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Roberto Magris e il Questionario di Proust

Paolo Peviani By Paolo Peviani

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Pianista, triestino, classe 1959. Forse perché proveniente da una terra di confine, è sempre stato più attivo e conosciuto all'estero che in Italia. Cittadino del mondo, ha collaborato con musicisti dell'Est Europa quando la cortina di ferro era ancora saldamente in piedi, mentre dall'altra parte dell'oceano Kansas City gli ha riconosciuto la cittadinanza onoraria per meriti jazzistici. Per celebrare i venti anni di collaborazione con la JMood Records, sta pubblicando ben cinque album a suo nome che lo vedono protagonista con diverse formazioni.

Il tratto principale della mia musica 

Il jazz è la musica che amo, che suono ed ascolto ormai da 50 anni... e quindi il tratto principale della mia musica è quello di essere jazz. Con un legame ed un senso di continuità con la tradizione (Ellington-Parker-Monk-Mingus-Coltrane-Ornette), senza nostalgiche evocazioni del passato, ma pensando e suonando al presente. Come mia personale filosofia ho sempre voluto suonare soltanto la musica che mi piacerebbe ascoltare... il che è già di per se auto-esplicativo.

La qualità che desidero nei musicisti che suonano con me 

Desidero che abbiamo un livello di musicianship e di conoscenza della musica jazz compatibile al mio, e mi aspetto che partendo da ciò abbiano la capacità di poter scegliere come e cosa suonare, avendo nella loro faretra più frecce a disposizione. Per me è importante che capiscano quello di cui sto musicalmente parlando e lo sappiano intendere e suonare, avendolo già incluso e metabolizzato nella loro bagaglio musicale.

Come musicista, il momento in cui sono stato più felice

Direi ora, con la sensazione che provo adesso al compimento dell'anniversario di 20 anni di concerti e dischi registrati con la JMood Records di Kansas City, assieme al mio amico promoter e producer Paul Collins. È un senso di felicità che discende dalla soddisfazione per il lavoro fatto, per la tanta musica suonata, le ore passate in studio di registrazione, i tanti dischi realizzati, le tante persone, musicisti e non, maestri e giovani di belle speranze, incontrati in questi vent'anni negli USA, la patria del jazz, e soprattutto avendo in mente la mia base di partenza a Kansas City, la città di Charlie Parker e Jay McShann, di cui sono cittadino onorario per acquisiti meriti jazzistici. Insomma, è un momento di massima felicità umana-artistico-musicale, che soddisfa la domanda che rivolgo a me stesso: ma che cosa mai avrei voluto di più? essendo andato ben oltre ogni più rosea aspettativa.

Come musicista, il mio principale difetto 

Difetto? È una domanda antipatica perché presupporrebbe un vulnus che, per un musicista jazz, sarebbe praticamente l'antitesi dell'essere appunto un musicista di jazz. Superata la soglia della conoscenza tecnico-musicale, credo che nel jazz non esistano difetti ma solo possibilità diverse e, come mi piace sempre ricordare, different is beautiful. Ascoltiamo e prendiamo lezione da chi ci ha preceduto, i grandi maestri del passato, che certamente non hanno rincorso pregi o difetti, ma hanno semplicemente suonato, dando se stessi così come erano. Ed io suono, oggi, così come sono e come mi piace, senza pormi il problema di come potrei o dovrei, magari per qualcuno, essere e suonare in modo diverso. Nella mia mentalità non esiste proprio.

La mia più grande paura quando suono

Ma perché mai dovrei avere paura di qualcosa quando suono? Io suono e basta. Questo se parliamo di musica. Poi, se parliamo di situazioni accessorie o contingenti, certo, una volta in un locale mi è capitato che mi cadesse dall'alto uno scorpione sulla tastiera... o che arrivi qualcuno alterato dall'alcool o che ti chieda se per caso conosci "Take Five..." ma, insomma, sono i rischi del mestiere, compreso quello che il concerto all'aperto venga annullato per pioggia. Ma, per il resto, paura di che?

Sogno di suonare

Ma il suonare è già un sogno... nel senso che c'è un essere presente alla tastiera del pianoforte ma contemporaneamente anche in un altro posto, che chiamerei akasha, akasha del jazz, dove andare a prendere e riportare tutto quel che è stato suonato, suoni e suonerai... in un contesto che già ha le connotazioni del sogno. Posso però continuare la frase che mi proponi (sogno di suonare) con ancora tanto e di continuare il più a lungo possibile il mio percorso musicale, con concerti e dischi sempre nuovi e diversi almeno fino ai cent'anni.

