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Giancarlo Velliscig - Direttore Artistico di Udin&Jazz

Neri Pollastri By

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Un passato di cantante nell'ambito della musica popolare, etnica e di ricerca (che oggi torna a frequentare in rare ma sentite occasioni), un presente di padre che segue con emozione i progressi dei propri eredi (il figlio Alessio è da poco il nuovo cantante di Quintorigo), Giancarlo Velliscig è il direttore di Euritmica, associazione culturale udinese che organizza tra gli altri Udin&Jazz, di cui è ideatore e direttore artistico.

All About Jazz: Udin&Jazz raggiunge quest'anno la ventisettesima edizione, un traguardo davvero considerevole. Cos'è cambiato nel corso degli anni nell'organizzazione, nel contesto sociale e nel pubblico?

Giancarlo Velliscig: Sicuramente cambiamenti ce ne sono stati tanti. Il principale è che all'inizio lavoravamo in modo pionieristico, perché dalle nostre parti c'era davvero pochissima offerta musicale, soprattutto che avesse a che fare con il jazz: c'era una certa tradizione solo a Trieste dove, sulla scia degli americani, nel dopoguerra alcuni appassionati avevano aperto un jazz club che lavorò per diversi anni; ma in Friuli non c'era quasi nulla, escludendo la Grande Orchestra Jazz di Udine, espressione di un amore per il jazz orchestrale di un gruppo di ottimi non professionisti. Poi, grazie alla curiosità e ad una crescente scena musicale, provammo ad allestire qualcosa, prima a Gorizia e poi a Udine, dove il festival pian piano è diventato un appuntamento riconosciuto e atteso, che ha aperto la strada anche ad altre analoghe iniziative nel resto della regione. Con l'andar del tempo l'affermazione del nostro festival ha mostrato come il jazz sia in grado di fare numeri importanti, in termini di pubblico e incassi; una cosa che -in un mondo come quello in cui viviamo, nel quale il business viene prima di tutto -ha avuto conseguenze ambivalenti: da un lato positive, perché ha progressivamente garantito un supporto anche economico da parte degli sponsor privati e delle istituzioni; dall'altro negative, perché ha ridotto l'importanza della ricerca e della sperimentazione nella proposta artistica.

AAJ: In che senso?

GV: Il jazz è una musica nata e cresciuta su presupposti ben chiari, legati a una situazione di disagio sociale e culturale -quella degli afroamericani nel secolo scorso. È per questo che io considero tuttora il suo significato indissolubilmente connesso alla società e alle sue tensioni, alle pulsioni di un mondo che aveva trovato in quella musica un modo per esprimersi e per provare a emanciparsi. Purtroppo credo che oggi gran parte di questo significato sia andato perduto, in parte proprio a causa del suo successo: anche la musica jazz è considerata spesso solo un mero "prodotto" che certamente crea pubblico, attenzione, seguito, con frequenza però a scapito del suo senso sociale e perciò anche del suo valore artistico.

AAJ: Questo degradamento dello spessore artistico della musica è legato anche a richieste o pressioni che vengono da quel mondo istituzionale che le sta dando un più consistente e continuo supporto materiale?

GV: Vere pressioni non direi. Casomai il sistema condiziona la qualità in modo indiretto: poiché i parametri utilizzati per misurare il "valore" di una manifestazione sono purtroppo quasi sempre "numerici" -pubblico, paganti, non paganti, incassi, indotto e tutto quel che si riesce a "muovere" -ne consegue la necessità di esporre quei numeri e perciò di avere almeno qualche artista che sia capace di innalzarli... Lo si vede bene in certi blasonati festival nazionali, dove i numeri sono altissimi, ma le proposte divengono sempre meno interessanti, innovative, artisticamente pertinenti. È chiaro che, se non vuol rischiare di essere messa da parte nel giro di poco tempo, qualsiasi realtà organizzativa finisce per essere obbligata a scendere a patti con la "purezza" di un programma orientato alla ricerca o all'innovazione. Certo, qui si apre un tema su cui si potrebbe discutere a lungo -se sia o meno giustificato investire denaro pubblico per iniziative che non incontrano il favore del grande pubblico -ma resta il fatto che, per una musica come il jazz e proprio per il suo storico, caratteristico, legame con aree sociali emarginate e alternative, legare gran parte del "valore" al successo di pubblico è assai più penalizzante che per altri tipi di musica e di arte.

AAJ: Questo vale anche per gli sponsor privati?

GV: Direi che vale un po' meno, ma solo perché nel corso degli anni gli sponsor privati si sono alquanto assottigliati, cosicché, accanto alle grandi compagnie che necessitano di "gratitudine" istituzionale, sono rimaste solo alcune realtà aziendali che hanno qualche tipo di "affinità" con il mondo del jazz o che sanno riconoscere a questa musica una qualità progettuale che non trovano altrove e che permette loro di identificarsi e voler essere identificate con essa. Ma si tratta di realtà sempre più rare, così come sempre più rari sono gli enti statutariamente filantropici.

AAJ: Udin&Jazz è da sempre molto attento al territorio e ai musicisti che vi si muovono, probabilmente più di quanto non accada nella maggioranza degli altri festival nazionali. Da cosa deriva questa scelta?

