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Tutto Monk: l'omaggio di Miles Okazaki

Giuseppe Segala By

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Monk con la chitarra? Perché no. Si era posto la stessa sferica domanda Elliott Sharp pochi anni fa, registrando in solo con l'acustica l'album Sharp? Monk? Sharp! Monk! per l'etichetta Clean Feed. Si trattava di una scelta di cinque brani, elaborati con il criterio della lunga divagazione e riflessione geniale. Inoltre, il discorso era stato affrontato con altre strumentazioni aggiunte alla sei corde: ci aveva pensato tra gli altri il grande Paul Motian, prima affidando il compito a Bill Frisell nel trio con Joe Lovano, poi con il frizzante sestetto The Electric Bebop Band, dove l'accoppiata di Kurt Rosenwinkel e Steve Cardenas si divertiva a palleggiarsi il materiale monkiano in un molteplice gioco di specchi con Chris Potter e Chris Cheek ai sax tenori e naturalmente con il sublime Steve Swallow al basso elettrico.

Su un piano decisamente di mainstream moderno, ricordiamo anche un intero disco in trio di Peter Bernstein dedicato alle composizioni del pianista. Lasciando perdere gli approcci più occasionali a un brano o due, sparsi qua e là, segnaliamo ancora la profusione di chitarristi nel tributo a Monk prodotto da Hal Willner nel 1984, That's The Way I Feel Now. Dove ricordiamo tra l'altro la presenza di un chitarrista atipico quale Arto Lindsay, nella strepitosa versione di "Shuffle Boil" firmata da John Zorn. La cosa più interessante dal punto di vista chitarristico in quell'album era comunque il "Criss Cross" con Eugene Chadbourne.

Nessuno si era però permesso il lusso di presentare l'opera omnia di Monk con la chitarra. Settanta brani. Per giunta in solitudine. Lasciando perdere l'aiuto di orpelli elettronici vari, ma lavorando senza rete, con timbriche pulite, senza interventi sul suono puro della chitarra, con una presa dei suoni molto presente, che metta in risalto le articolazioni dei singoli suoni, il loro rapporto dinamico e timbrico, il peso di ogni singola nota nel rapporto con l'insieme. Lo ha fatto Miles Okazaki con i sei volumi che compongono Work, un lavoro davvero notevole.

Il centenario della nascita di Thelonious Monk, nel 2017, ha senza dubbio focalizzato l'attenzione e le energie di Okazaki, che però per arrivare a questo risultato deve avere metabolizzato il lavoro di Monk ben più a lungo di un anno. Abbiamo apprezzato il chitarrista in vari contesti, tra cui spiccano il suo lavoro al fianco di Steve Coleman e i CD da lui registrati come leader, il più recente dei quali, Trickster, pur navigando vicino alle logiche geometriche e asimmetriche di Coleman, gode di momenti alti scaturiti dall'incontro con il pianoforte di Craig Taborn.

Qui però si tratta di tutt'altra cosa. Okazaki, mantenendo l'approccio timbrico ed espressivo che conoscevamo dagli altri lavori, scandaglia in questa sfida titanica le inesauribili potenzialità dei brani scritti da Monk, lavorando costantemente sui temi, ignorando la formula di esposizione, improvvisazione e riesposizione. I temi sono sempre ben riconoscibili, si può dire che siano affrontati con rigore. Ma il chitarrista, proprio lavorando sul piano tematico, individua di volta in volta aspetti di microcellule significative, di intervalli caratterizzanti, di formule ritmiche, di riverberi interni. Li mette a contrasto, li illumina da angolazioni diverse, aprendo sempre nuovi punti di vista, percorsi difformi, che dimostrano quanta potenzialità espressiva, architettonica, poetica serbi ancora questa musica.

Non resta che l'ascolto attento e ricco di sorprese. Ogni brano è affrontato con criteri variabili, come detto, sempre lavorando sul mutamento e la trasformazione dei temi, sul loro scandaglio in varie dimensioni: armonica, espressiva, timbrica. Un lavoro in profondità, che riesce comunque a mantenere la freschezza espositiva e la spontaneità dell'improvvisazione. Spesso l'accostamento di alcuni brani è particolarmente significativo, li illumina reciprocamente, come nel caso della sequenza mirabile di ”Pannonica”, ”Think of One” e ”Well, You Needn't.”

Tanti brani evidenziano alto virtuosismo strumentale, pur non perdendo mai di vista l'aspetto espressivo e le architetture, anzi mettendo in risalto i congegni costruttivi strabilianti di Monk. Così ad esempio brani poco frequentati, come ”Hornin' In” e ”Raise Four”. ”Evidence” viene introdotto da un riff di carattere rock e allo stesso modo in ”Teo” sono messi in evidenza aspetti vicini a modalità del rock. "Light Blue" si arricchisce ad ogni esposizione del tema di note aggiunte agli accordi, che ne evidenziano dissonanze e bagliori interni.

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