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Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e jazz

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Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e jazz
Luca Bragalini
224 Pagine
ISBN: # : 978-88-5920-383-4
EDT
2013

Capita raramente di imbattersi in saggi così originali come questo di Luca Bragalini, brillante musicologo e storico del jazz. La sua è una opera di grande spessore, destinata ad essere testo di riferimento nella didattica musicale. In primo piano la fitta rete di intrecci che il jazz intrattiene con il teatro di Broadway ed il cinema grazie a capolavori come "My Favorite Things," "Over The Raimbow,""Someday My Prince Will Come."

Tra storia ed analisi musicale, il libro approfondisce il mutuo scambio fra song-form ed il repertorio del jazz basato, fino agli anni '20, su blues e ragtime. La frenetica attività editoriale di New York fa della Grande Mela il centro propulsivo di un incontro seminale, che regala al jazz la sua forma più popolare, AABA di 32 misure. Nel libro si percorrono le vicende editoriali della forma-canzone, che grazie al jazz si concentrò sul chorus (ritornello) a scapito del precedente modello(strofa-ritornello). Emblematica è in tal senso la risignificazione testuale di "Les feuilles mortes" ad opera di Johnny Mercer. Cambia il titolo ("Autumn Leaves") ed anche la struttura con il solo chorus che i jazzisti seguiranno devotamente, con qualche rara eccezione (James Moody).

Ma tantissime sono le sorprese contenute in questo volume. Si scopre una influenza rinascimentale italo-fiamminga sulla stesura di "Ev'ry Time We Say Goodbye" e il fatto che il cavallo di battaglia di Frank Sinatra, "My Way," è la traduzione di una chanson francese, composta nel 1967 da Claude Francois con il titolo di "Comme d'habitude." Apprendiamo inoltre che "I've Grown Accostumed to Her Face" è tutto fuorché una romantica canzone d'amore e che la più celebre canzone natalizia ("White Christmas) è dell'ebreo russo Irving Berlin.

Grazie ad autori come Jerome Kern, Richard Rodgers, Cole Porter, George Gershwin, Harold Arlen, Hoagy Carmichael ha poi inizio un graduale processo di definizione di ballad legata ad una dimensione riflessiva e sentimentale, che il jazz veicolerà insieme al teatro ed il cinema. Si impone così un nuovo modo di far musica, che investe sia l'aspetto testuale che quelli ritmici, timbrici, scalari. Tale connubio testimonia la capacità inclusiva che ha sempre avuto il jazz nei confronti di altre tradizioni, donandogli nuovi valori.

Ce lo dimostra la storia di "Nature Boy," portata alla ribalta nel 1948 da Nat King Cole a discapito di un testo anni luce distante dalla coeva sensibilità, anticipatore della tematica hippie. Ma la canzone più cosmopolita di tutte è "Autumn Leaves" con un paroliere francese (Jacques Prévert), un compositore ungherese (Joseph Kosma), uno chansonnier di origini italiane (Yves Montand). Il melting pot è completato dal (ri)adattamento di un paroliere bianco statunitense (Johnny Mercer) e l'interpretazione jazzistica di un afroamericano (Nat King Cole). Talora è il rock e non il jazz a regalare l'incisione più toccante di una canzone: è il caso di Janis Joplin, superba interprete di "Little Girl Blue."

Furono tanti i parti travagliati nella storia degli standard, come testimonia la genesi di "Over the Rainbow," resa immortale dall'interpretazione di Judy Garland nel film "Il Mago di Oz" (1939). Composta dalla coppia Arlen/Harbourg, la canzone stava per essere rifiutata quando Ira Gershwin dette al paroliere un salvifico consiglio. "Over the Rainbow" vinse l'Oscar e fu l'unica canzone del film a far parte degli standard del jazz, grazie alle immortali riletture di Art Tatum, Chet Baker e Keith Jarrett.

Ma le vicende accidentate del songbook statunitense non finiscono qui. Composta nel 1927 dai fratelli Gershwin, "How Long Has This Been Going On" venne jazzisticamente valorizzata solo nel 1941 grazie alla versione di Peggy Lee con l'orchestra di Benny Goodman. Ma per tutti gli anni '20 e '30 la canzone incisa dai jazzisti era un'altra composizione omonima e tutt'altro che memorabile. E lo stesso dicasi per "Someday My Prince Will Come," ignorata per quasi due decenni sino all'incisione del 1955 ad opera del pianista John Williams.

Un glossario musicologico e la traduzione italiana dei testi impreziosiscono questa affascinante storia del repertorio musicale statunitense. L'omaggio ad uno dei più obliati capolavori ("Nothing to Lose") di Henry Mancini ed il capitolo dedicato ai rapporti fra jazz e cartoon valgono da soli l'acquisto di questo eccellente saggio.

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