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Blue Note Records Festival "All That Jazz"
Gand è tradizionalmente una delle città del Belgio più attente alla diffusione ed alla valorizzazione della cultura jazzistica. Lo si percepisce da varie cose: un’animata scena notturna ricca di pub e jazz-club in cui le musiche improvvisate hanno una parte importante; il convinto sostegno finanziario dell’amministrazione locale agli artisti, che hanno così modo di esibirsi continuamente in tutta la regione delle Fiandre.
Questa città è da sei anni la sede del prestigioso Blue Note Jazz Festival, con un cartellone sempre ricco ed articolato, rivolto a documentare aree stilistiche differenti all’interno della cultura musicale afroamericana. Per la gioia dei jazzofili di tutta Europa, la direzione artistica del festival ha offerto anche quest’anno la rara occasione di ascoltare in pochi giorni musicisti di rilievo assoluto ed ospitare anche giovani talenti di indubbio valore. Dal 13 al 18 luglio, 22 artisti si sono esibiti nello splendido scenario di Bijloke, con ben quattro concerti al giorno. A questo si aggiungano jam sessions e concerti gratuiti nel suggestivo centro storico della città. Ma al di là degli ottimi concerti (fra tutti Wayne Shorter e John Zorn), la carta vincente del festival risiede nella valorizzazione di progetti musicali davvero avvincenti, proposti da diversi musician's musicians, artisti amati dai colleghi e dagli addetti ai lavori ma poco conosciuti dalle platee più vaste.
È il caso dello straordinario gruppo “Sound Plaza” (14 luglio), capitanato dal pianista e compositore Kris Defoort, in cui si è segnalata la prova ispirata di Mark Turner al sax tenore. Si tratta di una formazione molto ben assortita al suo interno, che eleva a regola l’apertura e l’indeterminazione delle forme del jazz. Pur spaziando tra ambiti espressivi senza limitazione di genere, il quartetto adotta anche soluzioni estemporanee (digradazioni funkeggianti) di grande freschezza improvvisativa, coinvolgenti e ludiche.
A giudizio di chi scrive, ragguardevole è stata anche la prova (18 luglio) del nonetto capitanato dal pianista ed arrangiatore Michael Herr. La sua è una formazione molto coesa all’interno, che ha sviluppato un rapporto dinamico ed aperto con la tradizione jazzistica. La corposa front-line si segnala per una flessibilità di stile indispensabile per affrontare le partiture ricche e dai molteplici colori (“The Route to Granada”,"Little Games”) del leader. In grande evidenza il trombettista Bert Joris ed il trombonista Marc Abraham, insieme protagonisti di soluzioni timbriche di grande fascino nei loro continui chases. Per quel che riguarda il trombettista, la sua varietà di influenze gli consente di affrontare il non facile compito orchestrale con un ricco bagaglio stilistico spesso incline ai toni più morbidi e delicati. Per contro lo stile fluido e crepitante del trombonista, dal suono brillante e leggero, dona grande brillantezza ed energia ad una formazione eccellente, la cui bravura è inversamente proporzionale alla poca notorietà di cui essa purtroppo gode in Italia.
Interessante anche il set inaugurale della manifestazione (13 luglio), che ha visto esibirsi il quintetto del trombettista belga Carlos Nardozza, il quale ha tutte le carte in regola sia a livello strumentale che sul piano compositivo per imporsi sulla scena jazz europea. La sua è una formazione costituita tutta da giovani musicisti bravi e preparati, che hanno come principale codice d’espressione il terreno del mainstream. Pur restando rispettosi di un linguaggio convenzionale, i cinque musicisti hanno impressionato favorevolmente critico e pubblico per la caratura d’insieme e per la trascinante verve interpretativa. Di grande impatto i contrasti dinamici tra le ombreggiature (ricche di pathos) della tromba del leader con la pulsazione e l’energia della sezione ritmica. La serata inaugurale del festival si è chiusa con il bel concerto della vocalist Dianne Reeves, protagonista ancora una volta di una prova maiuscola. Grinta; senso dello swing; intonazione esemplare; consumata abilità nell’interloquire con il pubblico senza mai eccedere: sono queste le carte vincenti di una espressività esuberante, che conferisce all'interpretazione vocale una elevata dose di imprevedibilità. Emblematica è in tal senso la sua calda,concitata improvvisazione afrobrasiliana sovrapposta alle armonie di “A Child Is Born”. Di grande fascino anche il resto del repertorio proposto, che spaziava senza soluzione di continuità e con gusto tra aromi latinoamericani, il blues ed il funky.
