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JazzMI 2022 - VII Edizione

JazzMI 2022 - VII Edizione

Courtesy Roberto Cifarelli

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JazzMI
Milano
29.09-9.10.2022

Fine settembre: cadono tutte le restrizioni anti-Covid che ci hanno accompagnato per oltre due anni, ed inizia il festival JazzMI. Non potevamo immaginare modo migliore per festeggiare il ritorno alla vita normale. Milano che si riscopre, sia pure per solo una decina di giorni, città del jazz! Uno status ultimamente un po' appannato, ma che negli anni '60-'70 le era unanimemente riconosciuto. Di qui passavano tutti i più grandi: John Coltrane, Thelonious Monk, Duke Ellington, Ella Fitzgerald,...

Se ne è parlato a lungo, al Blue Note Milano, con il fotografo Roberto Polillo nella serata di presentazione del suo libro Jazz Dietro le Quinte e di inaugurazione della sua mostra "Jazz Drummers." Leggende di questa musica (Max Roach, Art Blakey, Elvin Jones, Tony Williams, Jack DeJohnette), raccontate con delicato affetto ed ironia, in una serata sul filo del ricordo tra divertenti aneddoti e considerazioni vagamente malinconiche. Ritratti di un'epoca gloriosa, di personaggi carismatici ed affascianti, di un mondo che non poteva che essere rappresentato in bianco e nero. Ritratti che hanno fatto da sfondo ai concerti del JazzMI che si sono tenuti nel club.

E come accadeva per la Milano di quegli anni, anche il JazzMI ha il suo centro di gravità, il suo luogo di elezione, nel Teatro dell'Arte. Certo, con i suoi oltre duecento eventi, la manifestazione ha coinvolto le strutture più diverse (teatri, club, musei, cascine, persino abbazie), ma è al Teatro dell'Arte che si sono svolti i concerti più sinceramente jazz, quelli più interessanti per l'appassionato esigente e consapevole.

E così il nostro JazzMI (con un cartellone così ampio, ciascuno poteva ritagliarsi un festival su misura) si è aperto con il concerto di Uri Caine e Theo Bleckmann. Come lecito attendersi da questi due musicisti, il programma della serata è stato molto variegato: una selezione tratta dai Dichterliebe di Schumann, dall'Opera da Tre Soldi di Kurt Weil e Bertold Brecht, dall'Hollywood Songbook di Eisler, un pizzico di Gershwin, di Wagner, del Winterreise di Schubert,... Il tutto affrontato in modo affettuoso e al tempo stesso molto libero, rigoroso e al tempo stesso scanzonato.

Il quartetto del trombettista Avishai Cohen, con Yonathan Avishai al pianoforte, Barak Mori al contrabbasso, Ziv Ravitz alla batteria, ci ha condotto lungo atmosfere squisitamente jazz. Un jazz contemporaneo, fatto prevalentemente di tempi dispari, fatto soprattutto da un quartetto affiatatissimo che si muove su ostinati pedali, stop improvvisi, bruschi cambi di dinamiche. Dopo un brano dedicato alla Siria (Will I Die Miss? Will I Die?), la band ha eseguito i nove movimenti di "Naked Truth" (di recente pubblicazione con l'etichetta ECM), nove miniature di varia ispirazione, da And I Love Her dei Beatles alla poesia Departure, riflessione sulla vita e sulle cose da cui un giorno ci dovremo tutti separare, di Zelda Schneurson Mishkovsky.

Il quartetto di Claudio Fasoli, con Simone Massaron alla chitarra, Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso, Stefano Grasso alla batteria, ha ripercorso il recente album "Next," cui ha affiancato altri brani come il notevole e arabeggiante Arogarb, in un concerto molto misurato nelle forme. Improvvisazione continua, ben al di là del consueto schema dei soli a rotazione, con la sezione ritmica a fare da solido baricentro alle esplosioni timbriche della chitarra di Massaron ed alle incursioni solistiche del leader.

Ottimo il progetto Legacy di Javier Girotto, che vede il sassofonista argentino affiancato da un nucleo di giovani talenti: Giacomo Tantillo alla tromba, Michele Fortunato al trombone, Jacopo Ferrazza al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria. La marcata presenza degli ottoni, l'assenza di uno strumento armonico, fanno di questo organico una sorta di mini big-band (passateci l'ossimoro), che ha riproposto vecchi brani di Girotto (la sua eredità, come dice il titolo del progetto, anche se su questo il sassofonista ha fatto i debiti scongiuri), arrangiati con piglio scintillante. Delicate armonizzazioni, velocissimi obbligati, intrecci contrappuntistici, sostenuti da una pulsazione ritmica al tempo stesso possente e raffinata. Bravi!

I concerti in solo di Vijay Iyer e Craig Taborn ci hanno permesso di ascoltare due tra i pianisti più rilevanti ed influenti degli ultimi anni, che in passato si sono anche prodotti in uno stimolante progetto in duo.

Iyer ha proposto un programma che, interpretando in modo fitto e percussivo un mix di composizioni originali e standard, ha oscillato tra luci ed ombre, tra una notevole creatività ed una certa mancanza di consequenzialità discorsiva, tra un flusso travolgente di note ed un tocco non sempre all'altezza delle ambizioni.

Decisamente più focalizzato Taborn, da molti considerato (a ragione!) una sorta di eminenza grigia del pianoforte jazz contemporaneo. Il nostro ha proposto un concerto completamente improvvisato, che partendo da But Not for Me di George Gershwin e passando da When Kabuya Dances di Geri Allen (musicista di riferimento per Taborn, come per Iyer e per tanti altri pianisti della loro generazione) ha esplorato tutte le potenzialità dello strumento. Delicati pianissimo, vulcaniche esplosioni di note, ostinati, ribattuti, spiazzamenti, raffinatezze armoniche, il tutto con notevole senso del blues e dello swing. Un concerto memorabile.

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