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Monk's Casino
Monk's Casino, ovvero The Complete Work Of Thelonious Monk. Settantadue brani, l'opera omnia del maestro di Rocky Mountain, eseguita per la prima volta in versione integrale dal quintetto di Alex Von Schlieppenbach (Alex Dörner alla tromba, Rudi Mahall al clarinetto basso, Jan Roder al contrabbasso, Uli Jennessen alla batteria). Un concerto monumentale, di oltre tre ore, nel corso del quale i musicisti avrebbero ri-percorso brani immortali, divenuti parte significativa della storia del jazz. Alcuni in forma di miniatura, altri in forma filologicamente corretta, altri ancora sovrapponendo le melodie dell'uno sulle armonie dell'altro. Avrebbero ... Usiamo il condizionale perché è stato tutto molto bello, finché è durato. E però ... Dopo oltre due ore di concerto, con il pubblico tra il divertito e l'affaticato per un ascolto di dimensioni epiche, con i musicisti in piena trance dissacrante (palloni usati come percussioni e calciati sui microfoni, brani suonati da sdraiati, ed altre amenità), il concerto viene interrotto per non meglio precisati “ordini dall'alto”. Il pubblico a gran voce reclama la conclusione dell'opera (fatto trenta, facciamo trentuno. O meglio: fatti circa sessanta, facciamo settantadue!), ma il quintetto esce solo per un micro-bis. Un epilogo decisamente curioso, che ha lasciato un po' tutti con l'amaro in bocca. Un epilogo che non ci deve far dimenticare, tuttavia, che abbiamo comunque assistito ad oltre due ore di musica meravigliosa, suonata tutta in acustico (senza amplificazione) da un quintetto eccellente.
Von Schlieppenbach lo conosciamo bene. Inutile spendere parole su di lui. Anche se penalizzato dall'assenza di amplificazione (nel primo set il suono del piano era appena percepibile), il nostro ha aperto squarci illuminanti ed ha mostrato, una volta di più, le qualità che lo hanno portato ad essere uno dei musicisti fondamentali del jazz europeo. E l'aurea austera del leader ha fatto buon contrasto con l'atteggiamento sardonico e l'aspetto scanzonato (quasi da beneficiati dalla legge Basaglia) dei suoi compagni di viaggio. Scherzosi, irriverenti, ma con grande coesione, lucidità musicale e soprattutto creatività.
E Monk, spesso ingessato in rievocazioni incapaci di conferire nuova linfa ad una musica di difficile interpretazione, con questo quintetto torna ad essere musicista vitale ed attualissimo, più sbilenco che mai, capace di alternare momenti dolcissimi ad armonie “sbagliate”.
Un gran concerto, assolutamente godibile, proposto in teatro (come forse è giusto che sia per garantire un buon ascolto), ma che avremmo visto molto bene anche in forma di happening. Aperto ad un flusso e deflusso continuo di pubblico, come si conviene a manifestazioni di questa durata. Peccato per l'epilogo, unica nota stonata di una serata altrimenti perfetta.
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