Notevole anche la prova (16 luglio) della pianista Nathalie Loriers, con a fianco il nostro Gianluigi Trovesi al clarinetto. Completavano la formazione (una tra le migliori attualmente sulla scena europea) tre bravissimi musicisti, meritevoli di essere segnalati agli appassionati italiani delle musiche di confine: Karim Baggili all’oud; Philippe Aerts al contrabbasso e Jouel Allouche alle percussioni. Di fronte alla riproduzione passiva di stili e sonorità ampiamente codificate di larga parte della scena jazzistica contemporanea, è stata una piacevole sorpresa ascoltare una formazione dalla spiccata creatività, che accoglie ed interiorizza - per poi riarmonizzarli - stili, generi e codici musicali provenienti dal bacino del Mediterraneo.
Tradizioni folcloriche balcaniche e mediorentiali sono state il comune denominatore di un percorso suggestivo, che integra in forme assai diverse composizione ed improvvisazione jazzistica d’impianto modale. È un dialogo interculturale assai avvincente tra vari metacodici, che si nutre di un legame incessante con la tradizione e che valorizza al massimo il sentire individuale dei cinque musicisti all’interno di un progetto di grande respiro, in cui grande spazio riveste il contributo armonico del Trovesi di “Fiabe”. La bella prova del musicista italiano, che ha aggiunto nuove sfumature alla struttura armonica dei brani firmati dalla pianista, dimostra per l'ennesima volta come musicisti di diversa estrazione possano interagire a meraviglia, se creativi e disposti a mettersi continuamente in discussione.
Meno interessante è apparso il progetto del sassofonista Charles Lloyd, esibitosi domenica 16 luglio insieme a Zakir Hussain alle tablas e Eric Harland alle percussioni. A differenza del bel progetto della Lorrier, il percorso di Lloyd sembra mancare di una visione poetica forte ancorché originale e far troppo il verso alle sperimentazioni coltraniane di “Om”. Le tablas di Zakir Hussain sono il cuore pulsante ed ispiratore di un percorso un po’ troppo monocorde, che ha ingabbiato anziché esaltare l’enciclopedismo musicale dell’artista statunitense, sul cui progetto aleggiava ancora una volta la pesante eredità di Coltrane.
Risale a qualche anno il progetto musicale di David Murray legato all’esplorazione delle musiche afrocaraibiche, suggellato da due incisioni discografiche. Interamente improntate alla libera interazione tra il jazz metropolitano con la lingua creola e la musica di Guadalupa, il concerto di Murray (14 luglio) ha inteso ancora una volta rimarcare i tratti peculiari più africani che attraverso i tamburi segnano la musica del continente americano. Come nel caso di Steve Coleman, la musica di Murray ha nella dimensione concertistica il suo terreno ideale, pervaso dalla ricerca di una dimensione rituale della condotta percussiva. Nella pratica improvvisativa nonché nella condivisione di ritmi polimetrici, i musicisti saliti sul palco hanno trovato un punto di incontro nel gioco avvincente di poliritmici affreschi sonori, dalla grande carica comunicativa.
