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Ornette Coleman 2 Bass Quartet
I fari che tracciano una scia luminosa verso il palco, il respiro trattenuto che immobilizza il teatro, i musicisti che prendono posizione dietro i rispettivi strumenti e... E poi compare Ornette, fiero di figura e di portamento, sgargiante nell’elegante completo turchese e la scena improvvisamente si illumina, non di colori e di luccichii, ma di carisma e di magnetismo. Gli spettatori si alzano in piedi e il teatro si libera in un ovazione assordante.
E’ il tributo ad un artista che quasi cinquant’anni or sono cambiò radicalmente le sorti della musica afro-americana, e che nel corso di una carriera segnata da rari segnali di cedimento, ha proseguito imperterrito il suo percorso di ricerca, con l’umiltà che solo i grandi sanno mettere al servizio delle idee che ancora oggi, non lontano dalle ottanta primavere, dispensa a piene mani nelle sue esibizioni.
Quella proposta dall’Ornette Coleman 2 Bass Quartet è musica senza tempo, che si pone al di là di stili e di generi, che galleggia in una sorta di vuoto pneumatico dove sembrano sublimarsi riferimenti, citazioni, esperienze personali, aspirazioni, sogni e visioni. Se è vero che non prescinde dalle leggendarie teorie armolodiche, se è altrettanto innegabile che il blues, non tanto nelle sue canoniche dodici misure quanto nella sua essenza filosofica, costituisce il suo asse portante, il risultato lo si potrebbe collocare in una qualsiasi epoca storica ed in un qualsiasi contesto stilistico.
I canoni della bellezza e della grandezza della musica di Coleman non sono da ricercare in manuali o in saggi di estetica musicale, utilizzando più o meno convenzionali strumenti di critica, bensì nel fluire melodioso delle idee, nella straordinaria capacità di arrivare nel profondo del cuore a prescindere da scale, accordi e sofisticatezze armoniche, nel riuscire a non disperdere una briciola del proprio rigore intellettuale in favore di una emozionante accessibilità.
Il quartetto con il quale Coleman si presenta sul palcoscenico del Teatro Manzoni è la formazione che attualmente traduce al meglio il suo pensiero musicale. Lasciamo volentieri ad altri l’eterna querelle sul ruolo del figlio Denardo come batterista, poco ci importa, vista l’eccellenza del risultato finale. Sottolineiamo piuttosto come la presenza di due bassisti riunisca in un unicum artistico due delle anime più care ad Ornette.
Anthony Falanga, frequentazioni accademiche alle spalle e l’uso dell’archetto come elemento chiave nel creare stimolanti fondali, rimanda decisamente all’Ornette acustico e cameristico di At the Golden Circle. Il basso elettrico di Albert McDowell evoca invece il periodo Prime Time (formazione nella quale, peraltro, McDowell militò), e si alterna sapientemente ora nel ruolo di riferimento ritmico, ora in quello di delicato cesellatore armonico, ora in quello di spericolato guastatore elettrico.
Su tutto il contralto scabro, essenziale, guizzante, incisivo del leader, la sua musica, le sue composizioni di rara bellezza - Beauty Is a Rare Thing per l’appunto - che nel corso degli anni hanno perso per strada ogni elemento superfluo e ridondante, per esaltare l’essenzialità un poco naive della componente melodica. Come ben esemplificato dal bis concesso ad un pubblico estatico, una versione di "Lonely Woman" appena accennata, colta nelle sue linee essenziali, alimentata da soffi di dolcezza e scie di malinconia che hanno lasciato senza fiato.
Foto di Roberto Cifarelli
Ulteriori immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini.
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