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Hugues Kieffer: Tutto il mondo a Marsiglia
Ogni anno l'idea è raccontare una storia che comincia dalla prima sera del festival e si conclude con l'ultima performance
Hugues Kieffer
Il festival si sviluppa nell'arco di otto mesi e coinvolge numerose location, fra performance gratuite, concerti nelle scuole e nei comuni limitrofi, fanfare, cine-concerti, mostre, installazioni e percorsi di meditazione in musica. Il suo cuore, però, batte fra giugno e luglio, con dodici giorni intensissimi durante i quali è possibile assistere a due o tre concerti al giorno, in sedi diverse e con modalità d'ascolto differenti: il Centre de la Vieille Charité, nel quartiere storico del Panier, offre un'acustica e un'atmosfera impareggiabili; la Friche la Belle de Mai, ex manifattura tabacchi riconvertita in centro culturale, ospita gli spettacoli più contemporanei; poi il Conservatorio Pierre Barbizet e il Parco Henri Fabre, un'area verde di oltre tre ettari che costeggia il fiume Huveaune.
Quest'anno, in apertura e chiusura della settimana centrale, il festival celebra il centenario di Miles Davis con la rivisitazione di Sketches of Spaina cura del trombettista Michael Leonhart e del ballerino di flamenco Israel Galváne We Want Miles! di Marcus Miller. Nel mezzo, il programma spazia dall'Arkestra di Sun Ra agli Ezra Collective, dai GoGo Penguin ai Kyoto Jazz Massive, con una significativa presenza femminile (China Moses, Julie Campiche, Leïla Olivesi, Tania Giannouli, Célia Kameni) e molte altre chicche, all'insegna di libertà, sperimentazione, autenticità ed energia.
Ne abbiamo parlato con Hugues Kieffer, che dirige il festival marsigliese dal 2016 con passione, umiltà e quella giusta dose di sperimentazione e audacia di chi si mette al servizio della musica e del pubblico.
All About Jazz: A che tipo di pubblico è rivolto il festival?
Hugues Kieffer: Quando abbiamo iniziato, il pubblico era quasi esclusivamente locale. Il festival nasceva per offrire ai marsigliesi la possibilità di ascoltare grandi musicisti jazz senza dover andare a Juan-les-Pins o a Nizza. Era questo il suo obiettivo iniziale.
Anno dopo anno, però, la proposta si è ampliata e, con essa, anche il pubblico. Nel frattempo è cambiata profondamente anche l'immagine di Marsiglia. Dieci anni fa era percepita come una città pericolosa, sporca e decadente; oggi è più sicura, vivace e piacevole, ed è diventata una meta molto ambita. Sempre più turisti cercano esperienze culturali interessanti, e noi siamo pronti ad accoglierli.
Dal punto di vista anagrafico, stiamo cercando di ringiovanire il pubblico, rivolgendoci soprattutto alla fascia tra i 30 e i 50 anni, e i risultati si vedono. Oggi il nostro pubblico resta molto eterogeneo, ma negli anni abbiamo rinnovato profondamente la programmazione, il modo di comunicareanche attraverso i sociale, più in generale, il messaggio di cui il festival vuole farsi portavoce.
AAJ: Marseille Jazz de Cinq Continents coinvolge un grande numero di musicisti, comuni e palchi, e si dipana in un programma che oltre ai concerti principali va avanti fino a Novembre. Come riuscite a organizzare tutto questo?
HK: Organizziamo più di 100 concerti all'anno. È un progetto che miglioriamo e ampliamo di anno in anno, ma lavoriamo come abbiamo sempre fatto. Organizziamo tanti concerti in diverse location. In alcune il pubblico trova posti a sedere, in altre location si sta in piedi e il pubblico viene anche per ballare. Sono tanti modi diversi di vivere il festival che vogliamo includere nell'esperienza. E anno dopo anno, cerchiamo in direzioni diverse, stringiamo nuove collaborazioni, anche con altre discipline artistiche, come abbiamo fatto quest'anno con le arti circensi. Dobbiamo rimanere aperti per accogliere quello che la contemporaneità chiede e esprime.