Di grande impatto anche il concerto di John Zorn e dei suoi Masada, esibitisi il 14. Il loro è un progetto ormai ultra-decennale, forse destinato ad esaurirsi in quanto a modalità esecutive e di organizzazione sonora. Ma dal vivo Zorn e compagni dimostrano di essere uno dei migliori gruppi sulla scena jazzistica. Come era prevedibile, largo è stato lo spazio riservato alle sonorità ebraiche klezmer, sapientemente contrapposte ed interpolate al jazz d’avanguardia, di ascendenza colemaniana. Risultato di questo originale percorso è stata ancora una volta una musica di ricerca senza frontiere, votata all’improvvisazione totale, con spunti ritmici imprevedibili. In questo concerto sono state altresì portate all'estrema conseguenza alcune delle modalità esecutive del gruppo, ormai ampiamente codificate: tra tutte un tessuto ritmico ampio e variegato caratterizzato da tempi dispari, su cui si innesta la lezione del post-free. Ad impreziosire il tappeto armonico dei brani ci ha pensato uno stratosferico Dave Douglas, con irresistibili assoli tanto spregiudicati quanto fantasiosi e che non dimenticano mai la lezione postboppistica.
Sotto tono invece l’esibizione (15 luglio) del trio di Reggie Washington al basso elettrico, con Erwin Vann al sax tenore e Stephane Galland alla batteria. La ragione di ciò va forse ricercata nella minor personalità e verve del sassofonista rispetto alla ritmica di alto livello, sempre pronta a suggerire climi estemporanei tra i più disparati. E brani celeberrimi quali “Infant Eyes” ed “Ask Me Now” altro non fanno se non evidenziare di Vann una sonorità piena e rotonda, ancorché priva di grande pathos.
Il concerto (15 luglio) di Wayne Shorter resterà sicuramente nella memoria di quanti amano del jazz le soluzioni meno codificate e più aperte alle soluzione più disparate. Lo si è capito fin dal primo brano, con una strepitosa ancorché destrutturata -al massimo grado- versione di "Photographia" di Jobim, giocata su trame astratte e cameristiche, magnificamente pronunciate dal contrabbasso di John Patitucci. Più che un concerto, si è trattato di una lezione di jazz condotta magistralmente attraverso una quanto mai creativa riproposizione di alcuni tra i più noti standard del jazz moderno (“A Love Supreme”, “Mayden Voyage”). Esemplare è l’approccio di Shorter agli standard, fondato sulla rara capacità di fondere nell’arco di uno stesso tema le istanze improvvisative e le vertiginose sovrapposizioni ritmico-melodiche con sonorità controllate e sofisticate. Proseguendo con l'hard-bop modale, il quartetto ha via via optato per armonie metà modali e metà tonali, con le proverbiali ancorché riconoscibili connnessioni di accordi, divenuti oggi moneta corrente della pratica jazzistica contemporanea. E riascoltandolo dal vivo per l’ennesima volta, immutato rimane il fascino di una musica originalissima, improntata al più ampio raggio di soluzioni per quel che riguarda i giri armonici e le strutture formali.
In bell’evidenza anche il nostro Paolo Fresu, apprezzatissimo anche da queste parti a giudicare dai prolungati applausi del pubblico alla fine del concerto (giorno 16). Come ben sanno gli appassionati italiani di jazz, il classico quintetto del trombettista sardo ha proposto un percorso elegante e raffinato ricco di swing. Iniziato con una distesa quanto suadente versione di “Que Rest-t-il de Nos Amour”, il concerto si è dipanato via via lungo i collaudati percorsi di un repertorio ricco ed articolato, che spaziava dalle ballad all’hardbop. Ottima (come al solito) la prova di Attilio Zanchi attraverso un fraseggio agile e nitido, magnificamente sostenuto da un walking bass brillante quanto essenziale. Le atmosfere liriche e sognanti di Fresu sono state particolarmente apprezzate da un pubblico accorso numeroso al concerto pomeridiano delle quattro, unitamente ai deliziosi contrasti timbrici tra il solismo dolce, cantabile del leader con quello nervoso e frastagliato di un ispiratissimo Tino Tracanna al sax tenore e soprano.
