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Fano Jazz by the Sea 2026

Fano Jazz by the Sea 2026

Courtesy Chiara Broccoli

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Fano Jazz by the Sea 2026
Varie sedi
Fano
18—25 luglio 2026

Molte luci e qualche ombra sulla 34^ edizione di Fano Jazz by the Sea. La direzione artistica di Adriano Pedini, tesa a proporre alcuni protagonisti di grande richiamo al fianco di nomi nuovi e progetti meritevoli d'attenzione dell'attualità internazionale ed italiana, è sicuramente molto apprezzabile proprio perché corre qualche rischio a fronte di un budget non elevato. Le varie sezioni del festival, ben caratterizzate per generi, location e pubblico, hanno riservato non poche sorprese, mettendo a confronto in una sequenza quasi disorientante esperienze di culture diverse, contaminate in qualche misura con il jazz: nell'ordine africana, brasiliana, greca, scandinava, armena, iraniana... e ovviamente italiana. Inizio il mio resoconto dalla programmazione del main stage nella corte della Rocca Malatestiana, che è stata inaugurata dal tutto esaurito di Fatoumata Diawara, alla cui performance non ho potuto assistere.

Al di sopra delle mie attese è stata l'apparizione fanese di MonoNeon, che ha suscitato però pareri molto contrastanti. Se a Bologna due anni fa al suo look variopinto, trasgressivo e gioioso, aveva fatto riscontro una rinunciataria attualizzazione della tradizione popolare afroamericana, alla Rocca Malatestiana di Fano la sua proposta ha colpito per la complessità e l'autenticità dei vibranti impasti collettivi. Va sottolineato fra l'altro il notevole valore tecnico-espressivo dei compagni di strada che lo attorniavano: il chitarrista Xavier Lynn, che ha alternato "temini" ludici e reiterati e dense vampate rock, il tastierista Charlie Brown, capace di riverberanti, allucinate escursioni memori di Sun Ra, il poderoso batterista Jackie Whitmill Jr., il cui drumming si è dimostrato lucido e frastornante al tempo stesso.

Quanto al mancino leader, se la sua voce piuttosto inconsistente e disimpegnata ha narrato storie dilatate e per me enigmatiche, al basso elettrico ha profuso un fraseggio ubriacante, variamente articolato sotto il profilo dinamico, timbrico e armonico, rivelando un'audace personalità. La musica sostenuta, vivida, interattiva e iridescente del quartetto si è ammantata di coraggiose variazioni armoniche, di ribadite insistenze, di una conduzione ritmica pervadente, ma anche ricca di accelerazioni e decelerazioni... Trovo che in un atteggiamento di questo tipo, in cui il funky si sposa con l'armolodia, si possano ritrovare molti elementi del free-funk degli anni Settanta e Ottanta; sarebbe azzardato parlare di un consapevole neo free-funk, divulgativo e festoso?           

Nella musica proposta dalla formazione della pianista greca Tania Giannouli, gli impianti tematici venivano forniti sempre da frasi reiterate ed ipnotiche, protratte dalla diteggiatura delicata della leader, avvalendosi in certe fasi di una mirata preparazione della cordiera. Una grande attenzione è stata inoltre posta su finezze timbriche estenuate e su un andamento dinamico perennemente rilassato e pausato. I partner, ognuno dei quali ha usufruito di uno spazio solitario riempiendolo con sicura efficacia, hanno assecondato la visione della pianista-leader: il giovane trombettista Jakob Bänsch ha costituito la voce più netta e libera, a tratti "jazzistica," mentre l'oud di Kyriakos Tapakis ha impersonato la componente etnica più autentica. Quanto a Michele Rabbia, ospite per la prima volta di questo trio ma già collaboratore della Giannouli in altri contesti, ha portato una geniale ventata di attualità manovrando da par suo l'elettronica e le sue piccole, insinuanti percussioni. La performance ha via via intrapreso un viaggio fra Europa dell'Est e dell'Ovest, fra memorie del passato, esperienze di vita nel presente e proiezioni nel futuro. Tutto è risultato molto coerente e apprezzabile, anche se un po' uniforme, senza che gli sviluppi dei singoli brani prendessero quota. 