AAJ: È un enorme sforzo, anche economico. Come lo finanziate?
HK: Siamo un'organizzazione senza scopo di lucro e abbiamo il sostegno del Comune e della Regione per organizzare il festival e realizzare tutte le nostre iniziative rivolte al pubblico del Jazz e della musica ma anche ai diversi gruppi sociali, alle scuole e così via. Aiutiamo i giovani musicisti a crescere e a diventare professionisti. Abbiamo anche numerose collaborazioni con enti del settore sanitario, che finanziano i progetti rivolti al sociale e alla salute pubblica. Ogni anno è diverso. Ogni anno dobbiamo rimodulare anche il progetto finanziario in base alla proposta che vogliamo portare avanti. Non è facile. Infine ci sono i concerti a pagamento. Ma cerchiamo sempre di mantenere i prezzi del festival accessibili. Quest'anno le entrate principali provengono per il 40% dalla biglietteria e per il 60% dai fondi pubblici. Vorremmo arrivare a una situazione di parità, 50% e 50%, per proporre biglietti ad un prezzo ancora più basso.
AAJ: Il programma è molto vario e inclusivo. Qual'è la visione che il festival propone, il messaggio che porta al pubblico e alla città? E in che modo Marsiglia stessa contribuisce a plasmare l'identità del festival?
HK: Marsiglia è un'identità plurale, frutto della sua storia. La chiamano la Porta d'Oriente. Si apre al Mediterraneo, è una città in tutto e per tutto Mediterranea, e storicamente è stata il cammino attraverso il quale l'Europa del nord poteva comunicare con il Sud del mondo. È una città di passaggio, e anche una città di frizioni. Nella sua espansione ha accolto comunità anche molto diverse fra loro che vi si sono stabilite. Italiani, spagnoli, algerini, nordafricani, armeni. Sono molte le comunità che hanno contribuito a creare l'identità di Marsiglia. Possiamo dire che si sono "associate" per creare una città, un ambiente culturale che le rispecchia.
Non è come nelle città inglesi, in cui ciascuna comunità si è installata in un quartiere diverso. Marsiglia è piuttosto una mescolanza, e c'è qualcosa di particolare che emana dalle persone che sono arrivate da diverse parti del mondo e che si sentono marsigliesi prima di qualunque altra cosa. Quindi, da un certo punto di vista può essere anche molto difficile, perché i conflitti del mondo in qualche modo si riflettono nella città, ma allo stesso tempo, è uno dei luoghi del mondo che dimostra che l'integrazione è possibile. Forse Marsiglia è come un laboratorio, che mostra al mondo come si può vivere tutti insieme senza picchiarsi, senza uccidersi a vicenda, senza odiarsi.
AAJ: Il festival rispecchia questa speciale contaminazione. È di grande ispirazione, e molto interessante anche dal punto di vista musicale, la varietà di suoni e culture che ogni serata propone al pubblico. La domanda che sorge allora è: che cos'è il Jazz?
HK: Per me, e per la storia del festival, il Jazz è la musica nata un secolo fa negli Stati Uniti, sotto il regime della segregazione razziale, da persone che aspiravano alla libertà. Una musica di emancipazione, di resistenza, di espressione. E ci sono riuscite.
Il Jazz è una forma di espressione fondata sulla fiducia nella propria individualità e sulla libertà di improvvisare. Ma è anche ascolto dell'altro, perché solo così il dialogo può essere autentico. Ci sono quindi tre elementi fondamentali: la libertà, l'espressione di sé e la coscienza collettiva. Questo è il Jazz.
Nato a New Orleans con questo spirito di lotta e liberazione, il Jazz ha poi incontrato, nel suo cammino, altre comunità che vivevano condizioni di oppressione in tutto il mondo. È anche per questo che il nostro festival si chiama Jazz des Cinq Continents.
Quello spirito è poi arrivato in Europa, è ritornato in Africa, ha raggiunto l'Asia e ha dialogato con altri strumenti, repertori e tradizioni musicali. Molti artisti hanno fatto proprio questo messaggio di libertà, trasformandolo in linguaggi nuovi. Anche quando queste musiche non hanno più molto in comune con il Jazz di New Orleans, continuano a esserne animate. Così il Jazz attraversa il tempo e i continenti, mantenendo intatto il suo spirito.
