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Danilo Rea: Jazz, Mina e altri incontri

Paolo Marra By

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Mi bastano quattro o cinque note che raccontino una storia
Tra i primi giovani jazzisti a Roma a metà degli anni '70, il pianista e compositore Danilo Rea nella sua intensa e lunga carriera ha tracciato, insieme ai suoi illustri colleghi Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra, le linee guida per le nuove generazioni di musicisti del panorama jazz italiano.

Diverse le sue collaborazioni con grandi nomi del jazz come Chet Baker, Lee Konitz, Joe Lovano, Paolo Damiani e Enrico Rava insieme al quale ha suonato in duo in una serie di concerti che nel 2019 li ha visti esibirsi in diverse località d'Italia. Come arrangiatore e fine accompagnatore inoltre ha collaborato in concerto e in studio con grandi nomi della musica leggera italiana: Claudio Baglioni, Gino Paoli e soprattutto Mina a cui è dedicato il disco Tre per una uscito ad ottobre del 2019, registrato insieme ad batterista Alfredo Golino e al bassista Massimo Morricone.

Tuttavia, è forse nella dimensione del piano solo che Danilo Rea si esprime ai massimi livelli creando un perfetto equilibrio tra melodia, energia e tecnica improvvisativa, rendendo ogni concerto un'esperienza emotiva come poche altre. Una peculiare ricerca pianistica mutuata dalla musica classica ma sempre attenta agli orizzonti compositivi più disparati della musica rock, folk e pop del '900, che gli ha permesso negli anni di stringere una forte interazione comunicativa con un pubblico sempre più numeroso.

All About Jazz: Sei andato in scena all' Auditorium Parco della Musica di Roma con il recital dal titolo "Improvvisazioni" in Piano Solo: una dimensione che negli ultimi tempi sembra essere la tua preferita.

Danilo Rea: Sì anche la più difficile, quindi da un certo punto di vista mi piace molto il piano solo d'altra devo trovare una grande concentrazione senza avere l'aiuto di nessuno, perché in questa dimensione tutto ciò che è improvvisazione è opera tua. Questo è il mio Piano Solo, quello più libero dove faccio qualsiasi tipo di cosa: posso passare da una citazione di Beethoven a Elton John e poi me ne vado da qualsiasi altra parte; un'ora e mezza nella quale devo dire qualcosa che abbia un senso.

AAJ: Un'esecuzione in piano solo in cui è evidente il tuo attaccamento quasi viscerale alla melodia, come d'altronde in tutte le tue produzioni.

DR: Per me un brano non ha ragione di esistere se non c'è una melodia, mi bastano anche quattro o cinque note che raccontino una storia, poi tutto il resto è improvvisazione. Credo molto nel concetto espresso dal grande sassofonista Sonny Rollins quando dice che il pubblico per capire dove va l'improvvisazione deve conoscere la melodia, perché questo è l'inizio di tutto.

AAJ: Hai iniziato gli studi con la musica classica al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e poi successivamente sei passato al jazz, un momento cruciale della tua carriera artistica.

DR: Ho studiato musica classica, ma quando avevo quattordici anni ascoltavo anche il progressive- rock di musicisti che suonavano molte bene come Rick Wakeman, oppure Emerson, Lake e Palmer e altri. A quel tempo bruciavamo le tappe perché, a pochi anni dal famoso evento di Woodstock, ci siamo ritrovati tutti quanti a cercare di trovare un modo per improvvisare sempre meglio e a un certo punto qualcuno ci suggerì "perché non ascoltate il jazz." Però al quel punto ho faticato un bel po' perché prima di tutto dovevi sentire il jazz giusto e io ascoltavo musicisti che non mi piacevano, finché a un certo punto non ho scoperto McCoy Tyner con John Coltrane in My Favorite Things in cui c'era un' atmosfera psichedelica, improvvisazione all'ennesima potenza e la melodia. Ho avuto in seguito la fortuna di incontrare, dopo averlo visto suonare in uno dei concerti dei festival nelle scuole, Roberto Gatto. Ci siamo messi insieme a suonare e siamo diventati due enfant prodige dell'epoca. Siamo stati fortunati perché eravamo pochi a Roma e a 18 anni già stavamo in giro a suonare con Chet Baker, Lee Konitz e altri.

AAJ: Oggi a differenza del movimento jazzistico di quell'epoca ci sono molti giovani nelle scuole di musica che si avvicinano all'insegnamento del jazz ma stranamente nel pubblico dei concerti dei vari Jazz festival se ne vedono ancora pochi.

DR: Il problema è anche quello di riuscire a coinvolgere i giovani, le nuove generazioni di jazzistici dovrebbero essere capaci di fare una musica che coinvolga i loro coetanei e li spinga a tornare ad ascoltarli. In questo momento i giovani jazzisti suonano in maniera molto difficile perché il livello tecnico è salito molto e di conseguenza si è perso il contatto primordiale del jazz con l'ascoltatore. Chiunque entrava in un locale a New York veniva travolto dalla capacità comunicativa del jazz, dal ritmo, da chi cantava, da chi suonava. Adesso è diventato tutto più cerebrale ed è raro trovare un giovane che ti faccia uno show come Billie Holiday o Louis Armstrong o le big band degli anni trenta.

