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John McLaughlin 4th Dimension

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Casa del Jazz - Roma - 18.07.2011

Roma, parco della Casa del Jazz, esterno notte. Considerazioni a margine: dalle prime file s'avverte netto il profumo di kebab che arriva dalla cucina all'aperto, e la signora inglese che ti siede affianco si gusta una pizza fumante, del resto siamo in tempo di globalizzazione, tutto vive in una sorta di sfasamento spazio/tempo, e le vendite a picco delle angurie confermano che le abitudini di una volta non ci sono più.

Ma il nocciolo della questione è che sul palco si presenta John McLaughlin, con il suo progetto 4th Dimension, uno che di frontiere, stagioni e impedimenti stilistici non ne ha mai voluto sapere. La sua è molto più di una semplice band. Molto più di un inedito frutto esotico. Lì c'è un'esperienza - visiva, sensoriale e, converrete, uditiva - da vivere, prodotta da musicisti che collaborano da diverso tempo mettendo a reagire - nel classico pentolone della strega - tradizioni, orizzonti e culture diverse, lontane e cariche d'appeal.

Al fianco del chitarrista si muove il bassista Etienne Mbappé, un'autentica macchina da groove profondissimi, vibranti, impregiati di tecnica e feeling con lo strumento, che suona con i guanti proprio per non mancare un attacco che - sia nei brani aggressivi che in quelli più distesi - risulterà micidiale per l'intera ora e mezza di concerto. Dietro ai tamburi Ranjit Barot garantisce la flessibilità ritmica necessaria per la fusion prodotta dal gruppo, una forma stilistica che in questo caso non risente del passare del tempo, proprio perché interpretata in chiave moderna, in maniera distesa e pronta nel ribadire un concetto di sana espressività più che di mera tecnica. A peccare un po' di "passato remoto" sono i suoni prodotti dalle tastiere di Gary Husband, il quale si lascia apprezzare meglio come secondo batterista in aggiunta, con il suo stile pugilistico, soprattutto nei brani tratti dal recente To the One, come in "The Fine Line," dove ingaggia una sorta di competizione con Barot che ricorda alcune cose di crimsoniana memoria, ma questa era un'altra faccenda.

Capitolo a parte per John McLaughlin. Appena salito sul palco gli viene dedicato un applauso a prescindere da quello che sarà. Ne annoteremo più di qualcuno a scena aperta. Suona con una semplicità disarmante. Guarda il pubblico con il sorriso sotto i baffi, tipico di colui che sa bene, anzi benissimo, il fatto suo. Se chiudi gli occhi sembra che la sua chitarra ti guidi in un'altra dimensione, se poi li riapri ti accorgi che stanno tutti con lo sguardo calamitato verso il palco, magnificamente storditi in una sorta di trance atemporale. Monumento.

Foto, di repertorio, di Antonio Baiano.

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