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Meeting Mr. Bonandrini. L'epopea di Black Saint e Soul Note
Su di esse hanno registrato non solo musicisti italiani come Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi, ma anche straordinari artisti internazionali come Steve Lacy, Mal Waldron, Muhal Richard Abrams, Lester Bowie, Don Pullen, Anthony Braxton, Henry Threadgill, Paul Motian, e la lista potrebbe proseguire a lungo.
Grazie a ciò per quattro anni, tra il 1982 e il 1989, Bonandrini venne votato come produttore dell'anno da Downbeat. Un fatto straordinario, ancor più se si considera che egli iniziò e proseguì l'attività soprattutto per passione, dopo aver lavorato come insegnante.
A Giovanni Bonandrini e al suo lavoro il regista Andrea Montanari ha dedicato un film documentario, Meeting Mr. Bonandrini, realizzato utilizzando immagini inedite girate nel corso degli anni soprattutto da Giancarlo Barigozzi, sassofonista e flautista, titolare e fonico dello studio milanese in cui venivano registrati i dischi delle due etichette. Accanto a esse, interviste a molti protagonisti di quel periodo in particolare Nicola Tessitore, allora anima del Verona Jazz Festival, e Paolo Falascone, purtroppo scomparso sei mesi orsono, che dal 1993 sostituì Barigozzi come fonico dello studio di registrazione e, soprattutto, allo stesso Bonandrini, incontrato nel suo "ritiro" sulle colline del mar ligure.
Mezz'ora di racconti, pieni di umanissimi incontri con i grandi del jazz, con i quali il produttore intratteneva rapporti improntati anzitutto all'amicizia e alla collaborazione nella realizzazione di opere d'arte. Tra questi rapporti spicca forse quello con Bill Dixon, che proprio una tournée in Italia e le sue registrazioni per Bonandrini fecero riemergere da un autoesilio, ma toccanti sono anche i ricordi di Paul Bley e Art Blakey.
La ragione del calore dei rapporti di Bonandrini con gli artisti è da ricercare proprio nella passione che lo guidava nel suo lavoro e nel suo sentirsi felice quando entrava nello studio di registrazione, s'intratteneva con i musicisti e, talvolta, persino sceglieva con loro i pezzi o dava consigli, mai autoritari o vincolanti. L'aspetto economico, invece, era secondario: com'egli afferma, "quello che mi interessava soprattutto era il valore artistico, che il disco vendesse o non vendesse, beh, pazienza. Del resto le grandi opere d'arte non danno subito un risultato."
Una storia, quella di Bonandrini e della Black Saint/Soul Note, che oggi sarebbe assai difficile ripetere, in un mondo molto cambiato e per tanti aspetti meno umano, ma per questo ancor più bella e commovente.
Il documentario è strutturalmente piuttosto semplice, ma questo, più che un limite, è un modo per valorizzare sia la carrellata di immagini d'epoca, sia la romantica inattualità della vicenda umana e professionale di Bonandrini. A completare musicalmente il lavoro, nei momenti in cui non scorrono musiche degli artisti ritratti, ci pensano Gianni Mimmo e Nicola Guazzaloca.
Un lavoro documentale che verrà presentato durante festival musicali, ma che è auspicabile trovi una sua valorizzazione anche in rassegne cinemagrafiche o presso istituzioni formative.
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