Torino Jazz Festival 2021

Courtesy Torino Jazz Festival

Libero Farnè BY

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Torino
Varie sedi
19—27.06.2021

Il grande successo di pubblico ottenuto dal Torino Jazz Festival 2021, spostato dalla fine di aprile alla fine di giugno, dimostra quanto fosse impellente la fame di musica dal vivo, nonostante le precauzioni da prendere contro una pandemia tutt'altro che debellata definitivamente. D'altra parte bisogna ammettere che il programma messo in piedi da Diego Borotti e Giorgio Li Calzi per il capoluogo piemontese era di tutto rispetto, proponendo impegnative produzioni originali, prime europee e date uniche italiane. Significativi in tal senso sono risultati i concerti che si sono susseguiti nelle ultime tre giornate.

Come è solito fare da alcuni anni, il quartetto di Donny McCaslin ha riproposto il suo omaggio al David Bowie di Blackstar; in questa produzione torinese però spiccava l'inedito inserimento della voce femminile della special guest Gail Ann Dorsey. Non mi sembra indispensabile in questa sede analizzare l'adesione o le divergenze fra questo progetto e il modello preso a riferimento, come pure prendere dettagliatamente in esame lo svolgimento del repertorio eseguito, che ha rivisitato hit del cantante inglese a fianco di composizioni recenti del quartetto. Mi interessa maggiormente individuare le dinamiche dell'interplay all'interno del gruppo, rimarcando innanzi tutto l'infallibile binomio tastiere—sax, in cui le vaporose nuances di Jason Lindner hanno fornito un controcanto rafforzativo al fraseggio ben stagliato del leader. Per altro il tastierista ha avuto molte occasioni di emergere con il suo insinuante, ripetitivo, incalzante sgocciolio di note, anche interagendo con gli altri due componenti della formazione: Tim Lefebvre al basso elettrico e Nate Wood alla batteria. I due, con spunti di virtuosismo accattivante e sempre radicato in un codice pop-rock, hanno confermato la loro professionalità consumata. In alcuni brani è intervenuta Gail Ann Dorsey, il cui timbro brunito ha ammorbidito una dizione e un timing ben scanditi. Quanto al leader, le sue citazioni tematiche brevi e staccate hanno costituito l'ossatura narrativa del concerto, inoltrandosi all'occorrenza in progressioni visionarie, ma sempre costruite secondo un disegno logico ferreo, previlegiando il registro alto del tenore. Il concerto è terminato con una versione esaltante e tesa di "Look Back in Anger," seguita, come bis, da una nuova song del gruppo, quasi a ristabilire la giusta equidistanza fra famosi brani di Bowie e orginal recenti.

Il pomeriggio del giorno seguente, McCaslin e Lindner erano al Teatro Vittoria ad ascoltare e sostenere la solo performance dell'amico batterista. Da anni il polistrumentista sostiene questo suo singolare show, non a caso intitolato Nate Wood Four: egli infatti, in tempo reale e senza basi preregistrate, si cimenta alternandosi alla batteria, al basso, ad un paio di piccole tastiere ed al canto. Lo spettacolo, pur prevedibile e gradevole, ha mostrato una propria pregnanza, costruito com'è su un sound e su metriche peculiari, su frammentazioni e saturazioni che hanno variato l'andamento dinamico, oltre che su pertinenti testi verbali. In definitiva ci si è trovati di fronte alla fisica artigianalità di un plausibile One man band del ventunesimo secolo, che senza compromessi e con disinvoltura vuole sorprendere e accalappiare l'attenzione.

Rispetto alla prestazione un po' stereotipata dell'americano, diametralmente opposta è risultata la concezione di Roberto Dani. Il percussionista vicentino si è esibito in piedi di fronte ad un set piuttosto scarno di strumenti e oggetti, senza supporti elettronici, selezionati con cura nel corso della quasi ventennale evoluzione subita dalla sua solo performance. L'azione di Dani si basa su un rapporto intimo, prudente, quasi rispettoso nei confronti degli stessi strumenti; il suo percorso sonoro si compone di vere e proprie composizioni, che previlegiano un preciso ambito strumentale, un settore timbrico e un andamento dinamico di volta in volta mirati. Il concerto si è dipanato con una progressione lenta e dilatata, partendo da insistiti e flebili armonici ottenuti sfregando gli archetti sui bordi metallici degli strumenti; si sono gradualmente aggiunte minute e frastagliate percussioni su vari metallofoni. Il tutto a un volume molto basso, fino a quando una gestualità più agitata ed ampia ha portato ad effetti più concreti, crepitanti e crudi. Quando l'impegno percussivo si è rivolto anche ai membranofoni, il disegno si è fatto puntillistico, con un evidente impianto melodico-ritmico di ascendenza orientale. Con questo ormai consolidato percorso solitario Dani s'inoltra in una sorta di meditazione olistica e purificatrice, che coniuga la propria corporalità con la natura sensoriale degli strumenti coinvolti.