AAJ: Altra tappa importante del tuo percorso musicale è stata la tournèe con i New Perigeo.

DR: È stato un cambiamento di rotta guidato da un grande jazzista come Giovanni Tommaso. Mi ero diplomato al conservatorio e stavo decidendo se fare il musicista classico quando lui mi chiamò per propormi questa tournée con i New Perigeo, un super gruppo in cui c'erano anche Riccardo Cocciante e Rino Gaetano, io gli dissi "ci penso due o tre giorni e ti faccio sapere." Accettai, e poi avvennero tante di quelle cose una dopo l'altra che il mio destino fu segnato, nel senso che rimasi sempre fra il jazz e la musica pop.

AAJ: A proposito della musica leggera italiana, di cui ormai in veste di sideman sei un frequentatore fisso, come nasce l'omaggio a Mina con il disco Tre per una insieme ad Alfredo Golino e Massimo Morricone?

DR: È l'unico vero omaggio che Mina ha accettato, nel senso che ci è stato proposto direttamente da suo figlio Massimiliano Pani che ci ha detto "perché voi che siete i più accreditati e suonate da più di vent'anni con Mina non fate questo omaggio?" Abbiamo registrato nel suo studio a Lugano un disco che contiene le canzoni originali che l'hanno resa famosa, scritte dai grandi Maestri come Gianni Ferrio, Bruno Canfora, Armando Trovajoli. È un trio che ha suonato sempre nei dischi di Mina ma mai insieme in un live jazz, per cui è stata un'occasione per divertirci insieme.

AAJ: Quali sono i punti di forza di un jazzista che collabora anche con il mondo del pop?

DR: Impari molto e non ti chiudi in un genere. Se conosci e sei in grado di interpretare bene la musica pop, come la musica classica o il jazz, trovi un linguaggio, un modo di suonare improvvisando che può funzionare in tutte tre i contesti. L'esperienza con i grandi cantautori mi ha insegnato il rispetto della melodia che non va abbellita più del necessario. Questo significa che quando suono insieme agli altri mi metto al servizio del risultato finale. Il jazzista spesso e volentieri pecca di egocentrismo pensando che mettendo un'armonia complicata possa risolvere in meglio una canzone pop. Io questo non lo mai pensato; ci sono artisti come Sting o Peter Gabriel che con tre accordi hanno fatto dei capolavori. Io quando suono un brano pop non cerco di renderlo migliore, prendo solo ispirazione e spunto dalle cose che amo. D'altronde anche i vecchi jazzisti alla fine degli '50 prendevano i brani del loro tempo, le hit dell'epoca, di Cole Porter o George Gershwin e le eseguivano a modo loro improvvisandoci sopra.

AAJ: Un'altro progetto che porti avanti da quasi vent'anni è quello dei Doctor3 con Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra con cui condividi una forte coesione sia in studio che sul palco.

DR: Io, Roberto Gatto ed Enzo Pietropaoli abbiamo iniziato stabilmente con un trio che si chiamava Il Trio di Roma che è diventato in seguito il Doctor3 con l'arrivo di Fabrizio Sferra, molti anni dopo. Loro erano la sezione ritmica di Enrico Pieranunzi e avevano già fatto degli importanti dischi. Sul palco tra di noi c'è una grande fiducia; Enzo Pietropaoli è il bassista ideale per me, quello che mi permette di essere libero. Quello che ci vuole in concerto quando suoni jazz è proprio la fiducia che ti permette di osare sapendo che qualsiasi cosa succeda ci ritroveremo e ci perdoneremo, anche qualche eventuale errore.

AAJ: Una sinergia simile è evidente anche nei concerti in duo con Enrico Rava con cui collabori da diveso tempo.

DR: Abbiamo suonato per molto tempo insieme con Gino Paoli nel quintetto Un incontro di jazz dove c'erano anche Rosario Bonaccorso, Roberto Gatto e poi Flavio Boltro. L'idea del duo ci è sempre piaciuta, però ognuno aveva i suoi impegni e quando è stato il momento giusto, un paio di anni fa, abbiamo deciso di iniziare. La base della nostra collaborazione è l'estrema liricita del progetto. Credo che Enrico Rava sia uno dei musicisti più lirici che conosca e quando espone un tema lo fa come pochi. Dall'altro canto io amo tantissimo tutto ciò che è melodia, per questo ci siamo ritrovati ad un certo punto a suonare un repertorio che va da Battisti, a un'aria lirica di Puccini, a Michel Legrand. Il nostro è un concerto dove soprattutto si cerca di emozionare sempre attraverso un linguaggio improvvisativo, perché Rava alla fine è un Jazzman puro.

AAJ: Qual è il progetto nel cassetto di Danilo Rea, quello che vorresti aver fatto o ti manca di realizzare?

DR: Mi sarebbe piaciuto suonare con Billie Holiday e Frank Sinatra, avrei dato qualsiasi cosa per duettare con loro due accompagnandoli al piano. Ho fatto di tutto dalle arie d'Opera alla musica classica. Sono riuscito ad arrivare a tutti i miei sogni che avevo nel senso che non avevo voglia di fare il musicista classico però adesso suono musica classica con musicisti classici come Ramin Bahrami. Sono stato sempre un'amante della musica di Peter Gabriel, un grande compositore, musicista e cantante con cui mi piacerebbe lavorare.

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