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Cecil Taylor: Fragments: The Complete 1969 Salle Pleyel Concerts

Giuseppe Segala By Giuseppe Segala

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Questa pubblicazione documenta per la prima volta nella sua interezza un momento fondamentale e di grande intensità artistica della vicenda ricchissima di Cecil Taylor. Siamo nel 1969, anno di grazia per la musica e il fermento creativo, sociale, interattivo delle arti. Anno che Bob Gluck ha opportunamente focalizzato come punto di partenza per straordinarie avventure musicali, descritte nel suo testo Miles Davis il Quintetto Perduto e altre rivoluzioni (Quodlibet Editore, 2020).

Nel novembre di quell'anno, Taylor si trovò a suonare con la sua Unit alla Salle Pleyel di Parigi, in concerti promossi da George Wein sotto l'egida Newport Jazz Festival in Europe, che toccarono tra l'altro Milano, Roma, Vienna, Berlino. Affiancati a quelli di Unit c'erano i concerti della big band di Duke Ellington e di Miles Davis con il quintetto definito "perduto" appunto, perché non entrò mai in sala di registrazione. Due polarità contrapposte e in aperto conflitto, quelle di Taylor e Davis, che però oggi, viste nella prospettica distanza storica, appaiono complementari e significative per quanto andarono sviluppando, per gli effetti su tante direzioni maturate nella musica di derivazione nero-americana.

Abbiamo ascoltato il doppio CD, ma ricordiamo che è stata pubblicata pure la versione in tre vinili. Le pregevoli note di copertina che accompagnano la pubblicazione di Fragments ci portano a osservare che, nonostante il leader Davis esprimesse giudizi non proprio favorevoli nei confronti della musica di Taylor, i giovani componenti della sua band la guardavano con estremo interesse. C'era Jack DeJohnette, allora con il quintetto di Miles, che così si esprime nella testimonianza raccolta da Zev Feldman: "Era eccitante avere Cecil che suonava prima di noi. Mi caricava a mille. Non solo energia, ma un'energia creativa. Insieme a Jimmy Lyons e Andrew Cyrille, il palco riverberava quando la band finiva di suonare. Era ancora incendiato." Un giovane DeJohnette (ventisette anni) intento ad ascoltare il labirinto e pronto a farsene risucchiare.

Il nucleo cardine di Unit, che fondava il suo punto di forza sulle presenze di Lyons e Cyrille, aveva già mostrato la sua pregnanza e sintonia in registrazioni di qualche anno prima, in particolare nelle due pietre miliari pubblicate dalla Blue Note, Unit Structures e Conquistador!. Nel caso di questo concerto parigino e nell'altro documento Nuits de La Fondation Maeght, registrato sempre in Francia nel luglio 1969, e pubblicato in tre vinili degli anni Settanta, la Unit è completata da Sam Rivers al tenore, soprano e flauto.

L'opuscolo della pubblicazione, declinata nel suo titolo completo come Fragments of a Dedication to Duke Ellingon, contiene il saggio Cecil & Duke (&Miles), del biografo di Taylor Phil Freeman, e una bella serie di riflessioni sulla musica del pianista, raccolte dal produttore Zev Feldman, in cui intervengono, oltre a DeJohnette, Andrew Cyrille, la vedova di Lyons, Karen Borca, la figlia di Rivers, Monique, e Matthew Shipp, senza dubbio un musicista oggi tra i più titolati a parlare di Taylor. Vi si aggiungono gli scatti significativi dei fotografi parigini Jean-Pierre Leloir e Christian Rose.

Nelle due ore e venti minuti abbondanti di musica, si propongono nella loro interezza il set pomeridiano e quello serale presentati in quel lunedì 3 novembre. L'ordine temporale è invertito nel supporto: il concerto serale apre il primo CD. Il set pomeridiano, di lunghezza quasi doppia, è tagliato dopo venti minuti e piazza opportunamente tale soluzione di continuità in favore dell'ascolto di un lungo intervento del pianista, dapprima in solo, poi in serrato dialogo con la batteria, in esordio del secondo CD.