È questa la visione che difendiamo attraverso Marseille Jazz des Cinq Continents: un Jazz contemporaneo, che parla al mondo di oggi. Non ci interessa riproporre il Jazz di cento anni fa, degli anni Sessanta o il bebop. Ci interessa il Jazz di oggi, quello dei musicisti che lo hanno assimilato e trasformato in una ricerca personale.
Anche la musica urbana, la techno, il pop, il folk e il rap dialogano con il Jazz e con il suo spirito. Per questo cerchiamo artisti che incarnino questa visione e li invitiamo a Marsiglia, affinché possano incontrare un pubblico che condivide le stesse aspirazioni.
AAJ: Quindi, quali sono i limiti di ciò che può essere incluso in una rassegna jazz?
HK: Io non mi pongo limiti. I musicisti della scena contemporanea sono così aperti che quei confini non li sfiorano nemmeno. Per me si tratta di allargare il più possibile lo sguardo, di "passeggiare" nello spazio che la musica offre e condividere con il pubblico questa ricchezza di esperienze e sperimentazioni. È questo che conta. Ogni anno, inoltre, cerchiamo di costruire un racconto che inizia con la serata inaugurale e si conclude con l'ultimo concerto. Se si segue il festival giorno dopo giorno, se ne coglie davvero lo spirito.
Quest'anno, per esempio, ci siamo ispirati all'eredità di Miles Davis e alla sua straordinaria apertura mentale. Da lì nasce un percorso che attraversa generazioni e linguaggi diversi, cercando anche di mantenere un equilibrio tra uomini e donne. Sono particolarmente felice di ospitare l'Orchestre National de Jazz: è forse il progetto più legato alla tradizione storica del jazz, ma conserva pienamente quello spirito di apertura e assenza di confini.
Ascolto molta musica, frequento altri festival, mi confronto con colleghi e artisti, leggo e poi mi lascio guidare dall'ispirazione. Naturalmente bisogna fare i conti con la realtà: il budget, le tournée, le disponibilità degli artisti. Chi arriva da lontano magari non è in Europa nel periodo del festival, si ferma solo pochi giorni o ha già altri impegni. Così il festival che presentiamo ogni anno finisce sempre per essere diverso da quello che avevamo immaginato all'inizio.
Ogni anno scrivo su un foglio gli artisti che vorrei invitare e poi passo mesi a correggere, cancellare e sostituire nomi. Ma alla fine, il risultato mi convince sempre.
AAJ: Come concili il tuo gusto personale con ciò che è "giusto" per il festival?
HK: Ho imparato a mettere da parte il mio gusto. Forse mi aiuta il fatto di non essere un musicista. Prima di essere il direttore e direttore artistico del festival sono un tecnico, un organizzatore. Ma ho dovuto ugualmente imparare: nella prima edizione che ho programmato ho cercato di seguire il mio gusto, ma non è il modo giusto di fare le cose. Quando voglio ascoltare la musica che mi piace di più lo faccio in privato, ma quando faccio il programma del festival devo pensare al pubblico, devo pensare alla musica che esprime lo spirito del tempo, e alla scaletta, all'organizzazione, ma amo gli artisti che invito, in ogni caso.
AAJ: Quindi, quali sono le qualità che ti fanno scegliere un artista al di là della popolarità?
HK: Lo spirito. Voglio essere sicuro che gli artisti sul palco siano in grado di stabilire un legame con gli spettatori, che suonino per il pubblico, e non per loro stessi, o per i soldi, o per altro, perché stiamo lavorando per presentare e preservare la musica suonata dal vivo! Voglio essere sicuro, quindi, che gli artisti in scaletta siano capaci di unire le persone, e di unirle nel modo più ampio possibile.
AAJ: Ci sono anche molte influenze dalla musica classica e contemporanea nella ricerca musicale di oggi, non solo nel jazz ma anche nella musica pop. Quali contaminazioni trovi più interessanti? Che cosa sta cambiando?