Più che i dischi, la dimensione concertistica restituisce al meglio la pratica fortemente collettiva del magnifico trio Romano-Texier-Sclavis, esibitosi il 16. Da “Annabon” a “Berber” passando per “Standing Ovation For Mandela”, i brani proposti hanno messo in mostra una macchina di suoni pressoché perfetta, che ama esplorare piani sempre diversi e cangianti: il bozzetto melodico ricco di abbandono lirico(“Viso di donna”), lo sviluppo improvvisativo repentino, fulminante isolato da una scarna figura musicale africana; il solismo di Sclavis dagli esiti sempre imprevedibili. Frutto di una consolidata amicizia e di una intesa artistica perfetta, il confronto concertistico altro non ha fatto fa che rimarcare in misura maggiore un gioco di incontri/scontri ritmici energici e trascinanti, sempre in bilico tra improvvisazioni collettive e giochi solistici da manuale, talora liberi e fluttuanti secondo la migliore tradizione della free music europea.
Sia pur imperniato sui codici espressivi più tradizionali, ha convinto anche il bel set del pianista Eric Legnini (giorno 15), la cui classe strumentale non ha certo bisogno di ulteriori conferme. Lucido, lirico ed essenziale nel suo fraseggio ricco di blues feeling, il pianista francese si è imposto con una espressività a tutto tondo, ricca anche di buon senso melodico e di una contabilità distesa e rilassata.
Che Jason Moran sia uno dei più bravi pianisti della scena pianistica jazz lo si sapeva da tempo. Dal vivo (15 luglio) ciò si coglie con maggior evidenza, a cominciare da una rimodulazione armonica e ritmica degli standard da togliere il fiato. L’uso di campionamenti funkeggianti ha arricchito fortemente un percorso avvincente, giocato su un pianismo destrutturante, astratto e magmatico ricco di cluster. Nel citare i suoi modelli di riferimento (Jackie Byard tra tutti), Moran ha dato vita ad una prova pulsante ed incalzante, in cui hanno diritto di cittadinanza diversi stili sempre destrutturati e ricomposti all’interno: il ragtime, il blues, il funky padroneggiati con una maestria ed una sicurezza esecutiva che non ci era mai capitato di sentire tra i pianisti delle ultime generazioni.
Incolore e senza grandi colpi d’ala la prova (14 luglio) del pianista Robert Glasper, che ha qui (ri)confermato tutti i limiti giovanili di un pianismo non ancora maturo ed alcuni pregi già evidenziati nel disco d’esordio per la Blue Note. Ma il concerto più deludente ed insignificante spetta a quello del tastierista brasiliano Ed Motta (17), più consono ad un disco/lounge club che non ad un festival jazz prestigioso come quello di Gand. La sua è una fusion troppo datata, fondata su alcune figure ritmiche e melodiche molto ripetitive. Ancora il piano elettrico in evidenza nel concerto di Uri Caine (18 luglio) con il suo trio Bedrock. Il buon gusto e l’immensa statura artistica del pianista statunitense hanno scongiurato la noia e reso accettabile un progetto ritmicamente sostenuto, destinato a giovare più alle sue tasche che non alla qualità della sua discografia.
La parte più strettamente jazzistica del festival si è chiusa (18 luglio) come meglio non si poteva con il set dell’ottantaquattrenne Toots Thielemans, ancora splendido armonicista e chitarrista. A Gand l’artista belga era alla guida di un quartetto equilibrato, che ha riletto con trasporto ed esuberanza ritmica una ricca selezione di celeberrimi standard, calibrando sapientemente la struttura degli assoli. Da "Bluesette” ad “All Blues” passando per “Airigin” e “God Bless The Child”, la scaletta del concerto ha spaziato dai classici del jazz modale (“Naima”) al repertorio di Billie Holiday, mettendo in mostra l’ancora sonorità piena e profonda dello straordinario armonicista.
Foto di Joe L. Knaepen (per concessione del Blue Note Jazz Festival)
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