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Luca Bragalini: gli inediti di Duke Ellington e Gerry Mulligan
Il problema è che nel mondo del jazz siamo ancora legati essenzialmente al ruolo del performer e non è un caso che le discografie non si interessino a ciò che il musicista ha scritto se lui non è presente come performer
Luca Bragalini
Mentre quest'ultimo volume viene pubblicato negli Stati Uniti dall'University Press of Mississippi col titolo Duke Ellington Symphonic Vision, Bragalini sta completando la sua ricerca sulle composizioni orchestrali di Gerry Mulligan, a cui vengono dedicati un convegno e un concerto a Brescia, rispettivamente il 14 e il 18 marzo. Di tutto questo parliamo col suo autore.
All About Jazz: Iniziamo l'intervista parlando dell'edizione statunitense del tuo volume su Ellington. Ci sono cambiamenti rispetto all'edizione italiana?
Luca Bragalini: Non ci sono cambiamenti significativi ma è stato un lavoro molto complesso di traduzione culturale e di adeguamento stilistico. Nel mio testo si parla anche di storia dell'arte, di fotografia, politica o letteratura mentre la musicologia statunitense compie indagini molto precise ma anche mirate, soprattutto in lavori che riguardano solo una porzione dell'opera di un musicista. Sono stati poi corretti alcuni refusi che erano sfuggiti nell'edizione italiana. Devo ringraziare il lavoro meticoloso di Aloma Bardi, la presidente dell'International Center for American Music, che mi ha proposto di curare la traduzione inglese. Questo lavoro così certosino ha probabilmente contribuito a convincere l'University Press alla pubblicazione, una decisione che mi hanno rimarcato d'aver preso all'unanimità.
AAJ: Non capita tanto spesso che uno studio sul jazz scritto da un autore italiano sia tradotto negli Stati Uniti...
LB: Devo dire con un certo orgoglio che è la prima volta che un musicologo italiano è pubblicato da una casa editrice universitaria. Alcuni miei colleghi sono stati inclusi in miscellanea con dei saggi assieme ad autori americani ma non era mai successo che un italiano avesse una propria pubblicazione.
AAJ: All'edizione italiana era allegato un CD contenente l'esecuzione italiana della suite "Celebration," la cui partitura era scomparsa e che tu hai trovato. Ci sarà anche nel nuovo testo?
LB: Sono alcuni anni che negli Stati Uniti non si usa più il compact disc e nel volume di sarà un QR Code da cui si potrà ascoltare quell'opera di Duke Ellington. Posso già anticipare che quest'opera verrà eseguita ancora in Italia nel dicembre 2026 dall'Orchestra Sinfonica Abruzzese. Sarà la terza volta che questa partitura sconosciuta viene eseguita in Italia.
AAJ: Com'è avvenuta la scoperta dell'opera?
LB: Nel catalogo delle opere di Ellington era inclusa "Celebration" ma la bibliografia era ridotta a tre/quattro righe. Questo era il massimo delle informazioni disponibile. Sapevo che era stata trasmessa per radio in Canada il 29 aprile 1974, nell'occasione del compleanno di Duke. L'orchestratore della partitura era il canadese Ron Collier. Sapevo qual'era la radio che aveva mandato i nastri, quindi ho indagato se esistesse qualche DJ che ricordasse l'evento e se fossero ancora reperibili i nastri. L'incontro con Ted O'Reillyun importante DJ e animatore nella scena del jazz canadeseè stato fondamentale. «Mi ricordo di questa cosami dissei nastri della radio sono spariti ma possiamo contattare la vedova di Collier e vedere se ha la partitura». La cosa è andata in porto, me l'ha spedita e ho verificato che fosse un inedito. Come talvolta accade, l'opera poteva essere una miscellanea di composizioni precedenti pur avendo un nuovo titolo. Ho pensato che fosse straordinario poter far ascoltare l'opera ai lettori del libro. Con l'orchestra del teatro Marrucino di Chieti, diretta da Bruno Tommaso nel 2007, l'abbiamo così riproposta in CD.
AAJ: Nel libro hai chiarito che "Celebration" ha rappresentato un unicum nell'opera di Ellington...
LB: Si perché non c'è lui e nessuno dei suoi musicisti vi ha suonato. Anche Gerry Mulligan, negli anni della maturità, ha scritto un'opera classica dove non c'è neppure il sax baritono. Un modo per sottolineare di non essere solo un performer. Il problema è che nel mondo del jazz siamo ancora legati essenzialmente al ruolo del performer e non è un caso che le discografie non si interessino a ciò che il musicista ha scritto se lui non è presente come performer.
AAJ: Si finisce così per sminuire l'artista in quanto compositore...
LB: Totalmente. La 182ma versione di "Satin Doll" eseguita in una sala da ballo minore dell'Ohio del 1961, paradossalmente ha più peso di un inedito sinfonico di 30 minuti.
AAJ: A mio parere il libro "Dalla Scala ad Harlem" merita di essere attualizzato presso il pubblico del jazz. Quando è stato pubblicato la stampa specializzata ha sottolineatopubblicando degli estrattisolo l'esibizione del 1963 di Ellington a Milano e la sua registrazione con i musicisti della Scala, lasciando in ombra l'indagine storica riguardante la vastità di elementi che riporti, sulle relazioni tra Duke e la comunità afroamericana. Dal tuo studio sono emersi fatti poco noti o inediti che riscrivono la sua figura.