HK: Mi fido degli artisti. Io non sono un musicista: sono loro a fare il lavoro sul campo, a esplorare nuovi territori e decidere che cosa vale la pena suonare. Sono loro a costruire i progetti, a trovare nuovi modi di far dialogare musica classica, jazz e ricerca sonora, integrando influenze diverse per creare qualcosa di autentico, personale e capace di parlare al nostro tempo.
Io ascolto molta musica, certo, ma soprattutto ascolto gli artisti: quello che hanno da dire e il modo in cui lo esprimono. Sono loro a costruire l'universo musicale di oggi. Io ne sono solo una piccola parte e cerco di fare da tramite. Un festival non può determinare l'evoluzione artistica del mondo; se riesce a rifletterla, ha già raggiunto il suo obiettivo.
Naturalmente ci sono anche delusioni. Alcuni artisti lavorano con grande serietà e producono musica di altissima qualità, ma non riescono a raggiungere un pubblico più ampio. Non per mancanza di talento o di impegno: semplicemente la loro musica resta confinata a una cerchia ristretta. È un peccato, ma fa parte della realtà.
AAJ: Nel programma ci sono molte artiste donne, ed è molto apprezzabile. Spesso, anche nei festival, le donne sono presenti soprattutto come cantanti. Voi dimostrate invece che esistono tante grandi strumentiste. È difficile trovarle o basta volerlo?
HK: No, non è difficile. Ci sono, anche se nel jazz non esiste ancora una parità numerica tra donne e uomini. Bisogna però cercarle, ascoltarle e andare a sentirle dal vivo.
Qualche anno fa siamo entrati nella rete dello European Jazz Network, che ha promosso una dichiarazione con l'impegno a perseguire un maggiore equilibrio di genere. Pensai subito: "Certo, lo farò." Poi tornai in ufficio, iniziai a lavorare al programma e mi resi conto che sarebbe stato molto più difficile del previsto. Mi sbagliavo, naturalmente, ma allora non avevo ancora gli strumenti per affrontare davvero questa sfida.
Era il 2014. Dal 2016 abbiamo iniziato a lavorare seriamente in questa direzione, ma per qualche anno le donne continuarono a essere presenti soprattutto come cantanti, con poche strumentiste. È stato soprattutto dopo il Covid, dal 2020 in poi, che il festival ha davvero cambiato passo.
Le musiciste sono meno conosciute e, tra gli addetti ai lavori, si dice spesso che facciano vendere meno biglietti. In parte è anche vero, ma la soluzione non può essere non programmarle. Certo, è molto più facile costruire un cartellone quasi tutto maschile. Per questo bisogna contrastare questa logica, senza però ignorare gli equilibri economici di un festival.
Per farlo abbiamo dovuto cambiare mentalità, a partire da noi stessi, e impegnarci davvero nella ricerca. Solo allora sono arrivati i risultati. Cerchiamo semplicemente di fare del nostro meglio.
Quest'anno siamo riusciti a raggiungere un buon equilibrio tra gli artisti invitati. Ma se si guarda al totale dei musicisti presenti sul palco, siamo ancora intorno al 70% di uomini e al 30% di donne. C'è ancora molta strada da fare. Dobbiamo continuare a impegnarci e, poco a poco, le cose cambieranno, insieme alla musica e alle scuole di jazz. Sempre più ragazze, vedendo altre musiciste sul palco, penseranno: "Allora è possibile."
E in effetti il cambiamento è già iniziato. Sempre più donne hanno qualcosa di importante da dire e lo fanno con il proprio strumento, in tutto il mondo: dagli Stati Uniti all'Europa orientale e settentrionale, dalla Francia al Regno Unito. Le cose stanno cambiando, poco a poco.
AAJ: Qualche tempo fa hai dichiarato che il Jazz può salvare il mondo. Lo pensi ancora? E perché?
