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Johnathan Blake: “My life Matters” la genesi di un piccolo capolavoro

Johnathan Blake: “My life Matters” la genesi di un piccolo capolavoro

Courtesy Travis Bailey

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Una volta che apri la porta alla riflessione sociale e culturale, è difficile, e forse irresponsabile, chiuderla del tutto. L'obiettivo è sempre l'onestà, che il soggetto sia personale, politico o puramente musicale.
—Johnathan Blake
Johnathan Blake è tra i batteristi più autorevoli della scena jazz internazionale. Il suo suono incarna l'energia e la raffinatezza del jazz newyorkese contemporaneo —forte delle collaborazioni con musicisti come Kenny Barron, Bill Frisell, Dr. Lonnie Smith e Tom Harrell —Blake guida un quintetto di straordinario livello, in cui tecnica, sensibilità e interplay si fondono con naturalezza.

Lo abbiamo incontrato durante il suo tour europeo nel club senese unTubo dove ha presentato uno dei progetti più interessanti in circolazione, My Life Matters e dove ho assistito a uno dei concerti live più intensi in cui il suono e il ritmo si fanno narrazione di una protesta sociale di estrema attualità.

AAJ: Il tuo quintetto, Pentad, presenta una formazione insolita: sax, vibrafono, pianoforte/elettronica, contrabbasso e batteria. Questa  scelta crea un suono pieno ma equilibrato, con due strumenti armonici principali, il piano e il vibrafono. Come avete gestito lo spazio sonoro e l'interplay per evitare sovrapposizioni armoniche, soprattutto nei passaggi più densi?

JB: Con i Pentad, la strumentazione ci ha quasi costretti a diventare ascoltatori esperti. Il pianoforte e il vibrafono possono facilmente intralciarsi a vicenda, quindi la soluzione non è stata tecnica, ma concettuale. Abbiamo iniziato a pensare in modo orchestrale. I ruoli cambiano costantemente: a volte il vibrafono suona come unp strumento a fiato, a volte crea un tappeto sonoro, altre volte ha una funzione di contrappeso ritmico. Ho incoraggiato il gruppo a pensare sia verticalmente che orizzontalmente: il registro in cui ti trovi conta tanto quanto le note che suoni. I passaggi densi funzionano solo se tutti sono d'accordo su dove non suonare. Lo spazio è diventato uno strumento compositivo attivo, non una semplice assenza di suono.

AAJ: My Life Matters è concepito come una suite che si articola in 14 brani. Qual è stato il tuo punto di partenza per scrivere un progetto così vasto? Hai iniziato da linee melodiche, da idee ritmiche o direttamente da un concetto narrativo, dai contrasti tra "tragedia e speranza, realtà e pensiero?"

JB: Il punto di partenza è stata la narrazione, specificamente la tensione tra disperazione e resilienza. Il ritmo è venuto per primo, ma non in senso tradizionale. Si trattava di ritmo emotivo: il respiro, la pulsazione, l'interruzione, la ripresa. Da lì, le cellule melodiche e i colori armonici sono emersi organicamente. Una volta che la spina dorsale concettuale mi è stata chiara, la struttura della suite è stata come una rivelazione. Ogni pezzo doveva essere connesso all'altro, ma non in una forma ridondante, doveva essere come i capitoli di un libro, che cambiano il punto di vista pur raccontando la stessa storia.

AAJ: L'uso dell'EWI (Electronic Wind Instrument) di Dayna Stephens e dei giradischi di DJ Jahi Sundance introduce un elemento moderno, quasi fusion, in particolare in "Last Breath" e "Broken Drum Circle for the Forsaken." Cosa ti ha spinto a questa scelta di incorporare elementi così distanti, almeno in apparenza, dal post-bop tradizionale, e come hai lavorato con il produttore Derrick Hodge per integrare in modo fluido e funzionale questi suoni in una jazz suite?