GV: Principalmente dal fatto che, nel campo del jazz, il Friuli Venezia Giulia è stato da sempre in grado di proporre molto! Una cosa che, da qualche anno, è diventata palese anche sul piano nazionale. Da questo punto di vista sono fiero del ruolo che ci siamo guadagnati nel tempo: quello di punto di riferimento per tutto il territorio. E ciò non solo perché il Festival è molto atteso, ma anche perché gli stessi musicisti, quando hanno un progetto o un disco nuovi, organizzano l'uscita per venire a presentarli qui. Ovviamente anche noi consideriamo importante questo ruolo e cerchiamo di svolgerlo nel migliore dei modi, lasciando sempre ampio spazio alle realtà locali. Quest'anno, per esempio, abbiamo almeno un gruppo regionale al giorno, talvolta anche due. E questo proprio perché ce ne sono tanti e di ottima qualità, cosa che ci permette di tenere alto il livello della proposta musicale e al tempo stesso di valorizzare quella prodotta sul territorio.

AAJ: Tra i tanti e illustri musicisti che sono passati nelle varie edizioni, c'è qualcuno che sei particolarmente felice di aver ospitato o qualcun altro che invece rimpiangi di non essere riuscito a portare a Udine?

GV: Beh, ci sono tanti musicisti che avremmo voluto e non siamo mai riusciti a ingaggiare, per esempio Keith Jarrett o Herbie Hancock -sul quale peraltro stiamo ancora lavorando e prima o poi sono convinto che riuscirà a venire. In realtà c'è anche un artista che abbiamo perso inopinatamente, perché ci ha lasciato proprio quando avevamo già sottoscritto il contratto: Dizzy Gillespie. È stato tanti anni fa, lui era ancora sulla cresta dell'onda e ci tenevamo moltissimo, ma purtroppo... Invece, tra i tanti che sono stati qui sono particolarmente contento di aver avuto modo di ospitare Michel Petrucciani: più volte -quattro per la precisione, con formazioni diverse -tanto che ho stretto con lui una bella amicizia. Michel è stato un artista che mi ha coinvolto in modo totale, per il suo modo di vivere la musica, per l'entusiasmo, per il calore umano. Parlando invece in generale, quello che un po' mi dispiace è che, col passare degli anni, al venir meno dei "grandi" non corrisponda un adeguato spirito di chi li segue e li sostituisce. Sarà forse perché i Miles Davis, i Charlie Haden o gli Ornette Coleman avevano vissuto gli anni in cui il jazz procedeva in sinergia con i fermenti sociali e politici che attraversavano l'America e il mondo, sarà per le ragioni che dicevo prima, legate al suo diventare sempre più uno dei tanti elementi della società del business, ma a me sembra che molte delle "icone" di oggi abbiano uno spessore artistico e un contenuto da comunicare assai più modesti di quelle di un tempo. Quest'anno ricorrono cinquant'anni dalla morte di John Coltrane -ne parleremo anche nel corso del festival -e certo la mancanza di figure di quel genere si sente moltissimo: temo che non ne nascano più.

AAJ: Anche alla luce di queste tue parole, cosa ti guida quando ti avvicini alla costruzione di un nuovo programma di Udin&Jazz?

GV: Per me il primo obiettivo è cercare di leggere quel che sta accadendo. Quest'anno, per esempio, il titolo è "Ethno Shock" e deriva dall'aver osservato come sia in costante crescita la componente etnica nella musica jazz. Attorno a questo concetto ho cercato di trovare personaggi ed eventi in grado di dare la misura del fenomeno. Allo stesso modo in passato abbiamo incentrato il festival in modo monografico su paesi o temi specifici: un anno abbiamo celebrato la rivoluzione cubana, un altro riletto gli anni della rivolta nera negli States, e via dicendo. Sempre comunque cercando di evidenziare quel che ancora il jazz cerca di trasmettere per essere incisivo nella società in cui viviamo. Io mi rifiuto di pensare al jazz in modo semplicemente "estetico": cerco sempre il significato che questa musica cerca di veicolare, un significato che cambia ed evolve nel tempo ma che rimane il suo centro, il suo motore.

AAJ: Tu sei non solo il direttore artistico, ma anche il responsabile dell'organizzazione, una macchina complessa che deve far fronte a mille criticità: riesci anche anche a goderti lo spettacolo?

GV: Ecco, questo è uno dei miei maggiori crucci, perché mi riesce davvero di rado! Spesso, ahimè, questo piacere viene sacrificato all'obiettivo primario di chi organizza, che è quello di proporre lo spettacolo e renderlo fruibile al pubblico. Purtroppo, al contrario di quel che qualcuno pensa, chi organizza è ben lontano dall'essere il fruitore privilegiato dei concerti! Riesco tuttavia a godermi il piacere di frequentare e conoscere i musicisti e le band, di seguirne le prove e i momenti del backstage. In altre parole, la musica la si ascolta prima, per decidere chi invitare e come comporre il programma, perché al momento dei concerti ci sono davvero troppe cose da seguire e troppi problemi da risolvere per potersela godere; in compenso si riescono a vivere belle relazioni umane con gli artisti, a condividere momenti d'arte e di vita.

AAJ: Due parole sul festival di quest'anno?

GV: Come dicevo al centro c'è il rapporto tra jazz e musica etnica, che troverà il suo culmine nell'unica data italiana di Mulatu Astatke, il padre dell'Ethio Jazz. Ma accanto avremo anche l'omaggio a Coltrane del trio di Francesco Bearzatti e un buon numero di nuovi progetti di artisti friulani. Tra questi il nuovo lavoro di Claudio Cojaniz che presenteremo all'interno di una caserma dismessa, oggi divenuta ricovero provvisorio per rifugiati e migranti (a proposito dei risvolti etnici...). E un'appendice finale brasiliana, qualche giorno più tardi, con la presenza di Maria Gadù e di Toquinho, il nuovo ed il classico della musica del grande paese sudamericano.

Foto: Luca D'Agostino (Phocus Agency)

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