Se ancora oggi il sessantottenne Arto Lindsay può sembrare un personaggio controverso e anomalo è per via della sua ibrida formazione culturale; questo è anche il motivo del suo carisma che ne fa un artista di culto, idolo di fan adoranti. L'autenticità delle violente invenzioni sonore che ottiene sulla chitarra non può essere messa in dubbio: esse costituiscono una tappa fondamentale in quel percorso di disgregazione della tradizione della chitarra jazz che dalla sperimentazione di Derek Bailey degli anni Sessanta e Settanta porta fino all'attualità di Julien Desprez. Tuttavia questo personalissimo stile chitarristico, sempre connotato da un'infallibile cadenza ritmica, realizza un sorprendente connubio con la sua voce, che con estremo candore e apparente disimpegno interpreta canzoni in lingua brasiliana o inglese. Nel concerto torinese la forma canzone è sempre stata rispettata: si sono succeduti brani brevi che dopo essersi distesi in un canto per lo più pigro, prevedevano uno sviluppo strumentale eccentrico, per poi concludersi sempre abbastanza repentinamente. Solo in alcuni episodi la sostanza sonora e ritmica fornita dal quartetto che lo attorniava, purtroppo sottoutilizzato, è diventata più sostenuta, vigorosa e poliritmica, ma anche queste situazioni più toniche ben presto si spegnevano inesorabilmente.

Poche ore più tardi, il bassista Melvin Gibbs, presente nella band di Lindsay, era uno dei pilastri del Zig Zag Power Trio, assieme a due quarti dei Living Colour, Vernon Reid alla chitarra elettrica e Will Calhoun alla batteria. La formazione, abbastanza recente anche se i tre si conoscono e collaborano da una vita, persegue la blackness più convinta in una chiave elettrica, satura e spettacolare. Iniziato con un blues esplicito e denso, il percorso ha incluso cadenze decisamente free-funk con un paio di brani squassanti di Ronald Shannon Jackson, ha inoltre affrontato una versione esasperata di "Freedom Jazz Dance" ed una altrettanto deformata e lancinante di "Lonely Woman." Come bis è stato riesumato un brano del dimenticato Sonny Sharrock. Il repertorio scelto quindi la dice lunga sulla comune appartenenza culturale, orgogliosamente dichiarata. La fusione di questi tre specialisti dei rispettivi strumenti ha garantito l'ottimo risultato del concerto, in prima europea. Al centro del palcoscenico troneggiava la tonitruante batteria di Calhoun, che, memore del maestro Shannon Jackson, ha profuso poliritmie incalzanti con energia incessante e un tocco veloce, di precisa secchezza. Alla sinistra l'infuocata chitarra di Reid ha emanato un fraseggio incandescente e una sonorità cangiante e riverberante, salvo soffermarsi in un brano nella limpida, cadenzata citazione della kora africana. All'estremità destra rispondeva il cupo, rimbombante ancoraggio fornito da Gibbs, capace di elaborare anche accordi ricchi di audaci armonici. Bisogna rilevare infine che in Italia nell'ultimo ventennio ben di rado si è avuto modo di ascoltare questa tendenza muscolare del jazz nero americano, che imperversava invece al festival di Saalfelden nei gloriosi anni Ottanta e Novanta.

Tutta all'insegna della festa e della musica africana si è svolta la serata conclusiva (ma i due gruppi, per accontentare la forte richiesta del pubblico, si erano esibiti anche nel pomeriggio, sempre alle OGR). È stato un modo per rendere un omaggio esplicito ad una delle matrici fondamentali del jazz, ma anche per prendere atto della vitalità delle proposte africane di oggi e della loro fusione con le tradizioni di altre parti del mondo. Una dimostrazione di ciò è stata offerta dal gruppo torinese Kora Beat, attivo da una decina di anni e formato da due jazzisti torinesi (sax e basso) e da tre senegalesi emigrati nel capoluogo piemontese ed evidentemente del tutto integrati (batteria, percussioni ed ovviamente Kora). Il canto e la kora di Cheikh Fall hanno avviato la funzionale ciclicità del supporto ritmico dei colleghi, oltre agli spunti concisi del contralto di Gianni Denitto. Il quintetto, che porta con grande motivazione il messaggio di una Torino multietnica, ha dimostrato un'organica coesione, anche se la brevità del loro set d'apertura ha fornito solo un'idea dimostrativa di una potenzialità che non ha avuto la possibilità di prendere quota con crescendo avvincenti.

Tutt'altro clima si è respirato subito dopo con Salif Keita, attorniato da un'ampia e focosa formazione: due danzatrici e cantanti, due percussionisti, una chitarra, un basso elettrico, una kora e un addetto al computer. In questo caso il dispiegamento di forze, corroborato da un'amplificazione adeguata, era del tutto finalizzato a creare un'ubriacante continuità ciclica, la reiterazione di un rito collettivo, esibendo un'organica omogeneità sonora. Da notare che la kora di Mamadou Diabate, nonostante il volume sonoro dell'insieme, ha assunto una sgranata pulizia, a tratti quasi mandolinistica, mentre uno strumento semisferico percosso con il palmo delle mani ha svolto la funzione di grancassa. Questo compatto contesto ha fornito ovviamente il sostegno fondamentale al canto del settantunenne leader maliano, la cui voce ancora potente e modulata da vibrazioni e tremuli nel registro medio-alto, a volte ha perfino manifestato analogie con il canto flamenco. A conclusione del concerto Keita, in completa solitudine, ha imbracciato una chitarra acustica per accompagnare un suo canto dalle inflessioni malinconiche e drammatiche, di accorato contenuto politico, come ha avuto modo di chiarirmi uno dei tanti giovani spettatori africani presenti.

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