La mia fonte di ispirazione 

Il contesto in cui mi ritrovo a vivere, che potrebbe essere la società, il mondo che mi circonda, le cose che succedono attorno a me, le sensazioni ed i pensieri che sviluppo, che poi in qualche modo si trasformano in qualcosa di musicale. Ma il tutto unito alla consapevolezza, come musicista jazz, di essere parte di una storia, di una vicenda, di sapere da quale tradizione provengo (nel jazz!) e di sapere che è mio compito in qualche modo contribuire a continuare questa tradizione, questa storia, questa strada musicale tracciata dai maestri che ci hanno preceduto, per tener viva ed alimentare la possibilità di ulteriore sviluppo di questa nostra musica jazz nel futuro. Ora che il mondo globalizzato (quello di facciamo anche tutti la stessa musica) sembra fortunatamente alla fine ed io, che sono rimasto sempre fedele alla specificità, vedo finalmente la possibilità di un ritorno ed una ripresa di un discorso che, soprattutto ma non solo, nel jazz si era interrotto alcuni decenni fa (quando questa globalizzazione ha iniziato a diffondersi anche in ambito culturale e musicale).

I miei musicisti preferiti 

Mingus, Coltrane, Parker, Ornette, Ellington, Silver, Blakey, Morgan, Hubbard, Rahsaan, Billy Harper, Yusef Lateef... e avanti ... pianisti? Tyner, Monk, Powell, Ahmad Jamal, Andrew Hill, Hancock, Evans, Kuhn, Les McCann, Wynton Kelly, Tommy Flanagan, Kenny Drew, Oscar Peterson, Teddy Wilson... e avanti...

I miei dischi da isola deserta 

Black Saint di Billy Harper; Blues for the Viet Cong di Stanley Cowell; Oh Yeah di Charles Mingus; Africa/Brass di John Coltrane; At The Golden Circle Stockholm Revisited di Ornette Coleman; i Dial di Charlie Parker, gli Storyville di Dizzy Gillespie, Other Folks' Music di Rahsaan Roland Kirk... e avanti cosi... Più una selezione dai dischi di Gil Scott-Heron e Welcome dei Santana (operazione nostalgia)...  

La canzone che fischio sotto la doccia 

Ma come faccio a fischiare con la testa insaponata? Non fischio e non canto, non solo in doccia ma neanche in generale. Spesso però non riesco a dormire perché mi martella in testa un qualche tema o una qualche melodia che magari stavo ascoltando o suonando il giorno prima e che mi riproponevo di modificare, sviluppare. E quindi, a volte passo delle nottate musicali con il frullatore cerebrale acceso che mi impedisce di dormire, tra temi, ritmi, melodie, riff...

I miei pittori preferiti 

Mirò, senza dubbio. Ed ho a casa una mini-collezione del pittore sloveno Lojze Spacal, uno dei nomi dimenticati del secolo scorso. Poi, i ritratti di Modigliani, Pollock, il realismo americano (Hopper) e mi piace molto, sentendomi in sintonia artistica, anche la produzione contemporanea (soprattutto manifesti e grafica) dei paesi est-europei.

I miei film preferiti

Mi piacciono in generale i lavori di Robert Redford, Clint Eastwood, Kevin Costner sulle tematiche sociali, ma un film che amo e che consiglierei caldamente oggi di vedere a tutti i guerrafondai che ci sono in giro, è Un mercoledì da leoni di John Milius. Essendo però anche un amante dell'ironia e del divertimento più spensierato, i film che di tanto in tanto mi piace rivedere per fare reset sono i due Blues Brothers, i tre Pallottola Spuntata ed in aereo non posso mai resistere dal riguardare gli sketches ormai storici di Mr. Bean.

I miei scrittori preferiti

Pur avendo fatto studi classici, dopo una vita sono giunto alla considerazione che, in fondo, la letteratura non mi interessa e sono molti anni che non leggo un romanzo. Leggo però molti libri di saggistica praticamente su tutti gli argomenti, e di attualità. Anche con l'intento di offrire un focus diverso a chi leggerà questa intervista, ti posso dire che i libri più interessanti tra quelli che ho letto negli ultimi anni sono di autori come Franco Fracassi, Corrado Malanga e Salvador Freixedo.

La mia occupazione preferita 

Che è anche la mia condanna..., è il mettere a posto spartiti, musica, dischi, scrivere scalette musicali per i prossimi concerti, gruppi, pensare o pianificare cosa potrei suonare o ascoltare, che brani non sto suonando da tempo e che potrei riprendere, quali dischi (ho una collezione imponente) non ascolto da tempo (poi li tiro fuori e, dopo non aver avuto il tempo di riascoltarli, puntualmente li rimetto via dopo un po')... e avanti così... È una forma di compiacimento di un senso di urgenza costante (mia moglie se la ride sempre per le ore che perdo in queste attività) che non si spiega neanche con motivi astrologici (il mio segno zodiacale è gemelli, con ascendente in bilancia... ben lontano dalla vergine... mah!)

Il dono di natura che vorrei avere 

Quello di essere in grado di sopportare gli stupidi e gli integralisti fanatici—su qualsiasi argomento—cosa che mi risulta impossibile, con la conseguenza che sono sempre troppo dissacrante e insofferente. Potrei essere più accomodante, ma vedendomi dal di fuori, non mi piacerei molto. Vado bene così: Love me or leave me!