LB: Credo proprio di sì. La rievocazione di Ellington a Milano e l'esecuzione della suite "La Scala" è solo una porzione del libro, che dice molte altre cose rispetto all'ambito sinfonico. Diciamo che ho guardato tutto Ellington attraverso lo spioncino delle sette opere.
AAJ: Tra le molte cose interessanti ci sono riscontri sui finanziamenti che faceva al Fronte Popolare, a molte organizzazioni per i diritti civili e indirettamente anche al partito comunista. Non a caso l'FBI aprì un fascicolo su Duke dal 1938 al 1970. Tu metti in risalto che Duke mantenne la sua azione politica sottotraccia, camuffandola. Rientra nel noto concetto di signifying descritto da Samuel Floyd?
LB: Io non lo spiegherei solo così. Il signifying è uno strumento critico che permette di capire certi atteggiamenti afroamericani. Lo conosco e gli dò peso ma andrei oltre. Duke Ellington era un uomo molto scaltro e capiva che era impossibile essere contemporaneamente una star, un nero e un militante di sinistra. Trovò quindi un modo molto efficace di sostenere la sua comunità, senza per questo essere un militante politico. Probabilmente è stato più efficace così. Altrimenti gli avrebbero tarpato le ali. I files dell'FBI sono rimasti aperti per tutti quegli anni senza riuscire a metterlo in difficoltà.
Anche per motivi generazionali rispetto ai Max Roach o Archie Shepp, la sua azione non fu provocatoria ma le sue scelte sono significative. Sul capitolo dedicato alla suite "New World A-Comin'" si chiarisce che nessuno sapeva che quella composizione non è un inno alla spiritualità ma si lega ad una delle trasmissioni radio più radicali emerse dall'Harlem degli anni '40.
AAJ: Credi che le varie opere sinfoniche di Ellington siano state sottovalutate dalla critica jazz?
LB: Assolutamente. La ragione è che un jazzista nero doveva suonare jazz, senza uscire dal suo ambito. Questo è successo a tutti i jazzisti che hanno avuto aspirazioni sinfoniche. Quelli afroamericani ancora di più. La pubblicazione di molte sue opere sinfoniche è avvenuta tardivamente, anche dieci/quindici anni dopo la stesura. Non è un caso che l'album The Symphonic Ellington uscì per la piccola etichetta Reprise di Frank Sinatra, di cui Duke era direttore artistico. Non tutte quelle suites sono capolavori ma ci sono momenti squisiti e in esse si nasconde, secondo me, il pensiero più profondo di Ellington, la sua visione del blues e dello spiritual. La concezione del blues di Ellington si capisce meglio quando si studiano le sue opere sinfoniche.
AAJ: Ci parli del tuo lavoro riguardante Gerry Mulligan?
LB: Il tutto nasce da una telefonata da sogno che ogni musicologo vorrebbe ricevere. Il direttore del conservatorio di Brescia, con cui collaboro, mi ha informato che avevano intenzione di finanziarmi una ricerca su un tema a mia scelta, con spese pagate anche per eventuali viaggi negli Stati Uniti. Io ho deciso per Gerry Mulligan perché è un musicista non abbastanza esplorato, molto più importante rispetto alla figura incasellata nel jazz come il fondatore del pianoless quartet assieme a Chet Baker. Mi ero interessato già delle sue opere e ho collaborato col maestro Mario Marzi, il primo sax della Scala, per un evento a Trieste sulle opere sinfoniche di Mulligan. Nel corso della ricerca ho scoperto che il primo Mulligan è stato poco studiato e io stesso sono rimasto stupito di ciò che ho scoperto: della vastità della sua opera e degli inediti che ampliano di molto la sua figura. Mi spiego: ha scritto musiche da film, canzoni di pop d'alto livello, straordinaria musica sinfonica e classica. Abbiamo il Mulligan latino e quello interessato agli aspetti spirituali. La sua conversione tardiva al buddhismo influì molto su alcuni lavori. In relazione a questo ci sarà un convegno internazionale a Brescia il 14 marzo, a cui parteciperanno anche Stefano Zenni, Mario Marzi, Alyn Shipton. Io farò un intervento sul Mulligan giovanile, anteriore al pianoless quartet, di cui ho scoperto una marea di materiale inedito. A margine del convegno ci sarà un concerto.
AAJ: Dove, quando e con chi?
LB: Il concerto si terrà al Teatro Grande di Brescia il 18 marzo. Nel primo tempo Mulligan sarà interpretato da Javier Girotto che suonerà su diversi brani inediti di Mulligan che ho scoperto nei miei studi. Alcune partiture che ha scritto per Stan Kenton le ascolteremo in prima mondiale. Sono di altissimo livello ma Kenton le scartò perché voleva un jazz più roboante, secondo il suo stile.
AAJ: È materiale che conservava la moglie?
LB: Lei ha lasciato tutto alla Biblioteca del Congresso per complessivi 138 scatoloni ed ho impiegato diversi giorni di ricerche. Tornando al concerto di Brescia, il secondo tempo ci sarà un'orchestra sinfonica con solista Mario Marzi che esegue il Mulligan classico. Nel finale Girotto e Marzi si uniranno in un'ulteriore esibizione.
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