JB: Non volevo elementi elettronici che risultassero come una forzatura; non mi interessava dare un'idea di "modernità" fine a sé stessa. Sono nati dalla realtà emotiva della musica. Il dolore, l'ansia e il disorientamento non suonano sempre in acustico. L'EWI e i giradischi ci hanno fornito tessiture che sembravano instabili, frammentate e contemporanee, uno specchio del mondo in cui viviamo. Lavorare con Derrick Hodge è stato fondamentale, perché lui comprende profondamente sia la tradizione jazz che l'architettura sonora contemporanea. Abbiamo trattato quegli elementi come voci all'interno di un ensemble, non come sovrapposizioni. Tutto è stato modellato a servizio dell'arco narrativo della suite, facendo sì che l'elettronica divenissie inevitabile piuttosto che intrusiva.

AAJ: La critica ti ha definito "l'ultimo dei modernisti" e la tua capacità di costruire trame ritmiche complesse è ormai riconosciuta. In My Life Matters la batteria è centrale nel suono complessivo, un chiaro esempio ne è l'assolo esplosivo di "Can You Hear Me?." Qual è stata la tua filosofia di fondo nell'utilizzo della batteria in questo album? Hai adottato un set-up specifico o ricercato un suono particolare —in termini di accordatura o microfonazione —per una narrazione su un tema così impegnativo nel disco?

JB: In My Life Matters, volevo che la batteria funzionasse meno da metronomo e più da voce narrativa. L'idea di base è stata la chiarezza e l'intenzionalità: ogni suono doveva avere un significato. Non ho cambiato radicalmente il mio setup, sono rimasto fedele a una configurazione familiare, ma sono stato molto meticoloso con l'accordatura e il tocco. Ho accordato i tamburi in modo relativamente "aperto," così che il kit potesse respirare e parlare con una certa risonanza, piuttosto che con aggressività. Dal punto di vista sonoro, volevo che la batteria risultasse più umana ed esposta, non patinata o eccessivamente controllata. Per un brano come "Can You Hear Me?," l'assolo non riguarda il virtuosismo, ma l'urgenza, la frustrazione e il porsi domande. Il posizionamento dei microfoni e la produzione hanno enfatizzato l'estensione dinamica e il decadimento naturale del suono, permettendo al silenzio e al sustain di essere importanti tanto quanto la densità. Quell'apertura ha rispecchiato i temi sociali dell'album: la vulnerabilità, la tensione e la ricerca di dignità all'interno del caos.

AAJ: Gli otto brevi interludi in solo, penso a "I Still Have a Dream," o "That Which Kills Us Makes Us What?" o "Lullaby for an Eternal Rest" a mio avviso svolgono un ruolo cruciale nella strutttura. Li hai pensati come brevi aforismi musicali in contrasto con le composizioni più lunghe e strutturate, oppure sono nati come piccole improvvisazioni e inserite successivamente nella struttura per dare un ritmo e un senso di progressione narrativa all'intero lavoro?

JB: Tutti gli interludi sono stati improvvisati, e li ho considerati come dichiarazioni individuali di ogni membro della band riguardo all'opera nel suo insieme. Piuttosto che fungere da transizioni scritte o sintesi tematiche, sono riflessioni personali: ogni musicista risponde, con la propria voce, al peso emotivo e alla narrazione della suite. In un progetto come My Life Matters, mi è sembrato importante lasciare spazio a quel tipo di individualità. Le composizioni più ampie presentano una storia collettiva, ma gli interludi permettono all'ascoltatore di entrare momentaneamente nella prospettiva di ogni musicista. Fungono da pause, respiri o monologhi interiori che scandiscono il ritmo dell'album, rafforzando l'idea che questa musica non sia solo un'unica dichiarazione, ma voci di una comunità che reagiscono a un'esperienza condivisa.

