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Ai Confini tra Sardegna e Jazz - XXXIII Edizione

Paolo Peviani By

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Ai Confini tra Sardegna e Jazz
Sant'Anna Arresi
1-9.9.2018

Mettendo insieme una buona dose di ironia e di amara verità, il direttore artistico del festival Ai Confini tra Sardegna e Jazz, Basilio Sulis, ama definire Sant'Anna Arresi come Periferia dell'Impero. Da trentatré anni, tuttavia, nella prima settimana di settembre questo lembo di Sardegna diventa un punto di riferimento imprescindibile per ogni appassionato del jazz di avanguardia e di ricerca. Un piccolo grande miracolo, da preservare con cura.

Filo conduttore dell'edizione 2018 erano le integrazioni. Tema molto caro al festival e più in generale al mondo del jazz, musica meticcia per definizione, che qui si è manifestato attraverso la coesistenza di generi musicali differenti che riescono a trovare un elemento comune, un punto di incontro, nel linguaggio dell'improvvisazione.

Il programma di quest'anno, come sempre molto ricco, è stato colpito da una serie di cancellazioni dell'ultimo minuto (braccio fratturato per Orrin Evans, problemi di salute per Tyshawn Sorey, volo mancato per Lonnie Smith), cui gli organizzatori hanno dovuto far fronte mostrando una capacità di improvvisazione pari a quella dei jazzisti più consumati.

Molto nutrita la presenza di sassofonisti. C'era David Murray, ascoltato in due concerti dedicati a Butch Morris, che con James Brandon Lewis ha dato vita ad un confronto serrato, non privo di sana competizione, vinto ai punti da Murray. Se l'astro emergente e ruggente Lewis si è mostrato in possesso di una tecnica impeccabile e di una voce strumentale magnifica, Murray ha invece messo in campo quello che potremmo definire il peso della storia.

Due concerti anche per Joe McPhee, altro sassofonista con molta storia sulle spalle. Il primo a fianco dei Talibam!, dagli esiti poco felici causa un paesaggio sonoro a lui poco congeniale ed un'eccessiva prolissità dei suoi giovani compagni di viaggio. Il secondo, più riuscito, in compagnia di Daunik Lazro, Joshua Abrams, Guillaume Séguron e Chad Taylor, nel quale sia i due sax che i due contrabbassi hanno mostrato un'ottima capacità di dialogo ed integrazione all'interno di strutture improntate alla più libera improvvisazione.

Tra i musicisti italiani, i Roots Magic ci hanno accompagnato in un viaggio lungo la storia del jazz, dagli anni '20 ai giorni nostri, tra scale blues, arabe, ed un affettuoso radicamento nella tradizione. Il duo A-Septic (Stefano Ferrian e Simone Quatrana) ha vissuto del contrasto tra le sonorità torride del sax e quelle più distillate del pianoforte, mentre il duo Sandro Satta -Antonello Salis ci ha condotto lungo orizzonti più melodici ed esuberanti. I due, in compagnia di Paolo Damiani e Bruce Ditmas hanno poi dato vita ad un concerto in memoria di Carlo Mariani, aperto da una registrazione delle sue launeddas.

Tra i giovani, Giuseppe Doronzo, sassofonista pugliese di stanza in Olanda, ha presentato un breve concerto per solo sax baritono, nel quale ha fatto ampio uso di respirazione circolare e strutture minimali, mentre la prevista conduction di Tyshawn Sorey con i musicisti del Conservatorio di Cagliari è stata diretta da Daniele Ledda.

Dato che il filo conduttore del festival erano le integrazioni, non potevano mancare gruppi di estrazione molto distante dal jazz. Come i Blacktones, band sarda che ci ha portato su atmosfere prettamente metallare (sic!), o gli austriaci Radian che grazie ad un fitto lavoro sull'elettronica hanno costruito, su strutture semplici e monolitiche, un percorso estetico rigoroso e coerente.

Decisamente più jazz il concerto della francese Eve Risser con la sua White Desert Orchestra. Molte idee e spunti, ma dispersi tra qualche imprecisione esecutiva ed una certa mancanza di focalizzazione. Solo il secondo brano, vagamente ispirato a Steve Coleman, si è rivelato all'altezza delle aspettative.

Decisamente meglio The Young Mothers, gruppo capitanato dal bassista norvegese Ingebrigt Håker Flaten che riesce a far convivere free jazz e rap, grindcore metal ed echi di Henry Threadgill, pervenendo ad una sintesi dalla personalità molto pronunciata e, quantomeno per un ascoltatore avvertito, godibilissima. A nostro avviso, il migliore concerto del festival.

Rob Mazurek, uno dei beniamini del pubblico di Sant'Anna Arresi, con il suo Chicago / London Underground ha dato vita ad un entusiasmante concerto ricco di echi davisiani e coltraniani, mentre in duo con Gabriele Mitelli si è mosso tra loop e suggestioni sonore. Lo stesso Mitelli, con i suoi ONG Crash, è stato poi protagonista di un concerto dalle atmosfere decisamente mazurekiane, nel quale il trombettista di Chicago è stato invitato a salire sul palco per l'ultimo brano. Omaggio dell'epigono al suo maestro, ma anche gesto di sincera amicizia. I due infatti, oltre a condividere un'estetica musicale molto simile, mostrano una bella affinità anche a livello personale.

Altro beniamino del pubblico del festival è il pianista Alexander Hawkins, qui ascoltato in solo, con il proprio quartetto, e con il Chicago London Underground. Fantastico nella sua capacità di suonare avant restando ben ancorato nella tradizione, di partire da strutture consolidate per divagare verso mille rivoli e suggestioni. Il tutto, arricchito da uno spiccato senso della narrazione e da un'ironia molto British che ha trovato il suo culmine nella brusca interruzione del bis sulle note dell'Arte della Fuga di Bach. Citazione, forse (in)volontaria, dello storico momento in cui Glenn Gould si interruppe sul Re della battuta nr. 239.

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency).
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