HK: Perché sono sicuro che l'unico modo per salvare il mondo sia che le persone si ascoltino a vicenda, che esprimano ciò che hanno da esprimere e rispettino gli altri. Ecco perché dico che il Jazz può salvare il mondo, e può farlo con un sorriso, perché è un'idea semplice. So che purtroppo il mondo non è così semplice. Ma funziona proprio così. Se sei consapevole di te stesso, consapevole del tuo ruolo nell'ambiente che ti circonda, e consapevole dell'altro allo stesso modo in cui lo sei di te stesso, allora tutto funziona con equilibrio, rispetto e armonia. Ne sono sicuro. Se tutti seguissimo questo modo di fare e di stare al mondo, potremmo veramente cambiare il nostro mondo.
AAJ: È semplice.
HK: È semplice. Non è facile, ma è semplice.
AAJ: Sono tre le parole chiave che avete usato per annunciare il festival: autenticità, audacia ed energia. Puoi dirci qualcosa di più?
HK: Le hanno usate per prime i miei amici del Cully Jazz Festival, in Svizzera. Seguo con attenzione il loro lavoro e, quando ho visto il loro annuncio, ho pensato: "Ma stanno parlando proprio di noi!." Così ho chiamato il direttore del festival e gli ho chiesto se potevo adottarle anch'io. Mi ha risposto: "Certo, vai pure!."
Autenticità riassume tutto ciò di cui abbiamo parlato finora: è il nostro obiettivo principale. L'audacia non è sempre una qualità positiva, dipende da come la si usa, ma è indispensabile se si vuole andare oltre l'ordinario. E poi c'è l'energia: oggi parliamo continuamente di energia, atomica, fossile, umana. Anche la musica, in fondo, è energia.
Sono tre parole, ma rappresentano anche un modo di stare al mondo e di creare connessioni. Ed è proprio questo il cuore di un festival.
AAJ: Avete anche un programma dedicato ai bambini. Come è strutturato?
HK: È molto semplice. La nostra missione è sostenere la comunità locale, contribuire al suo benessere e creare opportunità di lavoro anche per gli artisti del territorio. Per questo mettiamo in contatto chi ha bisogno della musica, come le scuole, con chi la crea.
Affidiamo gli artisti ai progetti educativi e forniamo alle scuole il materiale necessario. Per molti bambini è la prima occasione di vedere un musicista esibirsi dal vivo. Prima ancora di parlare di jazz, che per un bambino di nove o dieci anni non significa nulla, proponiamo un'esperienza diretta con la musica. Poter ascoltare uno strumento dal vivo, provarlo, disegnare, interagire con un artista: tutto questo può lasciare un segno. Forse non diventeranno musicisti, ma avranno scoperto qualcosa che altrimenti non avrebbero mai incontrato. Se non offriamo loro almeno questa possibilità, non avranno nemmeno la possibilità di scegliere.
AAJ: Questo è il ventiseiesimo anno del festival. Com'è cambiato e come lo immaginate in futuro?
HK: È cambiato tutto: il team, il numero dei concerti, il nostro modo di lavorare. Quello che proponiamo oggi è molto diverso dalla prima edizione. Dobbiamo evolverci insieme al mondo, cercando ogni anno nuove collaborazioni, nuovi luoghi e nuovi artisti, per restare uno specchio del presente.
Quello che non cambia è la nostra visione. Marseille Jazz resta il "Jazz des Cinq Continents": è questa l'identità del festival e il principio che continua a guidarci.
AAJ: Un'ultima domanda. Siete ormai uno dei festival jazz più importanti d'Europa. Quando sentite di aver raggiunto la vostra missione?
HK: È una domanda difficile, perché non mi sento mai completamente soddisfatto. Cerchiamo semplicemente di fare il meglio possibile.
Il primo segnale è il pubblico: vedere le persone felici di partecipare ai concerti e di vivere quello che proponiamo. Lo stesso vale per i bambini nelle scuole, quando si entusiasmano davanti alla musica.
La nostra missione è compiuta quando riusciamo a realizzare il festival come lo immaginiamo e il pubblico torna a casa con la sensazione di aver vissuto un'esperienza significativa.
Siamo uno dei tanti festival jazz europei. Non siamo uguali agli altri, ma nemmeno completamente diversi. Cerchiamo semplicemente di fare al meglio il nostro lavoro a Marsiglia, una città con un'identità fortissima, e di condividere con il mondo ciò che questa città ha da raccontare.
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