AAJ: Hai dichiarato di non aver voluto creare un "album di protesta" sulla scia di We Insist! Freedom Now Suite di Max Roach, ma accetti volentieri questo filone della tradizione e di parlare di temi sociali e rivendicazioni attraverso la musica. Quali sfide presenta oggi comporre una musica che affronti l'ingiustizia sociale, rispetto ai musicisti jazz afroamericani del passato?

JB: Una delle sfide più grandi oggi è il rumore, non solo quello sonoro, ma il sovraccarico informativo ed emotivo. Le generazioni precedenti rispondevano spesso a ingiustizie chiaramente definite e visibili. Oggi l'ingiustizia può sembrare onnipresente e astratta allo stesso tempo, il che rende la risposta musicale più complessa. Oggi la nostra responsabilità è evitare gli slogan e offrire invece profondità. La musica può ancora parlare con forza, ma deve invitare alla riflessione piuttosto che imporre conclusioni.

AAJ: Il tuo groove è leggendario, anche grazie alla tua lunga partnership con Kenny Barron. In questo progetto collabori con l'eccezionale Dezron Douglas, sostituito egregiamente da Ben Street nel tour europeo. Quanto è vitale per te il "legame" con il bassista e come descriveresti l'intesa ritmica con Douglas in un progetto dal tema così sensibile come quello in My Life Matters?

JB: Il legame con il bassista è tutto. Dezron e io condividiamo una fiducia profonda, ritmicamente ed emotivamente. Con un materiale così sensibile, hai bisogno di qualcuno che capisca quando spingere e quando scomparire. La nostra chimica in em>My Life Matters è radicata nell'ascolto. A volte la voce più forte è la moderazione. Dezron ha un incredibile senso di radicamento (grounding), che ha permesso alla musica di estendersi senza perdere il suo centro.

AAJ: Alcuni dei momenti più toccanti dell'album sono i contributi di tuo figlio Johna e di tua figlia Muna. Quanto è stato significativo, emotivamente, includere le loro "voci" in un album il cui titolo fa intrinsecamente riferimento al valore e all'importanza della famiglia, un tema ricorrente già nei precedenti in Passage e Homeward Bound?

JB: Includere i miei figli è stato commovente. Le loro voci non sono simboliche: sono reali. Rappresentano il motivo per cui questa musica esiste. La famiglia è sempre stata centrale nel mio lavoro, ma in questo album era essenziale sentire letteralmente il futuro dentro la musica. Ha radicato l'intero progetto nell'amore, nella responsabilità e nella speranza.

AAJ: In diversi brani, il vibrafonista Jalen Baker gioca un ruolo di primo piano, specialmente nella traccia di apertura "Last Breath" e durante lo scambio di assoli nella title track. Cosa ti ha spinto a mettere il vibrafono così al centro, quasi come una "voce solista," all'interno di questa specifica configurazione dell'ensemble?

JB: Il vibrafono offriva una voce capace di fare da ponte tra armonia, ritmo e atmosfera. Jalen Baker sa come muoversi fluidamente tra questi ruoli. Mettere il vibrafono così in evidenza ha permesso all'ensemble di sentirsi meno gerarchico. Invece di un'unica linea di frontiera, avevamo molteplici voci narrative che si intrecciavano, il che si allineava perfettamente con il concetto di suite.

AAJ: Dopo aver reso omaggio alle tue radici e aver affrontato l'ingiustizia sociale, hai un'idea chiara di quella che sarà la prossima direzione del tuo lavoro compositivo?

JB: Non pianifico la mia direzione futura in modo troppo rigido. Di solito è la musica a dirmi dove vuole andare. Detto questo, una volta che apri la porta alla riflessione sociale e culturale, è difficile, e forse irresponsabile, chiuderla del tutto. Immagino che il mio prossimo lavoro continuerà a bilanciare l'esperienza vissuta con l'astrazione. L'obiettivo è sempre l'onestà, che il soggetto sia personale, politico o puramente musicale.

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