Nella musica, la cosa che detesto di più 

Quelli che eseguono la musica invece di suonarla, e quelli che recitano il ruolo del musicista come un qualcosa di superiore, diverso e che tu non puoi comprendere. Per me, la musica è un'espressione popolare, jazz compreso, e non ci sono titoli, onorificenze e diplomi da spendere al riguardo. Importante è quello che c'è dietro e dentro, non nel pedigree o excursus honorum che dir si voglia. Non sopporto questa gente, la supponenza e la formalità in genere e nella musica in particolare. E la cultura europea è maestra di forma, formalità e formalismi, non certo quella afro-americana del jazz.

Gli errori musicali che mi ispirano maggiore indulgenza 

Come dicevo prima, non suono ed ascolto musica con l'intento di rilevare errori. Del resto vorrei proprio conoscere chi sia in grado, su un brano originale ignoto a tutti fuorché a chi lo ha composto, di individuare un errore armonico su un fraseggio... figuriamoci... Non ascolto e non mi interessa soffermarmi su errori esecutivi, del resto basta ascoltare grandi dischi come Kind of Blue, ad esempio, e trovarne, se uno proprio li cerca. E allora? Il jazz non è mica una esecuzione, e quindi non c'è concettualmente dove sbagliare. Se si parla di meri errori di esecuzione, la nota sbagliata e simili, sono totalmente indulgente per non dire disinteressato, anche se sento tutto, avendo ahimè l'orecchio assoluto... Invece, non sono per niente indulgente verso gli errori concettuali, prendere un qualcosa che culturalmente ed artisticamente non ha niente a che spartire con il jazz (la lirica, i Deep Purple, i canti degli aborigeni australiani) e fare un'operazione Frankenstein, che magari musicalmente può anche stare in piedi (certo, uno può mettersi ad improvvisare anche su una melodia di Verdi), ma che concettualmente e culturalmente, per me, grida vendetta. Si tratta di capire che cosa è il jazz, perché è nato, qual è la sua storia, che cosa rappresenta, ecc. il che non ha nulla a che spartire con la musica classica, la lirica, il progressive rock, la musica etnica-folk,  ecc. Ecco, per questo proprio non ho nessuna indulgenza. Ma qui ritorna il discorso sulla globalizzazione, il mettere tutto assieme, fare di tutto un brodo che poi chiamiamo jazz, che può essere tutto ed il contrario di tutto a seconda di come viene presentato e spiegato. Bla-bla-bla. Ma questo ovviamente è solo il mio opinabilissimo pensiero.

Il pezzo che vorrei venisse suonato al mio funerale 

Ah no, non sono affari miei e proprio la cosa non mi interessa. Chi ci sarà che faccia quel che vuole, e sono certo che saprà che cosa fare. Tanto io non ci sarò.

Lo stato attuale della mia attività musicale

In primis l'uscita dei cinque dischi celebrativi per la JMood. In autunno sarò di nuovo in Messico per concerti, dove è prevista anche una nuova registrazione discografica. In questo periodo e per i prossimi mesi, nei ritagli di tempo, porto avanti il progetto, e la registrazione di un album che ho deciso di voler fare e sto facendo: Roberto Magris Meets the AI / On the Other Side of the Rainbow. Sì, esattamente un lavoro di confronto, sfida, con l'intelligenza artificiale per una produzione, non propriamente o almeno interamente di ambito jazz, che uscirà il prossimo anno sempre per la JMood. E poi, nel 2027 mi aspetta una nuova trasferta negli USA, per concerti ed un'ulteriore registrazione in studio assieme alla flautista Ali Ryerson (da molti anni è tra i nomi top del flauto jazz nei referendum di Down Beat). Poi, in Europa, ho sempre in attività il mio gruppo Europlane (con Tony Lakatos e vari musicisti di primo piano del jazz est-europeo—lo scorso anno abbiamo suonato, tra l'altro, ad Ancona Jazz), il gruppo In Action con musicisti croati (tra cui il sassofonista Denis Razz), il progetto "Morgan Rewind" sulle musiche di Lee Morgan (con musicisti sloveni), e poi sono sempre pronto e disponibile per concerti in trio, che è forse la mia formula da sempre preferita, pure con il mio trio di Praga assieme al partner musicale di una vita, il contrabbassista Ceco Frantisek Uhlir. In Italia? Ogni tanto qualcosa c'è, ma mi piacerebbe poter suonare molto di più nel nostro paese. Come si fa?

Il mio motto 

È quello dell'outsider per antonomasia, visto che io (triestino, italiano, ma pure con cittadinanza slovena, vagabondo tra Kansas City, Praga, Città del Messico e tanti altri posti) mi sono sempre considerato un outsider. È un ruolo che mi piace, anche perché a volte, invece che il favorito è l'outsider quello che vince.

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