Un'edizione senza dubbio opportuna, dopo tanti anni, per la quale va attribuito il merito al produttore Feldman. Fotografa la musica di un Taylor quarantenne, in due concerti memorabili. La formazione in quartetto senza contrabbasso, con due fiati, permette alla musica del pianista di svilupparsi in tutta la propria potenza, fatta di contrasti tra controllo meticoloso e straripamento, tra precisione di certe articolazioni (in particolare di pianoforte e batteria) e irruzioni nella sorpresa spontanea. Anche se sempre più si riduce la quantità di persone disposte a un ascolto così immersivo e così impegnativo, ci sentiamo di condividere l'affermazione di DeJohnette nelle già citate riflessioni: "Tanta gente non riesce a recepire la pienezza di questo grande artista. Penso che si perdano qualcosa."

Il concerto serale, che come detto occupa la parte iniziale del primo CD per circa quarantanove minuti, parte con veemenza, con il pianoforte che scalpita e scolpisce grappoli di note già mentre il presentatore parla. Pochi secondi dopo, gli altri musicisti entrano in un vortice musicale rovente. Un movimento collettivo che costruisce e deforma allo stesso tempo. Contrasti delle dinamiche e attenzione profonda all'insieme. I musicisti avevano concluso poco tempo prima il set pomeridiano. Erano probabilmente ancora elettrizzati dalla vulcanica parte finale, dopo un'ora e mezza di musica, con il sax tenore di Rivers e il contralto di Lyons intrecciati a pianoforte e batteria in una apoteosi energetica ed espressiva che sembrava moltiplicare le singole voci.

La ripresa di quel climax dà l'impulso a questo incipit serale, dal quale emerge, dopo un avvicendamento più volte alternato dei due sax, un memorabile intervento di Lyons. Il suo sax alto ribadisce la portata empatica con il mondo di Taylor, la dimensione dialettica all'approccio del pianista: impronte che partono da un fraseggio bop e si dilatano, immergendosi nel free con l'audacia dei guizzi sovracuti, degli spiazzamenti ritmici, dell'eloquio che mantiene una sua caratteristica eleganza.

Il successivo, lunghissimo episodio è dedicato al dialogo serrato, in contrappunto costante e reattivo, tra pianoforte e batteria. Intreccio poliritmico e reticolare, dove gli strumenti perdono la loro specifica dimensione, per diventare un unico organismo.

Quando questo incredibile torrente musicale a due si conclude, siamo ben oltre la metà del set serale. Il sax alto risponde a un richiamo del pianoforte e i due fiati si avviluppano nuovamente con forza rovente. Gli episodi si susseguono con momenti di rarefazione, delicati pulviscoli luminosi tracciati dal piano, e nuovi culmini in cui la varietà timbrica si arricchisce del contributo di Rivers al flauto. Non c'è dubbio: siamo di fronte a uno dei momenti più alti della musica di Taylor, che si alimenta di tante suggestioni, tra le quali c'è la danza, la voce viscerale e posseduta che qui compare in un episodio del set pomeridiano, l'incantamento della trance. Ma soprattutto l'impulso esplorativo, la spregiudicatezza che si focalizza in una prodigiosa forma di creazione collettiva. Che ancora oggi, dopo quasi sessant'anni, mantiene intatta la propria forza.

Album della settimana.

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Track Listing

CD 1:

Fragments of a Dedication to Duke Ellington, Evening Set Version; Fragments of a Dedication to Duke Ellington, Afternoon Set Version, Part 1.

CD 2:

Fragments of a Dedication to Duke Ellington, Afternoon Set Version, Part 2.

Personnel

Sam Rivers
saxophone, tenor
Jimmy Lyons
saxophone, alto
Additional Instrumentation

Sam Rivers: soprano saxophone, flute.

Album information

Title: Fragments: The Complete 1969 Salle Pleyel Concerts | Year Released: 2026 | Record Label: Elemental Music


About Cecil Taylor

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