Rea, ma le sue interpretazioni ottengono sempre risultati esaltanti, riscuotendo le acclamazioni del pubblico.

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