 Delle tante anime che vivificano oggi il jazz della scena scandinava, quella che contraddistingue il progetto Questar del pianista e compositore svedese Jacob Karlzon propone un'immagine melodica e narrativa, per certi versi vicina a una certa tradizione nordica, muovendosi su un incedere che da introduzioni di riflessiva leggerezza s'inoltra in temi e toni più decisi ed espliciti. Nel repertorio proposto a Fano, comprendente gli original più recenti che verranno portati in sala d'incisione il prossimo settembre, si sono incrociate soluzioni acustiche ed elettroniche, spunti solistici e una compatta fusione collettiva, dando vita a suggestioni filmiche e a mimetiche descrizioni naturalistiche, a tonici slanci lirici e a poetiche decantazioni. Il collaudato interplay che intercorre fra il laeder e i suoi pertinenti collaboratori—il flicornista Mads la Cour, il fluido bassista elettrico Thobias Gabrielson e il batterista Robert Mehmet Sinan Ikiz—ha prodotto una musica ben confezionata, sicuramente piacevole e avvolgente, ma non particolarmente innovativa.           

Per esaurire i concerti che si sono tenuti sul main stage della Rocca Malatestiana, rimane da riferire di Hamilton de Holanda, specialista del bandolim, mandolino brasiliano a dieci corde, artefice di una musica virtuosistica, danzante, gentilmente comunicativa. I suoi original hanno rivisitato la tradizione del choro e del samba da un'ottica colta, ma nel suo repertorio sono comparse anche situazioni più malinconiche, o meglio pensose, come nel brano il cui titolo giapponese significa "la bellezza della transitorietà delle cose." Un'evidente sintonia lega il comunicativo Hamilton ai partner del suo trio, che hanno goduto di un'appezzabile esposizione: Salomão Soares alle tastiere e Thiago "Big" Rabello alla batteria. 

Nei concerti della sezione Young Stage, svoltisi nell'ora del tramonto al Jazz Village, nel piazzale Malatesta antistante alla Rocca, l'obiettivo era quello di puntare i riflettori su alcuni dei gruppi giovani, emergenti o già affermati, che esprimono al meglio l'attualità jazzistica italiana. Purtroppo l'atteso sestetto The Dolphians capeggiato da Federico Calcagno è stato annullato per il maltempo, come è avvenuto in serata anche per l'Alfredo Rodriguez Trio. Due giorni dopo però è stato recuperato un gruppo che lo scorso anno, sempre per i capricci del tempo, non si poté esibire: mi riferisco al quartetto della pianista, cantante e compositrice perugina Miriam Fornari, che ha ripreso il repertorio del suo disco Mora edito nel 2023. La formazione comprende il fratello della leader, Ruggero, che alla chitarra perennemente filtrata dall'elettronica ha inserito le sonorità più aliene, ed altri due protagonisti ben noti: Joe Rehmer al basso elettrico e voce e la batterista e vocalist Evita Polidoro. In questo progetto -che intende narrare una musica onirica, avvolgente, insinuante, che possa fornire uno stato di benessere e di libertà, personale come collettiva -il canto della leader, spesso raddoppiata da Evita e/o da Joe, ha un notevole rilievo, sostenuto sempre da un adeguato uso degli strumenti, tesi a creare un contesto alonato e riverberante.

Anche il quintetto tutto acustico del pianista e compositore Federico Nuti ha riproposto i brani del suo unico disco InFormal Setting. In questo concerto la concentrazione estrema sulle dinamiche ha comportato un andamento imprevedibile, frammentato da continue soste, accelerazioni e decelerazioni, reticenze e ripensamenti per poi raggiungere temi melodici sostenuti e contagiosi. La ricerca di ambiti timbriche trasversali ha prodotto soluzioni caratterizzanti, anche nell'intreccio fra i due fiati della front line: Jacopo Fagioli alla tromba e Francesco Panconesi al sax tenore. Purtroppo i passaggi più ricercati e diafani della performance sono stati penalizzati dall'atmosfera un po' dispersiva del Jazz Village. In definitiva l'esito complessivo di questa apparizione del consolidato quintetto, completato dal contrabbassista Federico Giolito e dal batterista Mattia Galeotti, è risultato decisamente meno compatto e coinvolgente rispetto al disco e ad altre passate esibizioni dal vivo. 

