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Udin&Jazz 2017

Neri Pollastri By

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Il primo concerto, sotto la Loggia del Lionello (provvidenzialmente, visto lo scroscio di pioggia) vedeva in scena il quartetto di Claudio Cojaniz, originariamente previsto presso la caserma Cavarzerani, oggi centro di accoglienza per migranti, poi spostato a seguito di una disposizione del prefetto; per confermarne tuttavia l'intento originario, implicito in una musica nata su input dell'associazione Time for Africa e finalizzata alla raccolta di fondi attraverso il CD che la documenta (appena uscito per Caligola), le prime file erano riservate ai migranti. In programma composizioni di Cojaniz ispirate all'Africa, ciascuna dedicata a una città: immediatezza, liricità e ballabilità le caratteristiche strutturali di una musica che era tuttavia attraversata dal forte entusiasmo che palpabilmente univa la band e che ne nutriva la stretta interazione, garantendo in tal modo spazi espressivi a tutti i quattro, eccellenti interpreti. La formazione si è più volte frammentata, dando ampio spazio ai lirici assoli del contrabbasso di Alessandro Turchet e lasciando talvolta in azione le sole percussioni, la batteria di Luca Colussi e le poliforme e coloratissime percussioni di Luca Grizzo. Quest'ultimo era anche autore di un brano dai profumi orientali, da lui eseguito alla voce e al suggestivo Hang, accompagnato dal solo Turchet, stavolta all'oud. Percussivo e comunicatico il pianista, che non ha comunque monopolizzato l'attenzione di un gruppo che nella creatività sinergica dei quattro ha il suo punto di forza.

Penalizzato dalla pioggia che ha costretto a spostarlo in una saletta troppo piccola per accogliere tutto il pubblico intervenuto, è seguito il quintetto del giovane palestinese Adnan Joubran, interprete dell'oud e autore di una musica di matrice araba ma che si nutre in modo marcato anche di altre tradizioni. Basti dire che la formazione include le tabla dell'indiano Prabhu Edouard, un violoncello di estrazione classica, nella formazione originale un flautista jazz portoghese come Jorge Pardo, qui sostituito da flauti etnici, e un percussionista con un set più propriamente batteristico. Insomma una fusione di elementi entro una struttura genuinamente araba che produce una musica piacevole e coinvolgente, sebbene forse un po' ripetitiva (specie nella prima parte, ove era assente il flauto) e certo non nuovissima. In ogni caso, formazione interessante da conoscere e ascoltare, che il pubblico ha molto apprezzato.

Come detto, attesissima star della rassegna era l'etiope Mulatu Astatke, vibrafonista settantacinquenne dall'aspetto pacato ed elegantemente dimesso, emerso nella grande ribalta internazionale una quindicina di anni orsono e da allora circondatosi di giovani musicisti affermatisi come grandi interpreti dei loro strumenti, primo tra tutti il pianista Alexander Hawkins, in questo caso purtroppo assente. Vista da vivo la sua musica è stata in parte una sorpresa per chi si attendeva una "semplice" world music, perché di puro e semplice jazz si è invece trattato. Certo le composizioni di Mulatu portano con loro chiari ed esotici profumi africani, specie nella struttura ritmica che le sostiene nella quale contano non poco le percussioni etniche di Richard Olatunde Baker e dello stesso leader; ma per il resto la musica consiste in una organizzatissima composizione di assoli e duetti degli otto musicisti, tutti eccezionali e tutti messi in condizione di esprimersi al meglio. Tra questi sono spiccati il formidabile contrabbassista John Edwards, autore di assoli creativi, e il non meno entusiasmante violoncellista Danny Keane , che ha usato il proprio strumento in modo del tutto atipico, dinamicamente propulsivo. Ma spettacolari sono stati anche i duetti tra il sax tenore di James Arben e la tromba di Byron Wallen, autore anche di numerosi ed eccellenti assoli. Certo si potrebbe osservare una certa ripetitività tematica -peraltro stemperata dal frequente mutamento della formazione, talvolta trasformatasi da ottetto persino in trio—ma sarebbe decisamente ingiusto, a fronte di cotanta valenza individuale e alla pregevolissima organizzazione dell'organico, merito del leader al pari delle composizioni. Un concerto pertanto di livello assai alto, coinvolgente per il suo appeal dinamico, ma anche per il costante interesse destato dai suoi dettagli.

Un festival dunque riuscitissimo, che è poi continuato il giorno successivo, sabato, con il concerto itinerante di Bandakadabra e quello serale di Bombino, altro momento di avvicinamento tra etnica e jazz, per poi concludersi il giovedì della settimana seguente in una grande serata brasiliana, con i concerti di Maria Gadù e Toquinho.

Foto: Luca D'Agostino (Phocus Agency).
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