Riferisco infine della sezione Exodus: gli echi della migrazione, tenutasi prevalentemente nella Pinacoteca San Domenico. Due degli artisti invitati rappresentano la personificazione delle migrazioni sostenute negli ultimi decenni da tanti musicisti mediorientali verso l'Europa settentrionale: Canberk Ulas, turco ma residente in Svezia, e l'iraniana Negar Bouban, emigrata in Germania, che sono stati presentati in esclusiva italiana. Il primo, specialista del millenario duduk, estende la tradizione armena verso la contemporaneità ed altre culture; a Fano, con melodie lente e ben tornite, con un incedere compassato, ha saputo sfruttare al meglio la risonanza acustica della ex chiesa, facendo risaltare la bella sonorità del suo strumento ad ancia doppia. Nel percorso ha inserito anche un'estenuata e suggestiva versione del famoso "Adagio" di Albinoni. Il concerto di Negar Bouban, compositrice, didatta, interprete vocale e strumentale dell'oud, è stato preceduto da un incontro in cui è stata approfondita la storia dello strumento. Il suo canto intimo ed estatico si è inoltrato in tonalità dolenti e pensose, su un basso volume, interpretando testi poetici della sua tradizione. Modalità analoghe hanno caratterizzato l'accompagnamento trattenuto e meditato del suo oud, ben poco virtuosistico, mai esteriore, previlegiando una comunicazione tutto sommato monocorde, quasi enigmatica per la nostra percezione occidentale.

La solo performance di Achille Succi ha invece offerto una ricercata varietà delle linee melodiche e la qualità di un sound, che si è mosso ora sulla tonalità cupa e avvolgente del clarinetto basso, come nel brano ispirato al monaco giapponese vagante alla ricerca del suono perfetto sul suo flauto, ora puntuto come un punteruolo acuminato al sax contralto, per esempio riferendosi agli accordi vaganti teorizzati da Arnold Schönberg. L'itinerario costruito con accuratezza dal sassofonista di Nonantola è risultato quindi audace e imprevedibile, anche se sempre leggibile e concluso.

Tutta la sezione Exodus è stata incorniciata dalle esibizioni di due trombonisti marchigiani: quella d'apertura di Massimo Morganti, che non sono riuscito ad ascoltare, e la conclusiva di Matteo Paggi, ambientata nella ex chiesa di San Francesco. Quest'ultimo ha onorato l'invito concependo appositamente la storia di un migrante che nelle varie fasi del suo problematico trasferimento attraversa vari stati d'animo: incertezza, aspettativa, disorientamento, paura, nostalgia... Il tessuto connettivo di questo racconto del tutto preordinato era costituito dai toni martellanti e dark tratti dalla consolle elettronica; in questo contesto pervadente si sono inseriti i rari, poderosi spunti del trombone e un piccolo cammeo per chitarra e voce. Con questo rigoroso impegno compositivo, che ha sacrificato le sue debordanti capacità improvvisative come trombonista, il giovane musicista maceratese, ma ormai cittadino del mondo, ha voluto aggiungere un tassello al suo mondo creativo, già variegato e cospicuo.  

A questi concerti principali andrebbero aggiunti anche i due che si sono svolti sul mare all'alba, quelli di mezzanotte della sezione Cosmic Journey, ancora al Jazz Village, ed altri ancora, a conferma di quanto Fano Jazz by the Sea—quest'anno con 40 spettacoli complessivi e 150 artisti proposti in 6 sedi prestigiose -sia sempre alla ricerca di audience differenziate a cui rivolgersi. L'offerta del festival è stata completata da presentazioni di libri, mini conferenze mirate sui più svariati argomenti d'attualità, uno spazio didattico rivolto ai bambini, installazioni artistiche, allestimenti scenici di design alternativo e tante altre iniziative, tutte organizzate in collaborazione con le più attive associazioni del territorio.

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